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Perdere l'amore: Stefano Sensi
16 apr 2026
Questa volta è stato l'ex centrocampista dell'Inter ad averci disintegrato il cuore.
(articolo)
14 min
(copertina)
Illustrazione di Emma Verdet
(copertina) Illustrazione di Emma Verdet
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Ci sono due infortuni di Sensi con la maglia dell’Inter che più degli altri contengono la fine della sua carriera ad alti livelli, e quando ci ho fatto caso, per una bizzarra associazione mentale, ho pensato subito a Ronaldo Nazário, al tendine rotuleo che cede in due tempi, prima contro il Lecce e poi contro la Lazio in modo ancora più fragoroso. In quel periodo ero così traumatizzato dalle ginocchia di Ronaldo da pensare che Calvario fosse un termine coniato per lui, tanto che mi ricordo il momento esatto a scuola in cui ho scoperto il significato cristologico e ci sono rimasto un po’ male.

Il passaggio di Sensi nell’Inter è stato molto più silenzioso, e altrettanto lo sono stati i suoi infortuni, ma ritrovarmi attenderlo per settimane, vederlo apparire a un certo punto e poi di nuovo farsi inghiottire dal bollettino infortunati, mi ha restituito quel senso di Calvario che mi angosciava da bambino. Quando è arrivato il primo infortunio, nell’ottobre del 2019, praticamente non se n’è accorto nessuno. Accade appena al trentesimo minuto dello scontro diretto contro la Juventus di Sarri, Dybala, Ronaldo e Higuaín, che vincerà quella partita e poi il campionato proprio davanti all’Inter. In quel momento però la partita è in parità, 1-1.

Sensi ha da poco passato un pallone bene, con l’interno del piede destro, di prima, veloce verso l’esterno a sinistra, da mezzala capace di rendere interessanti anche le trame del 3-5-2. Poi la Juve recupera palla e imposta un altro possesso perimetrale che Sensi segue scivolando da sinistra a destra, finché lo vediamo piegarsi sulle ginocchia sconfitto. In pochi se ne accorgono, il gioco prosegue per qualche secondo e si ferma solo per un fallo.

Sensi, come da copione dell’infortunio muscolare (per ultimo Lautaro a Bodo), prova a resistere per qualche azione, tenta uno scatto all’indietro in difesa, ma tre minuti dopo si ferma di nuovo e chiede il cambio. Tutto lo stadio applaude durante l’uscita dal campo, vediamo in molti alzarsi in piedi sugli spalti.

Solo due giorni prima avevamo pubblicato un suo piccolo ritratto, perché i nostri lettori lo avevano eletto il miglior calciatore della Serie A del mese di settembre. Sensi aveva messo insieme 3 gol belli e importanti insieme a 4 assist (!) soltanto nelle prime 6 partite di campionato. L’Inter le aveva vinte tutte, compreso il Derby, peraltro con assist di Sensi a Brozovic su schema da calcio di punizione, ed era da sola al comando della classifica con due punti di vantaggio sulla Juventus.

In Champions League aveva da pochi giorni perso a Barcellona, in una sconfitta più che onorevole. L’Inter era andata in vantaggio giocando un calcio elettrizzante, intenso, coraggioso, in cui Sensi brilla più di tutti: gioca praticamente solo di prima, un flusso continuo di energia, partendo dalla sua trequarti e portando su la squadra con passaggi lunghi a tagliare il campo, prima di lanciarsi in supporto alla rifinitura. A un certo punto viene toccato in area di rigore da Arthur, l’arbitro Skomina gli nega il rigore, e sul ribaltamento dell’azione il Barcellona pareggia. Conte impazzisce e a fine partita dice: «Dagli arbitri pretendiamo rispetto».

Amadeus, intervistato da Passioneinter.com, si rammarica ma conclude che l’Inter finalmente «ha dei campioni: Barella e Sensi sono stati al livello dei più grandi club europei. Sono due veri campioni. Vai a letto felice, anni che non vedevo una squadra così, come questa». In quel periodo, il quotidiano catalano Sport mette Sensi sulla lista della spesa del Barcellona, con una valutazione di 50 milioni.

Una parte di me si rifiuta di credere che tutto quello che Sensi ha dato all’Inter stia in quelle sei partite di campionato più due di Champions League, anche se tabellini alla mano è andata effettivamente così. In questo aspetto, con le dovute proporzioni, continuo a sovrapporre il suo ricordo con quello di Ronaldo.

Per dovute proporzioni intendo che il passaggio di Ronaldo all’Inter è stato quello della proverbiale cometa, folgorante e fulmineo, mentre la parabola di Sensi è stata piuttosto una stellina di Capodanno, o meglio quella dell’orsetto arcobaleno canta ninna-nanne che ci hanno regalato per far addormentare nostra figlia, che ha garantito un anno di prestazioni fenomenali night in night out, ma si è rotto decisamente troppo presto.

