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Bellissima tristezza
13 mar 2026
Il rapporto dello sci con la velocità, il pericolo e la morte.
(articolo)
23 min
(copertina)
Illustrazione di Arianna Farina
(copertina) Illustrazione di Arianna Farina
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Un uomo se ne va verso il bosco. Ha appena lanciato i bastoncini dall’altra parte della pista, si è tolto gli sci e ha gettato alle ortiche una medaglia d’oro olimpica in slalom speciale. È una scena che stringe il cuore: la sua andatura è incerta, cade come se fosse un bambino che ha visto la neve per la prima volta. Una gara di sci alpino può ridurre così chiunque.

Se ne va verso il bosco, Atle Lie McGrath, ed è solo. Chi scia è sempre solo, ma questa volta è diverso. È bastato un errore, su una porta, per inforcare e compromettere tutto. Era in testa dopo la prima manche, dominata col pettorale numero uno. Il suo amico fraterno Lucas Pinheiro Braathen, nella stessa identica situazione due giorni prima, ha vinto l’oro in gigante.

Non appena McGrath si rende conto di aver inforcato, un tecnico della Svizzera gli esulta in faccia: è il quarto oro svizzero su cinque gare, mentre la Norvegia chiude un’Olimpiade senza una medaglia d’oro o d’argento nello sci alpino maschile per la prima volta da Calgary 1988.

Più che alle statistiche, forse McGrath pensava a "Fafao". Era il soprannome del nonno, morto proprio il giorno della cerimonia di apertura dei Giochi. McGrath, che ha 25 anni ed è al comando della classifica di slalom di Coppa del Mondo, ha sciato col lutto al braccio.

Il norvegese smette di camminare solo quando trova una rete rossa. Chissà perché è lì, quella rete. Ne ha già oltrepassata una per uscire dal tracciato di gara, quest’altra però sembra sia la fine della mappa di Fortnite. Allora si lascia cadere lì, McGrath, a peso morto sulla neve, e guarda verso l’alto.

«Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere», ha detto dopo la gara «Credo di aver bisogno di aiuto».

In un lungo post di diversi giorni dopo, McGrath ammette di essersi chiesto tante cose. Domande fondamentali, dubbi esistenziali per uno sciatore: perché fare questo strano sport in cui vanno abbattuti o schivati (o entrambe le cose) dei paletti prima rossi e poi blu, poi ancora rosso e blu, rosso e blu, all’infinito?

«È per vincere medaglie? No. È per diventare uno sciatore che la gente ricorderà? No. Lo faccio perché mi fa sentire qualcosa» dice McGrath.

Ed è attorno a questo intangibile, indefinito qualcosa che ruota tutto lo sci alpino.

***

Quando qualunque persona scia, è tante cose. Due mi sembra sovrastino le altre: si è soli e si è in balia degli errori.

Al contrario del calcio e di altri sport di squadra, l’esito della tua sciata dipende in grandissima parte da te. Non solo da te, perché gli sci te li devono preparare bene e diverse altre cose, ma dopo la partenza c’è chi scia e la pista. Fine.

La solitudine nello sci è ovunque. Al più, le persone attorno sono un ostacolo, vorremmo che non ci fossero. Se hai mai sciato, pensa a quant’è brutto trovarsi in una pista con troppe persone. La neve si rovina molto in fretta, si creano gobbe e voragini, gli sci slittano, devi guardarti di continuo in giro per evitare chi va troppo piano o troppo forte.

Foto dell'autore.

Quando non c’è nessuno, invece, è un paradiso. Avere tutta la pista a disposizione significa poter fare la velocità e le curve che si preferiscono, non c’è niente tra te e la neve. Chi scia ricerca la solitudine. «Andiamo a fare quella pista là, non c’è mai nessuno», è una delle frasi più usate da chi scia per diletto.

