
È giusto abbattere lo stadio San Siro per costruirne accanto uno nuovo? Questa domanda non ha una risposta lineare. Per Inter e Milan la risposta è: chiaramente sì, perché il nuovo impianto sarà più efficiente, moderno, redditizio. La scelta di Milano di accodarsi a questa esigenza, invece, è frutto di una posizione debole nei confronti delle squadre (che hanno imposto le loro condizioni, con la minaccia sottintesa di lasciare lo stadio attuale e i suoi costi alla collettività) e di un pensiero altrettanto debole, tipico dell'ultimo decennio milanese. Un pensiero che ha fatto del mercato immobiliare di Milano il più feroce e ingiusto d'Europa: non fermarsi mai, non avere mai dubbi, costruire sempre, costruire ovunque.
A titolo di esempio, un consigliere comunale (peraltro di opposizione, Alessandro De Chirico di Forza Italia) aveva risposto così a chi si opponeva al progetto del nuovo stadio: con il vostro approccio invece delle riqualificazioni urbane di Porta Nuova, CityLife, Cascina Merlata «avremmo ruderi e degrado in pieno centro. I quartieri sopra citati sono all'avanguardia e apprezzati non solo dai milanesi, ma anche dai tanti turisti che stanno scegliendo di tornare nella nostra città perché bella e moderna». È un pensiero controintuitivo e quasi totemico dello sviluppo immobiliare come ragione sacra e ultima di Milano, un metodo che ha arricchito la città, ma l'ha anche lacerata, inquinata, incattivita. In questo contesto, quella pro o contro il nuovo stadio ha esondato i confini della questione infrastrutturale o urbanistica, è diventata una battaglia esistenziale.
Da un punto di vista ecologico, la risposta diventa più lineare e riguarda il rapporto tra le squadre che lo usano con il resto della città, le istituzioni ma anche l'ecosistema urbano, i tifosi ma anche i cittadini che non hanno nessun rapporto col calcio. Le riflessioni sull'impatto ambientale del nuovo stadio intercettano una Milano impegnata in un continuo arco di redenzione, tra sviluppo furibondo e (presunta) vocazione ecologista, una città che certe settimane si sente Parigi e dove in altre settimane respira come a Jakarta (non letteralmente, ma quasi).
Calcolare l'impatto della demolizione dello stadio e della sua ricostruzione permette di sminare questo dibattito esistenziale e ricondurlo alle sue conseguenze pratiche. Il punto è che numeri ufficiali, a oggi, non esistono. La valutazione più completa che abbiamo a disposizione, però, l'aveva fatta un ricercatore indipendente, Paolo Pileri, uno dei massimi esperti di suolo in Italia, professore di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il risultato della sua ricerca, che è del 2022, è sconfortante: vent'anni di sforzi di riduzione delle emissioni di carbonio della città andrebbero persi a causa del futuro di una sola infrastruttura. Demolire e ricostruire il Meazza sarebbe come sprecare una dieta faticosa e conflittuale con una sola grande abbuffata.
«Il progetto del nuovo stadio», spiega Pileri «è in aperta contraddizione col Piano Aria Clima di Milano». Il PAC (Piano Aria Clima) era stato approvato nel 2022 dal Consiglio comunale, doveva essere il progetto manifesto del secondo mandato di Beppe Sala, rieletto l'anno precedente. Il piano prevede la riduzione dei livelli di inquinamento atmosferico entro i limiti europei e OMS, la riduzione delle emissioni di CO2 del 45% nel 2030, la neutralità climatica al 2050 e il contenimento dell'aumento locale di temperature a 2°C, riducendo l'effetto isola di calore (quindi la cementificazione, che ne è la sua principale causa). Il nuovo stadio rende impossibile raggiungere gli obiettivi climatici di Milano.
«Il problema è che di questi piani climatici non frega niente a nessuno, perché il Comune li ha resi volontari, e quindi li tiene dissociati dalle azioni ordinarie di trasformazione delle città. La questione San Siro è stata l'anticipazione di tutta la vicenda urbanistica totalmente fuori dalle righe della gestione della città», conclude Pileri.
Il suo è un calcolo non ufficiale, sulla base del metodo più consolidato per fare questo tipo di valutazioni, la LCA - Life Cycle Assessment, secondo il sistema di inventario di carbonio ed energia messo a punto dall'Università di Bath. Il principio è che per calcolare che impatto ha demolire e ricostruire un edificio bisogna conteggiare non solo la CO2 emessa per la demolizione e per la seconda costruzione, ma anche la CO2 emessa per la prima costruzione, che verrebbe in qualche modo "sprecata" con la distruzione dell'edificio. Solo considerando l'intero ciclo di vita si ottiene un numero realistico.