Ronaldo compare in tutti e tre i “Mount Rushmore” dell’Inter che ho trovato in giro (quel genere di contenuto in cui l’intervistato deve scegliere 4 giocatori simbolo di una squadra o di un’era). Non ne avrebbe diritto se guardassimo ai trofei vinti con l’Inter, al numero delle partite giocate o dei gol segnati, perché aggregando questi parametri verrebbe dopo almeno altri 50 nomi, eppure non c’è bisogno di spiegare perché, e comunque è sempre strano pensarci.

Insomma il mistero che vorrei risolvere è come Sensi abbia lasciato un’impronta più grande della sua scarpa, se così si può dire. Non è così divertente scrivere di infortuni, o pensare agli infortuni, ma sono costretto a farlo per spiegare perché Sensi non abbia mantenuto le promesse, nonostante la mia morale mi imponga di mettere mi piace a ogni suo reel di highlights che mi passa davanti: se Icardi fosse un remix di TikTok sarebbe quello di L’Amore non mi basta di Emma, Sensi invece sarebbe quello di Formidable di Stromae.

Subito dopo quell’Inter-Juventus del 2019 erano in programma due partite di qualificazione agli Europei, e Roberto Mancini, CT dell’Italia e grande estimatore di Sensi, dovette all’ultimo depennarlo dalla lista dei convocati. Commentando la lista delle defezioni, che includeva anche Pellegrini e Zappacosta, disse: «Mi dispiace molto che si siano fatti male, ma da un lato è meglio ora che quando saremo più vicini agli Europei». Invece Sensi, al termine di due anni infernali, dovette saltare pure quegli Europei.

Prima di farsi male contro la Juventus, Sensi aveva giocato 3 volte titolare con l’Italia nelle precedenti 7 partite, segnando 1 gol. La Nazionale veniva da 7 vittorie consecutive, 10 risultati utili consecutivi. A centrocampo con lui c’erano il miglior Jorginho, il miglior Verratti, un Barella sempre incisivo: stavamo veramente bene. Non fu un evento traumatico, perché la sensazione era quella di poterlo recuperare nel giro di un mese, e infatti meno di un mese dopo era di nuovo in campo, ma fu il momento in cui si spezzò la magia di quella partenza con l’Inter.

Da quel momento in poi Sensi colleziona una serie di problemi, acciacchi, ricadute, quasi incatalogabile nella sua continuità, anche volendo recitare la tabella di Transfermarkt: 6 partite saltate per infortunio all’adduttore, ancora 8 per infortunio al muscolo dello psoas, 2 per un problema al polpaccio, 4 per un infortunio a un piede, 13 partite a cavallo tra una stagione e l’altra per un infortunio al bicipite femorale destro, poi rientra e si ferma ancora, per un risentimento muscolare alla coscia sinistra, 9 partite saltate.

A questo punto Sensi si sfoga in un post su Instagram: “Sto lavorando al massimo delle mie possibilità ogni giorno, ce la sto mettendo tutta, senza pause né scuse”.

Non è stato un periodo facile. Una serie di infortuni hanno rallentato il mio percorso professionale. La mia vita. Non poter fare quello che amo con serenità mi ha tolto il sorriso

Quando rientra, si ritrova indietro nelle rotazioni rispetto a Barella, Vidal, Eriksen e Gagliardini, e Conte può gestirlo con più cautela, mai per più di 45 minuti a partita. Per qualche mese Sensi sembra prendere ritmo, finché la trama prende una ulteriore piega tragica, che lo costringe a uscire dal campo per un altro infortunio muscolare persino durante un’insolita amichevole infrasettimanale contro la Vis Nova Giussano finita 14-0, e quindi a rinunciare a giocare il Derby pochi giorni dopo, quello che consegnerà di fatto lo Scudetto all’Inter.

Sta fuori altre 6 partite, rientra a inizio aprile, però trova una buona continuità nel tranquillo finale di stagione dell’Inter, giocando 9 delle ultime 11 partite. L’ultima partita è quella della festa Scudetto, posticipata fino all’ultimo per l’emergenza Covid-19. Sensi parte titolare ma non è il giocatore che tutti si aspettano di vedere, è impreciso nel gioco lungo, poco efficace negli smarcamenti. A questo punto arriva il secondo infortunio decisivo: al 37’ insegue Walace a centrocampo su una mezza palla vagante, gli frana addosso e commette fallo. Subito si tocca la coscia destra, guarda in basso, tutti capiscono.