Chi scia per professione, poi, è ancora più solo. Durante gli allenamenti piste intere vengono addirittura chiuse per una sola persona. Altre volte si allenano su tracciati preclusi al pubblico squadre intere, ma sempre un atleta alla volta. Chi non scia, aspetta che gli altri abbiano finito. E a volte si trova ad aspettare anche parecchio. Ridurre al minimo questa attesa è uno dei motivi per cui così tanti sciatori hanno creato quelli che di fatto sono team privati: staff privato, linee d’allenamento private, scendo quando e dove voglio (se ho i risultati che mi permettono questo status).

È singolare il concetto di squadra, nello sci alpino. Quando le cose funzionano, è merito del collettivo, di quanto si lavora con armonia, della fiducia data da un ambiente sano. Quando le cose non girano si dà la colpa a una sola persona, che è costretta alle dimissioni o messa fuori squadra.

Lo sci alpino, poi, è una disciplina piena di variabili. Non scenderai mai sulla stessa pista due volte: cambia la neve, cambia il tracciato, cambia la visibilità, cambi tu. Questo non fa che ridurre ulteriormente qualsiasi tipo di certezza. Rende tutti più fragili, insicuri, soli. In diverse interviste, Jannik Sinner ha detto che è anche per questo che ha preferito il tennis allo sci (di cui pure era una giovane promessa): perché fare un singolo errore compromette un punto, magari un game, non un’intera gara. E non ci sono più tentativi al giorno: sbagli una volta, finito tutto.

La vita di un giovane sciatore, infatti, è tantissimo contorno e poco sci. Può capitare che chi scia faccia tre ore di macchina da casa alla sede di gara. Il riscaldamento avviene perlopiù a secco, attorno alla zona di partenza, senza gli sci ai piedi. Flessioni, addominali, squat, lavoro con gli elastici. Una manche di gare, se va bene anche la seconda. Poi si pranza, si rimette tutta la roba nei pesantissimi zaini, si rimonta sul pulmino dello sci club verso casa. Non è difficile che una ragazzina di 14 anni stia in giro dieci/dodici ore per sciare (tempo effettivo) dieci/dodici minuti.

"È in questo contesto moralmente devastante, che obbliga a condensare un anno di allenamenti in una gara di poco più di un minuto, che si allena, gareggia" e scia qualsiasi ragazzino che vuole emergere nello sci. È una frase che Giuseppe Pastone nel libro La caduta dei campioni usava per il nuoto e per Ruta Meilutyte, ma calza a pennello anche per lo sci. Che, come il nuoto, è uno sport violento verso chi lo pratica.

Come nel nuoto, nello sci non puoi comunicare con niente e nessuno mentre fai attività. Esternare le proprie emozioni o la propria personalità è possibile solo attraverso il gesto tecnico: la faccia non si vede (è coperta da casco e lente della maschera), tempi morti non ce ne sono, spazio per la creatività individuale sostanzialmente assente.

Anche per questo, in un mondo sempre molto simile a se stesso e poco avvezzo ai cambiamenti com’è lo sci alpino, Lucas Pinheiro Braathen è una rivoluzione. Dopo aver lasciato la superpotenza degli sport invernali, la Norvegia, compete per un Paese del tutto estraneo a questo mondo, il Brasile, e addirittura balla all’arrivo delle gare. La vetustà del sistema ha peraltro costretto anche lui al ritiro, a soli 23 anni: non è un caso che sia tornato alle gare solo con un team privato.

***

Poche cose hanno il gusto della fine del mondo come un impianto da sci in estate. Stando lì, senza cabinovie ed energia per funzionare, ci fanno fare un salto nel mondo del futuro. Un mondo distopico, surriscaldato e decadente, nel quale sciare sarà l’ultimo dei problemi.

Frequentando la montagna d’estate, capita di imbattersi in queste costruzioni avulse al contesto. Piloni d’acciaio con rotelle in cima, sulle quali scorre un cavo, al quale è attaccata una serie di seggiolini, su cui siedono le persone che sciano. Pochissimi impianti di risalita hanno vita anche d’estate: la gran parte è ferma, in attesa che torni a nevicare.

