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No, rinnovare San Siro non è impossibile
10 apr 2026
Si dice che il rinnovamento dello stadio sia impossibile, ma non è così.
(articolo)
25 min
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Elaborazione grafica Aurelio su disegni di Sara Gohberg e Lukas Tiator
(copertina) Elaborazione grafica Aurelio su disegni di Sara Gohberg e Lukas Tiator
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Questo articolo è il primo di una serie su San Siro e gli stadi di proprietà in Italia che uscirà nelle prossime settimane su Ultimo Uomo. Fa parte di un più ampio progetto di ricerca coordinato dal prof. Pier Paolo Tamburelli presso il Politecnico di Vienna/Gestaltungslehre and Design ed è stato prodotto in collaborazione con HouseEurope!

Il 17 settembre 2025 il comune di Milano ha deciso di cedere al Milan e all’Inter lo stadio Giuseppe Meazza e l’area circostante. L’idea, sicuramente lo saprete, è di costruire un nuovo stadio per le due squadre di Milano e successivamente di demolire quello vecchio. Se ne è discusso per mesi, se non per anni, ma il presupposto rimane lo stesso, e quasi nessuno si è sentito di contraddirlo, e cioè che San Siro, così com’è, non possa essere adattato alle nuove esigenze (sportive ma soprattutto commerciali) di Milan e Inter.

È una realtà data per assodata eppure, se si cerca di capire perché non sia possibile trasformarlo, le cose sono piuttosto vaghe. Non ci sono documenti che “dimostrino” questa impossibilità e, pur nell’enorme quantità di dichiarazioni rilasciate dai vari attori coinvolti, non ci sono prese di posizione nette.

Il 28 aprile del 2023 Alessandro Antonello, allora amministratore delegato dell’Inter, parlando ancora del progetto proposto dai due club nel 2019, disse: «Il faro che ci ha guidato nel progetto condiviso con il Milan è la sostenibilità […] non c’è progetto che si possa presentare oggi che non abbia questa idea strategica […] oggi San Siro non è certamente un impianto che regge questi nuovi valori». Un argomento più formale è stato indicato dal presidente dell’Inter, Giuseppe Marotta, a Sky Sport il 22 settembre dello scorso anno: «Sapete bene che San Siro non è più in grado di ospitare finali di Champions, non è più in grado di partecipare come città italiana all’Europeo del 2032». Più tecnico era stato il presidente del Milan, Paolo Scaroni, che, il 27 settembre del 2022, dichiarò: «Perché non si può ristrutturare San Siro? Perché questo continua a venir fuori?[roteando le mani nel vuoto evocando una ripetizione insopportabile, nda] Allora, le ragioni sono molteplici ma mi accontento di dirvene una sola, potrei dirvene altre due o tre, ma… come facciamo a giocare 50 partite più altri eventi con un mega cantiere in cui ogni sei giorni entrano 50mila persone? Vi assicuro che questa cosa è impossibile e molto pericolosa».

Gli argomenti sembrano quindi essere tre: lo stadio attuale non è sostenibile; non corrisponde più agli standard della UEFA e quindi non potrebbe più ospitare le finali europee e le competizioni per Nazionali; e infine non si saprebbe dove giocare durante una eventuale ristrutturazione. Proviamo ad affrontarli uno per uno.

Foto di Giovanna Silva.

NON È SOSTENIBILE
Alla sostenibilità ambientale di San Siro e della sua eventuale demolizione sarà dedicato un intero articolo nelle prossime settimane, qui su Ultimo Uomo. Ma concedetemi per adesso un’osservazione preliminare un po’ banale: uno stadio c’è già. Qualunque sia stato l’impatto ambientale un edificio alto 65 metri, quasi integralmente fatto di cemento, ormai c’è già stato. E adesso, per sostituirlo, bisogna demolirlo. Qualsiasi considerazione sulla sostenibilità del nuovo stadio deve quindi tenere conto anche della demolizione di quello vecchio. E si tratta di una demolizione colossale.

Paolo Pileri ha calcolato, in prima approssimazione, le emissioni legate a questa demolizione, ipotizzando anche le compensazioni che sarebbero necessarie, se si volessero assorbire integralmente le emissioni. Estraendo dai suoi calcoli solamente i dati più elementari, si ottiene che bisogna portare in discarica macerie per circa 23.400 viaggi di camion, considerando camion da 16 tonnellate ciascuno.