Mancini vuole comunque provare a portarlo in Nazionale e lo inserisce nella lista dei 26 convocati per gli Europei. Al primo allenamento di rifinitura, il giorno prima di un’amichevole contro la Repubblica Ceca, Sensi sente di nuovo dolore all’adduttore della coscia destra e capisce di dover lasciare il raduno. Al suo posto viene aggiunto Matteo Pessina, poi compagno di squadra di Sensi a Monza, che all’interno di quella trionfale spedizione troverà anche lo spazio per segnare il gol vittoria contro il Galles.

Stefano Sensi è nato nel 1995, «il prime di Silvio le prime Silver, Mary Patti e Mediaset erano i babysitter», come canta Toni Zeno. Io sono pochi mesi più grande, e inizio a percepire intorno a me questo senso di talento incompiuto, a vedere coetanei che reputo davvero troppo in gamba per il lavoro o la casa che hanno, come già potevo intuire dal modo nebuloso in cui si è calcisticamente spento Mateo Kovacic, che è del 1994 come me. E se dovessi scegliere i 10 giocatori più forti nati nel 1994, per quanto incompiuto, non potrei non inserire Kovacic, così come non potrei escludere Mimmo Berardi, anche se non ha mai giocato in Champions League.

Perdere l’amore è una rubrica su misura dei nati a metà anni ‘90. Questo gap è rappresentato in modo fin troppo surreale dagli albi del tennis maschile, dove i nati negli anni ‘90 hanno vinto complessivamente soltanto 2 trofei Slam, e sono già più o meno tutti al tramonto della carriera, mentre come si legge spesso i nati negli anni 2000 ne hanno già vinti 11 (e ci sarebbe un confronto anche più assurdo: i nati tra il 1890 e il 1899 ne hanno vinti 34). E comunque anche nel calcio a livello di star power e riconoscimenti individuali la situazione non è troppo diversa, se pensiamo che i primi due Palloni d’Oro nati negli anni ‘90 sono stati quelli di Rodri e Dembelé.

Sensi è un figlio della provincia, e in particolare di Urbania, un paese di 7000 abitanti in provincia di Pesaro-Urbino, e in un modo tipicamente provinciale riesce a essere sempre generalmente molto tranquillo, quasi sotto le righe, e poi all’improvviso un po’ cupo. La scorsa estate si è trovato per qualche settimana senza squadra, per la seconda estate consecutiva. Il suo contratto con l’Inter è terminato dopo 5 anni nel 2024, in seguito a 6 mesi di prestito alla Sampdoria, un anno di prestito molto brillante a Monza, in mediana in coppia con Rovella, e un ultimo anno di ritorno all’Inter nuovamente drammatico sul piano muscolare.

Il Monza gli ha dato una nuova possibilità con un contratto di un anno in Serie A, in cui però ha giocato ancora poco in una squadra scalcinata, retrocessa con 18 punti in 38 partite, e non è stato rinnovato per la Serie B. A quel punto, a metà luglio, Sensi è stato intervistato da RadioSportiva e gli è stato chiesto come stesse vivendo la ricerca di una nuova avventura. Ha risposto come se volesse dire più cose insieme, e con una certa inquietudine di fondo: «Bene, mi posso godere la famiglia e i bambini. Certo, più passano i giorni e più sale la tensione. Però sono tranquillo, anche l’anno scorso ho passato questo periodo così. Sono abituato, anche se non è una gran cosa».

Nel suo momento di massima ascesa, dopo quel mese d’oro con l’Inter e la prima riabilitazione di un mese a casa, Le Iene mandarono in onda uno scherzo veramente irrilevante sul piano della trama girato con la complicità di sua moglie. In breve: lei lo costringe a fare il modello di intimo per la sua linea, lui si imbarazza per le foto, ma era uno scherzo, fine. Infatti una delle scene più sottolineate è una lunga sequenza di Sensi che passa l’aspirapolvere ovunque in casa, tra un confronto con la moglie e un altro, sulle note di I Want To Break Free dei Queen.

Io non so come si senta veramente Sensi ma mi sembra che oltre ad aver fatto la sua dignitosa carriera, comunque non ci abbia creduto così tanto da rimanerci veramente male, che per me è una cosa nobile, che mi suona consolatoria.

Oggi Sensi gioca nel campionato cipriota. Per chi ha fatto le scuole in Italia è un po’ una barzelletta, quando te lo dicono al liceo ci resti anche un po’ male, però è la verità: studi il greco antico per 5 anni e questo grande pezzo della tua adolescenza non riaffiora mai per 13 lunghi anni fino a che scavando nel presente di Stefano Sensi non ti imbatti nei commenti dei tifosi dell’Anorthosis.