Quando poi l’inverno arriva per davvero, non sempre le cose filano lisce. Gli impianti di risalita hanno bisogno di manutenzione e di un sacco di soldi. Vengono rimpiazzati, sostituiti, alcuni tornano (magari solo in parte) in funzione ma in tutt’altro comprensorio, a centinaia di chilometri di distanza. Tristemente, le tragedie non sono rare.

Chi è già stato su una seggiovia ha presente la punta di angoscia che fa capolino in un angolo del cervello quando il cavo si ferma. Nelle seggiovie più moderne capita decine di volte al giorno: magari un bambino è salito male sul seggiolino, e il manovratore rallenta o ferma la seggiovia per permettergli di risalire.

Tutti, nel frattempo, restano sospesi nel vuoto. Dondolare su un sedile di plastica e ferro a decine di metri dal suolo, appesi a un solo cavo sopra la testa, è un’esperienza per cui si pagano skipass da quasi 90 euro al giorno, in Italia. Negli Stati Uniti pure 200 dollari e oltre.

Sembra uno scenario perfetto per un film horror, e infatti. In Frozen (Adam Green, 2010) un trio di amici fa di tutto per spendere il meno possibile per gli impianti di risalita, finché il macchinista non si dimentica di loro all’ultimo giro di giostra, a fine giornata. I tre rimangono sulla seggiovia diverse ore, finché, prima di congelare, uno di loro decide di buttarsi di sotto. Nell’impatto si rompe entrambe le gambe, non fa una bella fine e non è l’unico.

Una delle recensioni al film dice che avrebbe creato lo stesso effetto-panico per lo sci che Lo squalo creò per il nuoto. Non è proprio andata così. Nessun disastro ha rallentato significativamente lo sci alpino o delle attività in alta montagna: e sono stati tanti. Dall’aereo statunitense che tranciò i cavi della funivia del Cermis nel 1988 all’incidente della funivia del Mottarone nel 2021, passando per i due casi riguardanti la funivia del Monte Faito a Castellammare di Stabia (1960 e 2025), la storia degli impianti di risalita è anche la storia di errori, sottovalutazioni e negligenze.

Ma a tutti sciare piace più di tutto.

***

Osservando certe dinamiche da fuori, non si può fare a meno di notare come lo sci alpino crei molti contesti disfunzionali per la comunicazione. Pur essendo uno sport prettamente individuale, nel quale le persone introverse si trovano a meraviglia, costringe a situazioni imbarazzanti. È il caso dei tanti minuti passati sugli impianti di risalita.

Su seggiovie, skilift, ovetti, funivie e simili uno sciatore passa un’indicibile quantità di tempo. Ovviamente, alcuni impianti di risalita sono individuali: ogni piattello di uno skilift è fatto per una e una sola persona, ed esistono anche (ce ne sono sempre meno in funzione) seggiovie monoposto.

L’àncora, una sorta di skilift doppio, è il più cringe di tutti. La prendono in contemporanea due persone, che devono stare molto vicine e devono essere più o meno della stessa altezza e della stessa esperienza. Altrimenti, una delle due cade prima: e la cosa peggiore è farsi vedere imbranati, rivelarsi incapaci agli occhi di tutte le persone che stanno risalendo dietro di te.

Se nelle funivie stanno in piedi fino a cento e passa persone, le seggiovie sono adatte a gruppi molto più ristretti. Ora, nelle Dolomiti ad esempio, sono comparse anche seggiovie da otto posti con sedili riscaldati e cupola antivento, ma quelle più comuni sono da due o da quattro. E ci si può salire con persone che conosci, oppure no.