All'interno di San Siro ci sono 370 milioni di chili di cemento armato, ovvero 74mila tonnellate di CO2 incorporate, che secondo il metodo LCA vanno contate nell'impatto se lo stadio venisse demolito. Per lo smaltimento delle macerie servirebbero 23.488 viaggi di Tir, contando 16 tonnellate per 80 chilometri, per un'immissione in atmosfera di oltre 9.500 tonnellate di CO2. «Il calcolo va considerato per difetto, perché si ferma alle porte della discarica o dell'impianto di riciclo, entrambi processi energivori e inquinanti». Altro motivo per cui va considerato per difetto: l'analisi non tiene conto di cosa succederà ad altri contenuti dello stadio, come la carpenteria metallica, arredi, asfalti, pitture e rivestimenti del vecchio stadio. Il risultato finale è di 210mila tonnellate di CO2 in atmosfera tra demolizione e ricostruzione, pari al 5% delle emissioni annuali dell'intera città.
Questi, come detto, sono gli unici calcoli a nostra disposizione, frutto di un'opera di attivismo dedicata a nutrire il dibattito pubblico sull'argomento e farlo uscire dalle strettoie ideologiche in cui si era impantanato, anche a causa dell'enorme potere simbolico e politico del calcio in città.
Tra la fine del 2026 e il 2027 arriveranno i numeri della VAS, la valutazione di impatto strategica avviata dal Comune. Sembra assurdo che il conflitto politico su San Siro sia stato fatto prima anche solo di avviare la pratica. Questa però poteva avvenire solo dopo la proposta di Piano Attuativo, che ora sarà sottoposta a due procedure pubbliche.
La prima è, appunto, la VAS, che serve a verificare se le scelte urbanistiche del piano sono compatibili con l’ambiente, analizzando gli impatti su consumo di suolo, mobilità, verde, qualità dell’aria e risorse idriche. La seconda è la VIA, la valutazione di impatto ambientale, che invece si applica al singolo progetto, all'opera concreta, l'abbattimento del vecchio stadio, la costruzione del nuovo e lo spostamento del tunnel Patroclo, il sottopassaggio di accesso realizzato per Italia '90. Sia per la VAS che per la VIA - che avranno percorsi paralleli anche se la VIA partirà dopo - potrebbe essere necessario fino a un anno di valutazioni, al termine del quale, presumibilmente l'anno prossimo, dopo quasi vent'anni di conflitto e otto di iter ufficiale, avremo le prime risposte pubbliche sull'impatto urbanistico e ambientale del progetto sul nuovo stadio.
Per una città come Milano, quella ambientale sarebbe dovuta essere la prima risposta da ottenere, quella a monte di tutte le altre, invece finirà con l'essere l'ultima, quando ormai le decisioni sono state prese, e arriverà con tempi compressi, con lo stadio già venduto alle squadre per essere abbattuto e Inter e Milan in una posizione di forza, dal momento che a febbraio 2027 possono risolvere il contratto col Comune se i lavori per il nuovo impianto non saranno partiti.
Un altro tema delicato è come compensare l'assorbimento delle emissioni di abbattimento e ricostruzione. Opzione numero uno: con interventi in città, che possano restituire ai milanesi non interessati al calcio quello che perderanno con l'operazione edilizia del nuovo stadio. Opzione numero due: integrandole con crediti di carbonio comprati sul mercato internazionale, uno dei settori più opachi e predatori dell'intera economia ambientale. Anche su questo aspetto, c'è stato un conflitto, il Consiglio comunale aveva approvato una delibera che impediva l'acquisto di crediti di carbonio internazionali, che invece sono rientrati con una successiva delibera della giunta. La decisione facilita molto la vita a Inter e Milan ed è quasi un'ammissione indiretta dell'insostenibilità dell'intera operazione, il cui impatto ambientale è impossibile da attutire dentro Milano. Per dare un senso della scala dei numeri di Pileri, il 74% delle emissioni assorbite dal progetto ForestaMi, l'ambizioso piano di messa a dimora di alberi del comune iniziato nel 2019, andrebbe a compensare l'impatto climatico dello stadio.
Per questo motivo è più facile comprare crediti: una riforestazione in Africa o in Asia certificata con un documento comprato da un intermediario permetterà ai costruttori di dire che parte delle emissioni saranno state compensate. Ma si tratta di un'operazione contabile molto più che ambientale, una forma nemmeno troppo evoluta di greenwashing, ottima sintesi dell'intera vicenda.