C’è un video su Facebook a lui dedicato con due commenti: il primo di un tale Andreas che scrive “Vero leader e futuro leader del nostro tutto”, e poi quello di un’associazione religiosa locale che scrive “Grande leader e umile". Solo grazie all’eredità nobile del Liceo Classico ho potuto notare che Facebook traduce sempre “leader” ma se Andreas per esprimere il concetto utilizza una parola derivata dalla radice “arch-”, che è più legata al concetto di potere, autorità, l’associazione religiosa ne utilizza una derivata da “heghe-”, più vicina al concetto di guida, comando.

Non so se Sensi sia più un leader per qualità morali o tecniche ma se penso che sta facendo il generalissimo nel centrocampo dell’Anorthosis, sono genuinamente felice. Si è aggregato al gruppo a inizio ottobre e da quando è arrivato non è mai uscito dal campo, letteralmente: 23 presenze fra tutte le competizioni di cui 21 da titolare, soltanto due partite saltate, ma per squalifica. Per 19 volte ha giocato 90 minuti senza essere sostituito, e ha già messo insieme 8 gol, tra cui 5 su rigore e 1 su punizione, insieme a 5 assist, sempre grazie ai calci piazzati.

L’ultima notizia che ho su di lui è che il suo allenatore, che non poteva che essere Mauro German Camoranesi, è stato messo un po’ sotto inchiesta dalla tv cipriota nel post-partita di Anorthosis - E.N.Y. (squadra col nome che sembra un collettivo di rapper anni ‘90 e una storia recente un po’ folle e un po’ triste legata al magnate russo che l’ha acquistata, che è purtroppo fuori dall’oggetto di questo articolo). Camoranesi ha tolto Sensi al 57’, con l’Anorthosis in vantaggio 1-0, giustificandosi poi davanti ai giornalisti con la necessità di «gambe fresche».

Alla fine l’E.N.Y. ha pareggiato al 94’, e l’Anorthosis ha dovuto rimandare il primo filotto stagionale di 2 vittorie consecutive (l’appuntamento è stato centrato finalmente la scorsa settimana). La “Grande Signora”, come viene chiamata in Cipro, sta infatti attraversando una brutta stagione, anche se le cose sono migliorate con l’arrivo di Camoranesi. È arrivata nona nella prima fase della Cyprus League, finendo nel secondo girone, quello che decide le tre retrocesse. È in una situazione di classifica abbastanza tranquilla per cui non dovrebbe rischiare nulla, una situazione magari non ideale per il blasone, ma comunque non scontata dopo aver passato ben nove giornate negli ultimi due posti a inizio campionato.

L’Anorthosis è lontana dai fasti degli anni 2000, ed è in generale una realtà più piccola rispetto alle squadre delle città più importanti, Nicosia e Limassol, e più indietro rispetto al Pafos. Prima che arrivasse Camoranesi, Sensi è stato allenato da Temur Ketsbaia, una vera leggenda dell’Anorthosis, prima da calciatore e poi da allenatore, che lo ha impiegato principalmente come mezzala di un 4-3-3 o doppio pivote di un 4-2-3-1, e ha lasciato parole al miele su di lui: «Giocatori come Sensi non sono facili da portare nel campionato cipriota, siamo fortunati ad aver avuto questa opportunità. Ce lo hanno suggerito e abbiamo detto subito di sì (...) Siamo felici di aver trovato un calciatore e un leader di questo livello, aiuta la squadra e i ragazzi più giovani».

Ketsbaia ha poi sottolineato la sua esperienza «ad alti livelli, in competizioni importanti, con la maglia della Nazionale». Tutte cose che Sensi ha fatto se gli guardiamo i timbri sul passaporto, ma alla fine della sua carriera possiamo dire davvero che abbia giocato ad alti livelli? Per me l’importante è che in questo momento sia ben voluto, ed è un mezzo miracolo che stia giocando con questa continuità in un campionato europeo di prima divisione, tornando a mettere insieme gol e assist, e a farsi chiamare “Maestro”.

Il suo rapporto con la Nazionale è interrotto dal 2022, e il suo nome non è mai emerso tra quelli sulla lista di Gattuso. Dopo che abbiamo provato a navigare un po’ attraverso il Pensiero Magico, oltre i playoff per i Mondiali, aggrappandoci a quello che siamo stati e che saremmo potuti essere, immaginando un ritorno di Verratti, puntando di nuovo su Federico Chiesa, non avrebbe avuto senso scommettere su Sensi?

Perdere l’amore è una rubrica di UltimoUomo, qui trovate le altre puntate:
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Rafal Wolski
Bojan Krkic
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Salih Uçan

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