Nel canale Reddit r/skiing, si è dibattuto parecchio attorno alla domanda: “parlate con stranieri in seggiovia?”. Non c’è un giusto e uno sbagliato. Tra i commenti di molte persone che non hanno ricevuto risposta nonostante le migliori intenzioni, ce n’è uno piuttosto divertente: "Anch'io sono una persona introversa e ho conosciuto mio marito su una seggiovia".

Generalmente, chi scia per gareggiare sugli impianti di risalita parla delle gare. Cos’ha sbagliato in prima manche, perché non è stato perfetto, cosa può fare meglio nella seconda. Chi scia per turismo, invece, chiacchiera. È divertente se incontri, magari in cabinovia, persone che vengono dalla tua stessa città, oppure qualcuno che ha i tuoi stessi sci. Una battuta è assicurata.

In ogni caso, però, tutto il tempo che si passa sugli impianti è tempo che viene sprecato ai fini dell’apprendimento motorio sulla neve. In questo lo sci, come pochissimi altri sport, è estremamente accendi-spegni: il cervello dev’essere collegato e la concentrazione massima quando si scende, mentre si può staccare totalmente quando si è seduti su una cabinovia.

A uno sciatore qualsiasi può capitare di prendere oltre 60 impianti nella stessa giornata. S’inverte il senso di marcia, non più all’ingiù ma all’insù, e la fatica svanisce. Tante persone che vanno a sciare sanno bene che passeranno più tempo (o molto più tempo, a seconda di quant’è veloce l’impianto di risalita) con gli sci appoggiati sul poggiapiedi di plastica di una seggiovia, ad aspettare li riporti in cima. Eppure è considerato necessario, come se fosse l’unico modo per esperire la montagna.

Foto dell'autore.

Secondo tante persone esperte di terre alte e studiose del futuro delle attività in quota, valli prive di impianti di risalita sono preferibili rispetto a quelle turisticizzate e rese densamente sciabili. Dove non ci sono impianti di risalita si fanno tanti altri sport: in Val Martello (provincia di Bolzano) ci sono competizioni di alto livello di biathlon e sci alpinismo; Saint Barthelemy (Valle d’Aosta) è un paradiso per lo sci di fondo.

Nell’articolo “Come il turismo ha modificato l’economia della montagna alpina”, lo storico Andrea Leonardi parla apertamente del «fenomeno della “cementificazione” della montagna» e di «evidenti ferite ambientali».

Tante persone che abitano nelle Orobie bergamasche, per esempio, si stanno opponendo alla proposta di usare decine di milioni di euro per fare un tunnel di circa mezzo chilometro attraverso il Pizzo di Petto, montagna che separa i comprensori sciistici di Colere e Lizzola. Entrambi si sviluppano per gran parte sotto i 2.000 metri di quota, soglia ritenuta minima per poter pensare di ospitare lo sci alpino tra pochi anni.

Mi piacerebbe poter scrivere che molti addetti ai lavori, atleti compresi, sono consapevoli del fatto che lo sci alpino si stia avvicinando a fine corsa. Ma non è così. Continua a scivolare verso la fine del mondo.

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Per qualche motivo, sembra sempre che lo sci alpino sia concentrato sul presente. È la forma mentis di tanti sport invernali (e di politiche di corte vedute legate a vari sport): conta solo il qui e ora. Esiste solo la prossima curva da pennellare al meglio, la seconda manche tra un’ora perché si possono recuperare posizioni, la gara successiva tra una settimana.

Uno sguardo d’insieme, lucido e al passo coi tempi, sulle questioni più importanti riguardanti lo sci alpino è difficile da trovare. Al contrario di altri sport invernali, per esempio le tre discipline del budello, articoli e contenuti in tante lingue sullo sci alpino ne esistono eccome, ma tante volte sono notizie brevi, sulla stringente attualità, e poco più.

Quando vengono pubblicati, invece, articoli che riescono a spaziare su temi importanti come la sicurezza o il cosiddetto “modello norvegese”, è bene non lasciarseli scappare.

