
Mentre mezza stampa italiana cercava di ritrarre Simone Inzaghi come Satana, responsabile unico di tutto ciò che nell’Inter non aveva funzionato nella coda di una stagione in cui i nerazzurri erano implosi sul più bello, Giuseppe Marotta andava a caccia dell’allenatore del futuro.
Tutto lasciava pensare a una rivoluzione di nome Francesc Fàbregas, materializzatosi a Como a miracol mostrare dopo una folgorante carriera da calciatore. L’Inter, però, non aveva fatto i conti con la volontà della proprietà lariana di mostrare i muscoli: «Abbiamo comunicato il nostro rifiuto direttamente al presidente dell’Inter, che lo ha riconosciuto con la cortesia e la chiarezza che ci si aspetta tra club che nutrono reciproco rispetto. Per questo motivo, trattiamo le voci insistenti sul loro interesse per il nostro allenatore come pura fantasia: difficilmente qualcuno insisterebbe dopo una risposta tanto chiara. Soprattutto un club del calibro dell’Inter»‚ aveva tuonato il club in una nota ufficiale firmata dal presidente Suwarso. L’arrivo di Fàbregas avrebbe comportato la quasi certa trasformazione tecnico-tattica – e di conseguenza d’organico – di una rosa da anni imperniata attorno al 3-5-2, per quanto con la differenza di principi e uomini che aveva contraddistinto l’epoca Conte prima e quella Inzaghi poi. Sfumato il tecnico spagnolo, l’Inter era parsa spaesata, costretta a ripiegare su due nomi dal profumo vagamente nostalgico, che avevano popolato lo spogliatoio nerazzurro da calciatori: Patrick Vieira e Cristian Chivu. Entrambi chiamati in corsa da un club a caccia della salvezza: il Genoa aveva puntato a sorpresa sul francese, il Parma aveva scelto l’ex difensore per una sorta di sterzata filosofica rispetto alla gestione Pecchia.
A Parma si era sporcato le mani, Chivu, raccogliendo una squadra un po’ troppo farfallona per quelli che sono gli standard della lotta salvezza in Italia. Aveva optato per la coperta di Linus del nostro calcio, la difesa a cinque: esaltato Pellegrino e Valeri, lanciato Leoni, recuperato Keita, nobilitato le sfuriate di Ondrejka. Alternando lotta e governo, il Parma si era così arrampicato fino alla salvezza, raccogliendo punti dove troppo spesso le piccole rinunciano persino all’idea: prima gli otto tra Bologna, Juventus, Inter e Fiorentina, quindi i cinque tra Lazio, Napoli e Atalanta. Più di un terzo del fatturato complessivo della stagione dei ducali raccolto così, in sfide teoricamente fuori portata: un tesoretto necessario per la salvezza.
Le poche panchine tra i professionisti sembravano sconsigliare l’azzardo, a differenza di Vieira, magari più tormentato nei risultati in giro per l’Europa ma con un background più variegato da allenatore. Ma anche Vieira, come Fàbregas, da amante della difesa a quattro avrebbe costretto l’Inter a una mezza rivoluzione. E allora via libera a Chivu. Nasceva così la stagione del ventunesimo scudetto interista: un allenatore tutto da scoprire, un Mondiale per club nel quale tuffarsi in fretta, un mercato da impostare sulla scia di quanto fatto in passato. Volendo schematizzare il lavoro che ha consentito a un tecnico sostanzialmente esordiente in Serie A, tolta la fugace e positiva esperienza di Parma, di vincere lo Scudetto al primo tentativo, è possibile farlo dividendolo in tre macro-aree: mentale, tattica, comunicativa.