Questa enorme demolizione non è mai stata inclusa nella valutazione della sostenibilità del nuovo intervento. Il metodo appare singolare; il primo passo per costruire in maniera sostenibile è infatti considerare i nuovi edifici in tutti i loro aspetti. Se, ad esempio, adottiamo come criterio di sostenibilità il protocollo LEED (Leadership in Energy and Environmental Design, cioè il sistema di certificazione di bioedilizia più diffuso a livello internazionale) e ci limitiamo a leggere le FAQs fino a “What is green building?” la risposta è piuttosto chiara: un edificio può essere considerato sostenibile solo dopo aver valutato tutte le sue conseguenze. Da questo punto di vista, nulla sembra peggio che cominciare ignorando un fatto così macroscopico come la demolizione dello stadio.

Per quanto riguarda la sostenibilità, va anche considerato che si tratta di una parola d’ordine, volendo, di una moda. E la moda, a Milano, è una cosa seria. Il modo in cui un’operazione si racconta e si iscrive nell’immaginario di una città e di un’epoca è un aspetto che quella stessa trasformazione non può trascurare. E per quanto riguarda la sostenibilità, la risposta del dibattito architettonico contemporaneo è stata pressoché unanime: dato l’innegabile impatto ambientale dell’industria delle costruzioni (responsabile di circa il 36% delle emissioni globali), gli architetti più avvertiti hanno proposto di concentrare la propria attenzione sulla trasformazione, lavorando per quanto possibile a partire da edifici già esistenti e rinunciando a titanici atti di rifondazione. Negli ultimi anni le università europee hanno aperto corsi e cattedre di Conservation and Re-use, Urban Repair, Réhabilitation du bâti, Rénovation énergétique, Bauen im Bestand, ed alcuni sono arrivati persino ad ipotizzare soluzioni radicali come quella avanzata da Charlotte Malterre-Barthes, che ha proposto una moratoria sulle nuove costruzioni. Pur senza entrare nel merito di questa discussione, il meno che si possa dire è che demolire e ricostruire è una pratica passata di moda. Questa attenzione per le mode culturali può sembrare un po’ frivola, ma, per una città che costruisce così fortemente la sua immagine internazionale sul design e sull’architettura, essere così incredibilmente out of touch con gli sviluppi contemporanei di queste discipline pare un po’ troppo.

Demolire San Siro, insomma, non è certo sostenibile, e pare anche un’operazione che, a dirla proprio tutta, sa un po’ di vecchio.

NON CORRISPONDE AGLI STANDARD UEFA
Lo stadio San Siro è inadatto ad ospitare grandi eventi come Euro 2032. La struttura è definita “inadeguata” e una ristrutturazione non sarebbe sufficiente per adattarla ai requisiti UEFA. Queste osservazioni di Marotta si baserebbero su un documento presentato dalla UEFA al Comune di Milano nel luglio 2025, secondo il quale San Siro non rispetterebbe 11 dei 22 requisiti previsti per ospitare gli Europei del 2032 come: lo spectator welfare (voto 2 su un massimo di 6), la sicurezza (6 su 16), la sostenibilità e l’accessibilità (3 su 8), i VIP (3 su 9), la partners hospitality (2 su 4) e gli aspetti commerciali (3 su 8). Inoltre, sempre secondo queste ricostruzioni, verrebbero segnalati problemi concreti: le docce sono solo 141 metri quadrati contro i 200 richiesti, la stanza per equipaggiamenti e la sala medica sono 10 metri quadrati invece che 20, manca un guardaroba nella sala VIP.

Queste però sono solo ricostruzioni giornalistiche, su cui è inutile fare valutazioni, tanto più che nell’ottobre dello scorso anno il comune di Milano ha dichiarato ufficialmente di non disporre alcun parere della UEFA sull’idoneità tecnica di San Siro.

Gli standard UEFA che conosciamo, cioè quelli pubblici e consultabili che normalmente si applicano alle competizioni per club, sembrano davvero minimi e soprattutto molto vaghi. Ad esempio, per quanto riguarda i posti VIP (articolo 25 delle UEFA Stadium Infrastructure Regulations), il regolamento dice solo che gli stadi di categoria 4 (più di ottomila spettatori) devono avere almeno 100 posti VIP (25.01); che i posti VIP devono essere coperti e compresi tra le due linee dei 16 metri e più centrali possibili (25.02); che ci deve essere un’area dedicata e un accesso separato per i VIP (25.03) e che l’area VIP e gli skybox devono essere accessibili ai disabili (25.04). Tutte condizioni ampiamente rispettate da San Siro, e che tuttavia sembrano irrilevanti rispetto alla questione, visto quanto poco stringenti sono queste richieste. Qui va notato che gli standard UEFA sembrano scritti per confrontarsi con l’insieme pressoché infinito dei campi da calcio di tutte le categorie professionistiche e dilettantistiche d’Europa.