Tanto è concentrato sul presente, lo sci alpino, che si dimentica in fretta di tante cose. Dopo le morti di tre sciatori italiani in meno di un anno mentre si allenavano (Matilde Lorenzi, Marco Degli Uomini e Matteo Franzoso), si è aperto un gran dibattito sui rischi che si corrono. Ma se si chiede oggi a tanti addetti ai lavori cos’è cambiato rispetto a qualche anno fa, una risposta onesta che si può ricevere è «non granché».

Sciare è pericoloso, e probabilmente lo sarà sempre. Si tratta di uno sport intrinsecamente proibitivo per tutta una serie di parti del corpo. È sostanzialmente impossibile che chi scia a livello agonistico finisca la carriera senza essersi rotto nulla.

Una delle carriere più sane e longeve degli ultimi tempi era quella di Federica Brignone. Poi però, il 3 aprile 2025, durante uno slalom gigante valido per i Campionati italiani, di gran lunga l’appuntamento meno importante al termine della stagione più brillante e vincente della carriera, Brignone ha inforcato una porta (di nuovo: un errore banale) procurandosi frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra, con tanto di rottura del legamento crociato anteriore.

Tante le persone nella sua condizione si sarebbero limitate a voler tornare a camminare. Neanche un anno dopo l’infortunio Brignone ha vinto due medaglie d’oro alle Olimpiadi, in una delle imprese individuali più incredibili dello sport italiano. Pochi giorni dopo aver preso parte a due delle tre gare di Coppa del Mondo a Soldeu, ad Andorra, Brignone ha terminato anzitempo la stagione 2025/2026. Si è fermata per concedersi «una pausa e continuare successivamente al meglio la riabilitazione».

Nella stessa tappa di Coppa del Mondo, è circolato molto sui social il video di una caduta di Roberta Melesi. La 29enne lecchese, atterrando da un salto, ha perso aderenza con lo sci interno, la gamba destra si è aperta totalmente con un movimento innaturale, a 100 chilometri orari con lo scarpone è finito contro una porta, nel frattempo ha sbattuto sulla neve durissima con schiena e collo. La prima cosa a cui si pensa, vedendo i movimenti di entrambe le ginocchia, è che si sia rotta come minimo entrambi i crociati.

Invece nulla. Melesi ha riportato "solo qualche acciacco", come ha scritto lei stessa. La didascalia del post di Eurosport Italia è “MA COME FAI ROBY?”, ma la verità è che da quando Melesi ha perso per la prima volta aderenza con lo sci interno poi non ha più fatto, ha solo subito. Non si riesce a controllare un corpo che viene sbalzato da quelle forze a velocità così elevate. È semplicemente un corpo che cade. Ha scritto Melesi: "Profondamente grata di essere in grado di andarmene da Soldeu sulle mie gambe".

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In diversi passaggi de La Valanga Azzurra (Giovanni Veronesi, 2024), un documentario sulla fortissima Nazionale italiana di sci alpino maschile degli anni Settanta, si parla di cadute. Cadute in tutti i modi, a raffica, con traumi cranici e non solo come risultato. A volte il documentario ci scherza su, anche grazie all’autoironia dei protagonisti stessi (da Franco Bieler a Herbert Plank), ma all’epoca si rideva poco.

«Una volta la discesa libera era quasi una prova di sopravvivenza», dice il giornalista Lorenzo Fabiano, esperto di sci alpino che appare anche in La Valanga Azzurra. Gli incidenti erano molto frequenti e anche durante le gare di Coppa del Mondo avvenivano eventi tragici.