LA PARTE MENTALE
Se da un lato Chivu raccoglieva un’Inter con certezze granitiche sotto il profilo tattico, forte di un impianto di gioco che con Inzaghi, a dispetto di tutti i detrattori, oltre ai trofei aveva portato soprattutto i nerazzurri per ben due volte all’ultimo atto della Champions League, dall’altro doveva immediatamente rispondere a un aspetto critico: i postumi emotivi del terrificante 5-0 subito proprio in finale con il Paris Saint-Germain. Un crollo inatteso nelle proporzioni, per quanto l’Inter non partisse certamente con i favori del pronostico, e in grado di incrinare qualsiasi convinzione di un gruppo che era parso ormai a fine ciclo già prima della finale. Una squadra infarcita di over 30, spremuta come un limone nel tentativo di tagliare il traguardo, ma destinata a cambiare pelle.
Subito dopo il Mondiale per club, Chivu si è anche trovato a dover affrontare una valanga inaspettata: «Il messaggio deve essere chiaro: chi vuole restare deve restare, chi non vuole restare deve andare via. Voglio lottare per obiettivi importanti, questa è una maglia importante e questo deve essere il messaggio: per rimanere in alto e portare trofei dobbiamo avere voglia. Qua bisogna volerci stare: chi non vuole rimanere, se ne vada. Ho visto tante cose che non mi sono piaciute», tuonava Lautaro Martinez dopo il 2-0 subito negli ottavi di finale della competizione estiva.
Un messaggio netto eppure criptico allo stesso tempo: mancava, infatti, il principale destinatario dello sfogo. Un bersaglio identificato da molti, senza averne la certezza assoluta, in Hakan Calhanoglu, attirato dalle sirene turche e presente solo per onor di firma negli Stati Uniti a causa di un problema fisico; più sfumata, invece, l’ipotesi che l’obiettivo fosse Marcus Thuram, teoricamente sacrificabile sul mercato anche per ragioni tattiche (ci arriveremo). A dare la conferma era stato così direttamente il presidente interista Marotta: «Forse Lautaro si riferiva alla dinamica di Calhanoglu, la situazione verrà definita presto, con calma e lucidità. Ci parleremo per risolvere i problemi, il richiamo da parte di Lautaro trova condivisione nella società perché questo è lo spirito che ci può portare lontano». A quel punto, preso per il colletto direttamente dal presidente, era arrivata la risposta di Calhanoglu: «Queste sono parole che dividono, non uniscono. […] Rispetto ogni opinione, anche quella di un compagno, anche quella del presidente. Ma il rispetto non può essere a senso unico. L'ho sempre dimostrato, dentro e fuori dal campo. E credo che nel calcio, come nella vita, la vera forza stia proprio nel sapersi rispettare, soprattutto nei momenti più delicati. Non ho mai tradito questa maglia. Non ho mai detto di non essere felice all'Inter. In passato ho ricevuto offerte, anche molto importanti, ma ho scelto di restare. Perché so cosa rappresenta questa maglia. E pensavo che le mie scelte parlassero da sole. […] Amo questo club. E amo questi colori, per cui ogni giorno ho dato tutto. Il futuro? Lo vedremo. Ma la storia ricorderà sempre chi è rimasto in piedi. Non chi ha alzato di più la voce». A scatenare l’ipotesi di uno spogliatoio spaccato in due, quello che per i media sportivi di questa epoca è ormai un elemento irrinunciabile, “l’indizio social”: il like di Marcus Thuram sul post del turco.
Il lungo comunicato del turco.
Su questa vicenda e sul post-Champions, a posteriori ci torna utile un’intervista successiva di Lautaro Martinez, rilasciata a settembre e quindi a mercato ormai chiuso a France Football: «Dopo la Champions ho passato cinque giorni senza parlare. Volevo parlare con i compagni, ma non ci sono riuscito. Non mi è uscito nulla, ero bloccato. Ero ansioso e triste, è stato un colpo durissimo. Avevamo la possibilità di vincere tre titoli e alla fine ci siamo ritrovati senza niente. È il dolore più profondo che abbia mai provato. Le mie dichiarazioni dopo il Mondiale per club erano generali, non rivolte a Calhanoglu in particolare: da capitano, è quello che mi è venuto da dire in quel momento. A qualcuno può piacere, ad altri no, poi ne abbiamo parlato con il gruppo, l’allenatore e i dirigenti e tutto è stato chiarito».