Rimane il fatto che allo stato attuale, per quello che sappiamo almeno, semplicemente non è vero che San Siro non rispetti gli standard UEFA, mentre per quelli di Euro 2032 al momento è impossibile fare una valutazione (e quindi capire se un rinnovamento potrebbe adeguare San Siro a quest'ultimi).

NON SI PUÒ GIOCARE MENTRE C’È IL CANTIERE
Inter e Milan giocano grossomodo ogni tre giorni per circa dieci mesi all’anno. Si tratta di un ritmo molto sostenuto ed è certamente difficile (non impossibile, ma difficile) immaginare come far coesistere il cantiere di una eventuale trasformazione con le regolari attività dello stadio. È un aspetto su cui ha insistito anche Paolo Scaroni: «Immaginatevi una scena di megalavori in cui ogni tre giorni entrano 70.000 persone in mezzo ai lavori». In altre occasioni Scaroni ha aggiunto che se ci fosse uno stadio da 50.000 posti a Novara o a Varese che potesse ospitare le due squadre durante la trasformazione di San Siro allora forse si potrebbe immaginare di intervenire sullo stadio esistente.

Questo è certamente l’argomento più solido tra quelli proposti dalle due società. Va però osservato che Milan e Inter non sarebbero le prime squadre a prendere questa strada. Ad esempio, il Santiago Bernabeu di Madrid e il Camp Nou di Barcellona sono stati trasformati, e almeno per una parte del periodo dei lavori i due club hanno giocato in altri stadi. E se lo Stadio Olimpico di Barcellona ha una capienza di 60.000 spettatori, lo stadio di Valdebebas, dove ha giocato il Real in attesa che il Bernabeu venisse rifatto, ha solo 6.000 posti, molto meno di quanto sembrano richiedere Inter e Milan. Peraltro, la stima di quattro anni di assenza da San Siro prospettata da Scaroni nell’evento di presentazione del primo progetto (26 settembre 2019) pare esagerata. Real Madrid e Barcellona ci hanno messo, rispettivamente, un anno e mezzo e due anni.

Lo Stadio Olimpico Lluís Companys che ha ospitato il Barcellona nel periodo 2023-2025 e lo Stadio Alfredo Di Stéfano di Valdebebas che ha ospitato il Real Madrid nel periodo 2020-2021.

Va detto poi che ci sono stadi molto vicini a Milano che potrebbero essere utilizzati per le fasi più invasive dei lavori: ce n’è uno a Monza da 17.000 posti, uno a Como, di cui è prevista la trasformazione in tempi brevi, e che dovrebbe avere almeno 15.000 posti, uno a Bergamo da 24.000 posti (quest’ultimo già utilizzato per le competizioni UEFA e per Nazionali). Se si accetta di andare un po’ più lontano, ci sono due stadi da circa 40.000 posti, a Verona e a Bologna (160 e 200 chilometri).

È una situazione molto intricata quella degli stadi italiani e dei rispettivi lavori di ristrutturazione, ma, parlando in astratto, si potrebbe immaginare di svolgere prima gli interventi a Verona e/o a Bologna in vista degli Europei del 2032 e poi usare questi stadi per ospitare le partite di Inter e Milan durante la successiva trasformazione di San Siro. Oppure si potrebbe programmare la realizzazione di un nuovo stadio in una delle città lombarde vicine a Milano che ne avrebbero bisogno, ad esempio Brescia, dove il Rigamonti è attualmente in condizioni molto precarie – e poi usare temporaneamente questa nuova struttura per ospitare le partite che Inter e Milan dovranno giocare durante la trasformazione di San Siro.

Insomma ci sarebbe l’occasione per ripensare la logica dell’intero sistema e usare San Siro come leva per aggiornare l’intera infrastruttura del calcio italiano, un obiettivo che, anche al di là degli Europei, giustificherebbe un investimento pubblico (che comunque ci sarà per Euro 2032).

San Siro secondo Adriano Galliani.