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Ulrike “Ulli” Maier è l’ultima persona ad esser morta come diretta conseguenza di una caduta durante una gara di Coppa del Mondo di sci alpino. Era il 1994, due settimane prima delle Olimpiadi di Lillehammer, quando Maier cadde sulla pista Kandahar di Garmisch-Partenkirchen, in Germania. Aveva debuttato in Coppa del Mondo a 17 anni, per due volte è stata campionessa del mondo in supergigante. Muore poco dopo aver sbattuto testa e collo in diretta televisiva. Tuttora il sito della FIS, cioè la federazione internazionale che regola lo sci alpino e altri sport invernali, nella pagina dedicata a quella discesa libera non la cita.

Blaise Giezendanner era uno compagno di squadra di David Poisson quando il francese morì nel 2017: cadendo, ha oltrepassato le reti di protezione a lato di una pista in Canada, andando a sbattere contro un albero. (Una dinamica che ricorda tristemente quella che è costata la vita a Matteo Franzoso in Cile). Giezendanner sa che «facciamo uno sport pericoloso», nel quale «gli infortuni sono parte del gioco. Ma parte del gioco non dovrebbe essere anche la morte. In nessun momento noi discesisti diciamo a noi stessi che stamattina potremmo morire».

Margot Simond (18 anni) è morta durante un allenamento in Val d’Isère nell’aprile 2025. Più di vent’anni prima, la campionessa del mondo in supergigante Régine Cavagnaud si scontrò con un allenatore durante un allenamento, e morì a 31 anni. Lo sciatore francese Jean-Luc Cretier, oro in discesa libera a Nagano 1998, disse: «È morta per il suo lavoro, a causa del suo lavoro».

In Italia il caso più famoso di una morte durante la Coppa del Mondo è quello di Leonardo David. Era l’esponente più giovane della “Valanga Azzurra”, forse il più promettente sciatore al mondo nella stagione 1978/1979. A poco più di 18 anni salì quattro volte sul podio, sia in slalom speciale che in slalom gigante. Poi però cadde, in discesa libera a Cortina, battè la testa e si sentì male.

Ciò che seguì fu una storia molto triste. A David non solo fu permesso di continuare a gareggiare nei giorni e nelle settimane seguenti, ma venne convocato in trasferta a Lake Placid, negli Stati Uniti, per un’altra discesa libera. Cadde nuovamente, non si riprese mai più. Morì nel 1985, dopo aver passato alcuni anni "vivo, ma senza riflessi, senza conoscenza", come scrisse Repubblica all'epoca.

Le morti durante gare ufficiali FIS sono state anche altre, più recenti. Il canadese Nick Zoricic, specialista dello ski cross, morì il 10 marzo 2012 in Svizzera, in seguito a una caduta avvenuta nelle fasi finali degli ottavi di finale di una gara di Coppa del Mondo.

Le morti sono tante e non è facile tenere un conto esaustivo e aggiornato. Persone legate a vario titolo agli sport invernali muoiono sulla neve tutti gli anni: ci colpiscono soprattutto le notizie di infortuni gravi ai migliori di noi, cioè atleti di Coppa del Mondo com’erano Maier o David, ma i casi sono purtroppo tantissimi.

A fine febbraio 2026, è morta Marika Mascherona, maestra di sci per lo Sci Club Bormio e atleta di Coppa Europa (il livello subito sotto la Coppa del Mondo) fino al 2022. Era tra le sue valli, stava facendo sci alpinismo. Sua sorella Katia è una delle più forti sci alpiniste italiane. Aveva 27 anni.

***

Una delle cadute che ha fatto più scalpore, negli ultimi anni, è quella del francese Cyprien Sarrazin sulla pista Stelvio di Bormio. Uno dei più forti discesisti al mondo, Sarrazin aveva già vinto su quella pista. Durante una prova, ha affrontato male un salto, è atterrato di schiena e per centinaia di metri è scivolato giù, fino a fermarsi nelle reti di protezione.

«Nelle gare di Coppa del Mondo è tutto estremamente sicuro. Era così anche a Bormio quando ho avuto il mio incidente, eppure ho rischiato comunque di morire. Tutto può succedere in qualsiasi momento. La preparazione delle piste e le condizioni della neve rendono il nostro sport pericoloso. Lo sappiamo», ha detto Sarrazin.