Chivu si trovava così seduto su una bomba nella speranza di non farla esplodere, con un mercato ancora tutto da decifrare. Il nuovo allenatore ha fatto affidamento sulla sua lunga esperienza da calciatore per capire come risollevare un gruppo sfibrato, ha riportato il sereno e ha affrontato nel migliore dei modi, a livello di gestione mentale, tutti i momenti potenzialmente critici della stagione: un avvio di campionato con due sconfitte nelle prime tre giornate (Udinese e Juventus); la sconfitta di Napoli, in cui proprio Lautaro Martinez era andato a un passo dalla crisi di nervi con tanto di confronto polemico in campo con Antonio Conte; la brutta seconda parte di League Phase di Champions, con l’obiettivo delle prime otto posizioni sfumato nonostante 12 punti nelle prime quattro partite (a onor del vero molto semplici); il tornado che si è abbattuto su Bastoni dopo la simulazione che aveva provocato l’espulsione di Kalulu in quello che, per molti, è stato l’ultimo vero momento di svolta della stagione, il big match con la Juventus; la capacità di curare le ferite lasciate dalla mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali in un gruppo che aveva dato a Gattuso alcuni elementi cardine della formazione scesa in campo a Zenica (Bastoni, espulso, Barella e Dimarco, persino Francesco Pio Esposito con il rigore sbagliato).
In questo, Chivu si è molto avvicinato a quello che nelle grandi leghe americane definiscono “players’ coach”, una figura che potremmo etichettare come ancelottiana. Un esempio di questo legame fortissimo con i calciatori riguarda Federico Dimarco, che a fine settembre aveva deciso di sparare su Simone Inzaghi e sulla gestione del tecnico piacentino: «Mi sono sempre allenato al 100%. Giocando più spesso 90 minuti cresci di più di condizione piuttosto che uscire sempre dopo un’ora». Una dichiarazione che, in quel momento della stagione, suonava surreale: non solo per il debito di riconoscenza che Dimarco avrebbe dovuto avere nei confronti di Inzaghi, ma anche per il mero dato di minutaggio accumulato fino a quella conferenza stampa, arrivata prima della sfida europea con lo Slavia Praga, vale a dire 65 minuti spaccati di media in sei presenze. Eppure, da quel momento in avanti, Dimarco è effettivamente diventato inamovibile, a costo di sovraccaricarlo e di ritrovarlo leggermente meno lucido più avanti nel corso della stagione. E Dimarco non è stato l’unico a magnificare Chivu nel confronto diretto con il predecessore: «Quest’anno è cambiato tutto, il mister coinvolge più giocatori, fa credere a tanti che possono fare i titolari e questa è una bella cosa. Lo scorso anno ero in terza fila, non venivo schierato mai, neanche nelle seconde linee», ha detto Piotr Zielinski a fine dicembre, decisamente il most improved tra i giocatori interisti nel confronto tra le due stagioni.
LA PARTE TATTICA
Nelle settimane del Mondiale per club si rincorrevano le voci di un’Inter pronta a passare al 3-4-2-1 come sistema di gioco principale. Il 3-5-2 da usare durante la spedizione statunitense, per evitare di creare inutili problemi alla squadra, e poi la volontà di cambiare, di lavorare su pochi elementi da inserire per cercare di non smontare del tutto l’ossatura della squadra. Un cambiamento sicuramente meno traumatico rispetto a quello che ci sarebbe stato con un allenatore più orientato sulla difesa a 4. E proprio in quella direzione andava l’accordo raggiunto con Ademola Lookman già alla metà di luglio, elemento ideale per il cambio di assetto. A mettersi tra l’Inter e il nigeriano era però arrivata la cessione di Mateo Retegui: l’Atalanta, forte dei quasi 70 milioni incassati per il centravanti, si è seduta in riva al fiume, dettando le proprie condizioni e rifiutando le prime proposte nerazzurre, ritenute troppo basse. A nulla era servito lo strappo dell’attaccante, che il 3 agosto 2025 presentava una richiesta ufficiale di cessione: «Qui ho dato tutto, ma le promesse sono state disattese. È il momento giusto per voltare pagina». Un braccio di ferro infruttuoso per l’Inter, che intorno alla metà di agosto decideva di abbandonare la pista Lookman. Nel farlo, però, mandava in soffitta anche il cambiamento di sistema di gioco: avanti col 3-5-2. «Ci siamo resi conto che non era la cosa migliore cambiare un sistema di gioco che aveva dato tante certezze e ottimi risultati a questa squadra. Chivu ha fatto delle valutazioni con noi e c’è stata la crescita di Pio Esposito, avere quattro attaccanti come i nostri pensavamo che fosse più che sufficiente per questo 3-5-2», avrebbe detto poi Piero Ausilio a inizio dicembre ripercorrendo la trattativa Lookman.