La Stelvio, appunto, è considerata una delle piste più difficili e al contempo con gli standard di sicurezza più elevati al mondo. Attorno al suo tracciato, che è lungo circa tre chilometri, ce ne sono venti di reti di protezione. Quanto e come è possibile ridurre i rischi di uno sport che ha il rischio letteralmente inserito tra le regole?

Alla voce 702.2 del regolamento internazionale della FIS, si legge che "una discesa libera è caratterizzata da sei componenti: tecnica, coraggio, velocità, rischio, condizione fisica e giudizio. Dev’essere possibile sciare sul percorso della discesa libera dall’inizio alla fine con velocità diverse. Gli atleti adattano la velocità e le prestazioni alle loro capacità tecniche sciistiche e al loro giudizio individuale e responsabile".

Adattare le velocità, giudizio individuale: la verità è che, per tanti, frenare non è nemmeno un’opzione.

Lo statunitense Bode Miller è stato uno degli sciatori più amati e vincenti degli ultimi trent’anni: «Ci sono così tanti ragazzi che sciano così veloce in questo momento che devi davvero essere disposto a correre molti rischi se vuoi avere una possibilità di vincere», diceva quando ancora gareggiava. E poi, facendo un sommario calcolo probabilistico: «Due o tre volte su dieci provi a fare certe cose, altre sei volte finisci tra le reti, e magari una volta in ospedale».

Chi gareggia nello sci alpino contemporaneo non è più un branco di sciamannati che, bevute otto birre, si butta giù senza pensare al domani. Tutt’altro. Ogni curva del tracciato è ispezionata nei giorni e nelle ore prima della gara, tanti atleti hanno staff a disposizione (skiman, allenatori, mental coach, nutrizionista, fisioterapista, eccetera) che ne aiutano le prestazioni, la pista è analizzata con video e telecamere.

Tutto quanto il circuito dello sci alpino, insomma, si è molto professionalizzato e livellato verso l’alto. I gran soldi che girano permettono agli atleti di essere piuttosto famosi e riconosciuti a livello mondiale.

Su tanti aspetti, c’è molta più consapevolezza rispetto al passato. «Facciamo uno sport che è quasi diventato uno sport estremo. Il circuito di Coppa del Mondo mette in pista i più bravi e le più brave al mondo a fare questa cosa qua. Bisogna essere un po’ matti, non si può pensare di andare più piano o rendere le piste più facili. Perché se non le facciamo noi le cose difficili, chi le fa?», dice la sciatrice trentina Laura Pirovano nel podcast dell’ex sciatore, oggi allenatore, Max Blardone.

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Anche decenni fa, come abbiamo visto, lo sci era estremo, ma in modo diverso. Oggi i materiali sono molto performanti, studiati per fornire agli atleti qualsiasi vantaggio possibile. La velocità è aumentata (il record all-time è oltre 160 km/h, del francese Johan Clarey nel 2013); le piste sono ghiacciate all’inverosimile per garantire condizioni simili al primo e al 70° che scende; innovazioni o escamotage per andare sempre più veloci sono sempre dietro l’angolo.

Di recente, per esempio, è stato bannato una specie di parastinco di carbonio che alcuni sciatori infilavano nello scarpone per aumentare la leva della gamba sullo scarpone. E più si riesce a spingere sullo scarpone, più si adottano posizioni e traiettorie aggressive, che portano a maggiori velocità.

Esistono anche nuovi dispositivi di sicurezza, certo, come gli airbag, ma sono ammesse eccezioni al suo uso. E di fatto chi non vuole usarlo, non lo usa.