Dei cambiamenti dell'Inter di Chivu rispetto a quella di Inzaghi avevamo raccontato in questo video che trovate sul nostro canale YouTube.
Chivu stesso, dunque, ha accettato di buon grado di proseguire nel solco di quanto fatto da Inzaghi, ritrovando probabilmente anche delle certezze che gli avevano consentito di fare bene a Parma, per poi effettuare ritocchi ritenuti necessari. In una sorta di tavola rotonda organizzata con alcuni media già a ottobre, Chivu mostrava i dati di una squadra con un baricentro più alto di circa otto metri rispetto all’annata precedente, con una volontà più marcata di riconquistare palla nell’ultimo terzo offensivo e di andare in verticale appena possibile.
Del resto, il mercato non aveva colmato quella che per tutti era (ed è) la lacuna principale dell’Inter, la presenza di un giocatore in grado di saltare l’uomo e creare superiorità numerica. Aveva però consegnato a Chivu un giocatore, Manuel Akanji, solo teoricamente arrivato per sostituire il partente Pavard. Dopo qualche esperimento iniziale, l’ex Manchester City si è trovato ad agire in quella che era stata la posizione di Francesco Acerbi, il prototipo del totem inzaghiano, dirottando sul centro-destra Yann Bisseck, sempre più titolare inamovibile della difesa a tre interista. Un giocatore diversissimo da Pavard, che ha portato Chivu a mandare rapidamente in soffitta il complesso sistema di interscambi che caratterizzava la costruzione di Inzaghi: pur decidendo di costruire spesso a quattro dietro, l’Inter ha cambiato modo di farlo, rinunciando alla scalata di Calhanoglu (o del regista di turno) tra i centrali per aprire invece uno dei due “braccetti” e chiedere supporto all’esterno sul lato opposto. Chivu, inoltre, ha potuto esasperare anche alcuni momenti di pressing con gli attaccanti potendo contare su una batteria di quattro giocatori offensivi invece che di due, potendosi permettere il lusso di inserire elementi di valore e freschi dopo l’ora di gioco: l’impatto dato da Esposito e Bonny è stato notevolmente superiore rispetto a quello di Taremi e Arnautovic, e questo ha consentito a Chivu anche di poter sopperire ai lunghi momenti di magra di Thuram, che soltanto in questo finale di stagione è tornato ai livelli delle stagioni con Inzaghi.
Al tecnico va però riconosciuto il merito di aver trovato un modo di stare in campo pur avendo perso un elemento cruciale come Dumfries. Luis Henrique non è un giocatore che ha rubato l’occhio, per voler essere teneri: talvolta distratto in situazioni difensive e praticamente nullo in fase offensiva nonostante un passato da esterno d’attacco, ha rivestito il ruolo di “quinto” in maniera ai limiti dello scolastico, rinunciando a qualsiasi velleità personale per agire quasi da facilitatore dell’inizio azione interista. Spesso era lui il quarto uomo ad abbassarsi sulla destra per consentire a Dimarco di attaccare lo spazio dalla parte opposta. In un primo momento, infatti, Chivu aveva provato a lavorare con Carlos Augusto sulla corsia destra, trovando però un ostacolo praticamente insormontabile nella costruzione: la tendenza dell’ex Monza ad andare sul piede forte, il sinistro, rendeva la manovra dell’Inter melmosa e l’esperimento è stato archiviato in tempi rapidi.
LA PARTE COMUNICATIVA
Raramente la parabola comunicativa di un allenatore è stata dicotomica come quella della prima stagione interista di Cristian Chivu. Soprattutto i primi mesi dell’allenatore ex Parma sono stati contraddistinti da un clima di estrema distensione, in totale controtendenza con un campionato in cui sbattere i pugni sul tavolo è la prassi. E così, mentre Marotta si presentava davanti alle telecamere post Napoli-Inter per dire che l’episodio del rigore concesso agli azzurri era stato «determinante per rompere l’equilibrio, nato da una valutazione dell’assistente: bisogna fare chiarezza, io sono per la centralità dell’arbitro. Da lì la partita ha preso una svolta particolare», dall’altra Chivu decideva di impersonare la figura dell’allenatore che pensa solamente al campo: «La società ha il diritto di fare quello che ritiene giusto, io per coerenza non verrò mai a lamentarmi perché ho una dignità e un approccio diverso. Non mi interessa la reputazione, né far vedere quanto sono bravo, i giocatori devono pensare solo a giocare. Sto cercando di cambiare le cose, ma per ora lotto da solo. Siamo sempre abituati a piangere e lamentarci: dobbiamo evolverci. Finché sarò qua farò questo». Un approccio positivo che gli aveva procurato enormi applausi: una Serie A diversa, in quel momento, sembrava possibile.
La faccenda ha però iniziato a prendere una piega diversa poco prima della Supercoppa Italiana, torneo che avrebbe visto uscire i nerazzurri in semifinale contro il Bologna ai calci di rigore. Seccato dalle critiche post sconfitta con il Liverpool, per la prima volta Chivu aveva scelto di alzare i toni, di lanciarsi in un uno contro tutti dai contorni persino difficili da spiegare, riferendo di un’Inter che era stata definita “fallita e finita” dagli addetti ai lavori. E subito dopo il successo di Genova, aveva rincarato la dose: «Cinque mesi fa dicevano che dovevamo finire ottavi o decimi».
Una ricostruzione a dir poco fantasiosa che ha fatto pensare a un Chivu reso nervoso dalle costanti polemiche innescate, per esempio, da Antonio Conte, che dopo la partita contro il Verona aveva spostato l’attenzione sugli arbitraggi per via di un mani di Hojlund che non lo aveva particolarmente convinto. Già da qualche settimana, infatti, sulla testa di Chivu iniziava a pendere la spada di Damocle della definizione di allenatore non in grado di imporsi negli scontri di un certo peso: battuto dal Liverpool (anche in quel caso, Chivu aveva deciso di sorvolare sul rigore che aveva deciso il match per gli inglesi), dall’Atletico Madrid, dal Milan nel derby di andata, dal Napoli al Maradona, dalla Juventus allo Stadium. Una trasformazione che ha avuto la propria consacrazione nel post partita di Inter-Juventus di metà febbraio, il momento in cui Chivu avrebbe potuto dare solidità alla sua prima fase comunicativa portandola a un nuovo livello e invece ne ha dimostrato la piena contaminazione con un campionato che, in fin dei conti, bazzica da quando era poco più che ventenne.
Lo stesso Chivu che, prima della partita, aveva detto di non voler parlare di arbitri, anzi, di essere pronto a farlo «soltanto quando un allenatore che ha avuto un episodio a favore uscirà e dirà “ha sbagliato a mio favore, chiedo scusa”», dopo la partita e la bufera innescata dall’episodio Bastoni-Kalulu avrebbe clamorosamente fatto marcia indietro. Un errore lampante, quasi servito dal destino per consentirgli di andare davanti ai microfoni e ammettere il favore. «Un giocatore ammonito (Kalulu) dovrebbe evitare di fare determinati gesti che possono mettere in difficoltà la decisione di un arbitro: sapendo di essere ammonito, poteva evitare di mettere la mano sul nostro giocatore. Bastoni? Non si può mettere in dubbio il fatto che lui senta un pugno sul braccio o sul petto. Io dico ai miei giocatori che non devono mettere l’arbitro nelle condizioni di prendere decisioni».