Quando le chiedono una sua ricetta per rendere più sicuro lo sci alpino, Federica Brignone non ha dubbi: si dovrebbe andare più piano. «Ci sono vari modi [per sciare in modo più sicuro]: usare regole severe per i centri di allenamento; rendere obbligatori senza eccezioni dispositivi come l’air bag; realizzare tute meno performanti; lavorare sui caschi, detto che vedo impossibile adottare quelli integrali».

Brignone però è consapevole del fatto che una minima parte di pericolo rimarrà sempre. «Questo non deve far dimenticare che il rischio zero non esiste, che lo sci è pericoloso: Schumacher s’è fatto male a 30 orari…».

La 35enne valdostana si riferisce a un altro incidente molto famoso legato allo sci. Michael Schumacher, pochi mesi dopo il secondo ritiro dalla Formula 1, cadde durante un fuoripista sulle Alpi francesi e batté la testa contro una roccia. Non si sa molto di come stia ora, ma è possibile che non comunichi e non si muova più come prima.

Un altro concetto che esprime Brignone in quell’intervista col Corriere della Sera è interessante: «La velocità, ingrediente dello show, è ciò che ci rende degli eroi». È una frase che, nella sua schiettezza, rivela una questione ontologica per lo sci alpino: ciò che lo rende così bello, secondo Brignone, è anche ciò che lo rende così pericoloso e, in ultima istanza, mortale.

Si può cadere e farsi molto male anche andando parecchio più piano dei 150 km/h, sugli sci, ma una riduzione drastica delle velocità non sarebbe apprezzabile da chi guarda le gare. Sia dal vivo che dalla televisione, sembrerebbero comunque esseri umani che scendono velocissimi su una pista. Quale sia la velocità esatta, se più vicina agli 80 o ai 120 km/h, è impossibile percepirlo, per la stragrande maggioranza degli spettatori.

Questioni simili stanno emergendo in altri sport in cui lo sviluppo delle conoscenze (tecnologiche, degli allenamenti, nutrizionali, eccetera) ha aumentato in maniera molto significativa le prestazioni, come il ciclismo. Tornare indietro non è facile, anche perché «ognuno tira acqua al suo mulino», come ha detto il direttore delle gare maschili di Coppa del Mondo, Markus Waldner. Nessuno degli attori coinvolti ha intenzione di smettere, e le ginocchia continuano a saltare.

***

Lo sci è visto ancora come uno sport per persone alfa. È praticato da tante persone che si percepiscono come alfa. Non ci si può permettere di rivelare debolezze, bisogna sempre uscirne come i duri che ce l’hanno fatta una volta di più.

Quando gareggiava, Bernhard Russi, grande discesista svizzero degli anni Settanta, non ha «mai ammesso di avere paura, ma oggi so che ci sono stati due o tre momenti in cui ho avuto paura di morire».

Se anche, come sostiene l’ex fortissimo discesista francese Luc Alphand, «la parola paura è un tabù nel nostro sport», dov’è il limite? Ogni volta che uno sciatore arriva al traguardo dovremmo giudicarne la prestazione, o ringraziare il cielo che sia arrivato tutto intero? Che cosa rimane, quindi, dopo che le luci si spengono e lo spettacolo finisce?

Una risposta, parziale e insoddisfacente ma credo sia la più aderente alla realtà, la fornisce Atle Lie McGrath. Citando Butters di South Park, il norvegese descrive le mille emozioni che ha provato dopo l’inforcata alle Olimpiadi: «Beh, sì, sono triste, ma allo stesso tempo sono davvero felice che qualcosa possa farmi sentire così triste. Mi fa sentire vivo, sai, mi fa sentire umano. L’unico modo in cui potrei sentirmi così triste ora è se prima avessi provato qualcosa di veramente bello. Quindi devo accettare il male insieme al bene. Immagino che quello che provo sia una bellissima tristezza».

A chi resta quando la neve si scioglie rimane questa sensazione di bellissima tristezza. È la stessa che può farti sentire tutto e niente mentre scendi giù da una montagna innevata.

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