Dal carro della comunicazione di Chivu sono scesi tutti a velocità supersonica, con un’inversione a U degna di nota perfino in un Paese in cui è la specialità della casa. «Una recita da teatrino di periferia», ha scritto Daniele Dallera sul Corriere della Sera. Quello che poteva essere interpretato come un singolo passaggio a vuoto figlio del trambusto del momento, però, è diventato uno dei marchi distintivi di Chivu nella seconda metà della stagione, e se vogliamo esagerare possiamo dire che ne ha cementato la sua figura di arci-interista. Qualche giorno dopo, tornato in conferenza stampa prima del tracollo con il Bodo Glimt, ha rincarato la dose: «Bisogna smettere di fare i moralisti, succede ogni domenica. Da Maradona che segna con la mano e nessuno gli ha mai detto nulla a noi che abbiamo subito un torto a Napoli e nessuno si è offeso. Si va avanti». Quindi, una legnata a Spalletti, che nel post Inter-Juventus si era permesso di dirsi dispiaciuto per Kalulu che «dopo due torti colossali si è preso del bischero da Chivu che gli dice come si dovrebbe comportare: questo è difficilmente accettabile, perché darebbe a me la possibilità di parlare dei calciatori dell’Inter, cosa che io non devo fare». «A me non interessa quello che si dice in sedi dove c’è un po’ di frustrazione, dove non sono in grado di gestirla: bisogna accettare il fatto che la squadra in testa è sempre quella più odiata», era stata la risposta di Chivu, pescata direttamente dal manuale di José Mourinho da Setubal, alla voce «rumore dei nemici».
È come se, da un certo punto in avanti, Chivu si fosse ricordato gli anni passati agli ordini di due allenatori decisamente spigolosi, Fabio Capello e il già citato Mou, assoluti protagonisti delle battaglie dialettiche tra tecnici, due monumenti della storia polemica della Serie A. E allora non si è più fermato, ha proseguito, con un «Non sono un fesso» prima di Inter-Cagliari che anche al più sbadato ha riportato alla mente il «Non sono un pirla» che segnò il primo passo italiano del portoghese. E ha ribadito, in maniera manifesta, il suo cambio di posa: «Se all’inizio la narrativa e quello che volevo trasmettere al gruppo passava da determinate cose che dicevo in un determinato modo, è evidente che queste siano cambiate strada facendo e mi sono adeguato: siamo partiti come se dovessero finire ottavi, ero un allenatore inesperto che doveva andare via dopo poche giornate, invece siamo andati avanti».
Individua nella Juve il punto di svolta, e come abbiamo visto è una ricostruzione azzardata: «Quella partita è diventata una gogna mediatica, per l’Inter e per un giocatore in particolare. Lì la narrazione cambia. Ma io non sono stato mai polemico, non ho mai messo maschere, ho sempre cercato di non parlare di arbitri. Se a questo punto della stagione siamo quello che siamo, e a qualcuno non piace quello che dico, allora non è un problema mio quello che gli altri pensano di me. Io penso alla gente che mi ama, lavoro per loro e non per essere amato da qualcun altro. E per chiarire quello che avevo detto pre-Juve: quando vedrò un allenatore che riuscirà a dire che ha avuto un episodio a favore, parlerò di arbitri. Ma non ho detto che sarei stato io il primo».
E allora via lo smoking bianco e benvenuto a questo rinnovato Cristian Chivu che si getta nell’arena come i vari Conte e Allegri, trasformista, polemista, più umano più vero, arci-interista e in parte anche arci-italiano, capace di rianimare un gruppo solo in apparenza logoro fino a dargli vita nuova. Campione d’Italia, soprattutto. Che alla fine, per chi fa questo mestiere, è quasi sempre l’unica cosa che conta.