IL PROBLEMA DELLA TORTA A TRE PIANI
Oltre a queste tre motivazioni più puntuali, ce n’è poi una più generale, e in qualche modo non detta, e cioè che San Siro sia uno stadio sostanzialmente superato perché incapace di generare gli introiti commerciali necessari ad un club nel 2026. L’intera concezione architettonica dell’edificio pare così inadeguata. L’intervista più bella da questo punto di vista è di Adriano Galliani, attualmente privo di ruoli ufficiali, ma certamente informato e competente in materia. «Non si può ristrutturare, per un semplice motivo; è come una torta a tre piani, quindi non puoi… dagli skybox non vedi tutto, le tribune, vedi solo il terreno appena appena eccetera… E poi cosa fai? Nel frattempo come fanno a giocare Milan e Inter?».

Galliani ripete un po’ tutti gli argomenti e, anche se un po’ confusamente, ricorre allo strumento analitico più glorioso della tradizione architettonica milanese: l’analisi tipologica, che, negli anni in cui Galliani lavorava come geometra al Comune di Monza, era stata quasi elevata al grado di scienza esatta dagli sforzi variamente congiunti e disgiunti di Aldo Rossi e Giorgio Grassi.

Aldo Rossi (nella prima immagine) e Adriano Galliani (nella seconda) all’Acropoli di Atene.

Galliani ha ragione: San Siro è come una torta a tre piani. In altre parole, è un edificio cresciuto su se stesso per anelli successivi che, progredendo dall’interno all’esterno, diventano più larghi e più alti. Ad essere pedanti, la formula di Galliani è incompleta: San Siro è una torta a tre piani capovolta.

Lo sviluppo dello stadio Giuseppe Meazza nelle sue tre fasi costruttive.

Il primo anello è del 1925-26. San Siro nasce come stadio all’inglese, senza pista di atletica. Il primo anello decide la straordinaria prossimità al campo che caratterizzerà poi tutti gli anelli successivi. Quando viene costruito, oltre agli spogliatoi, sotto le tribune sono previsti spazi per alcune stalle a servizio del vicino ippodromo. L’ambizione non è moltissima.

Nel 1934-35 le quattro tribune separate vengono connesse dagli angoli curvi, determinando così la figura che verrà poi ripetutamente copiata e allargata negli anelli successivi.

Il secondo anello viene completato nel 1955. Questa parte dello stadio è realizzata in cemento armato, come il primo anello, ma stavolta secondo una logica e un’estetica funzionalista, che espone le caratteristiche costruttive del materiale. Le nuove tribune sono sovrapposte a quelle esistenti, rette da un anello fatto da 118 coppie di pilastri, tutti 70 x 120 centimetri, separati da un intervallo di 4,40 metri e ripetuti ogni 5 metri. Questo anello è immediatamente addossato al perimetro del primo anello. Le tribune si affacciano a sbalzo simmetricamente sui due lati dell’anello di pilastri, che, all’esterno, regge una serie di rampe di 3 metri di ampiezza. Le rampe, che consentono il deflusso degli spettatori in uscita, scendono dolcemente avvolgendosi tutt’attorno allo stadio e ne determinano l’estetica macchinista, così evidente nelle immagini degli anni Sessanta.

In questa fase, San Siro appariva come un oggetto perfettamente unitario, tutto stretto attorno al campo da calcio: una macchina per andare a veder giocare a pallone e per uscire più velocemente possibile, tanto che, tra le tribune e le rampe, non c’è quasi niente.

Il terzo anello viene realizzato dal 1987 al 1990, in occasione dei Mondiali che si tennero in Italia in quell’anno. Le tribune del terzo anello sono appoggiate su una enorme trave a cassone in cemento armato (alta 5,50 metri e larga 4,80), sostenuta da undici torri cilindriche contenenti all’interno le scale e all’esterno una rampa continua. Le quattro torri angolari sono più alte e sostengono una travatura metallica che regge il tetto dello stadio. Le travi sono in acciaio e sono dipinte di rosso. Il terzo anello è l’unico pezzo di San Siro a non essere simmetrico.

Per evitare conflitti con lo stadio del trotto che si trovava allora immediatamente a est dello stadio del calcio, il terzo anello avvolge solamente i lati nord, ovest e sud. Il vuoto tra le torri cilindriche e la copertura offre agli spettatori al secondo e terzo anello della tribuna rossa uno straordinario panorama di Milano.

Se si cerca di suddividere la torta in unità più piccole, ne risultano undici parti, tutte relativamente indipendenti, definite dai tre anelli (di cui uno incompleto) e dai quattro lati del campo. È possibile valutare in prima approssimazione la trasformabilità delle diverse componenti, considerando che, in ogni caso, dalle informazioni disponibili, le strutture sembrano solide e lo stadio non ha bisogno di interventi che vadano oltre la manutenzione ordinaria.

Di questi undici pezzi, quattro, quelli corrispondenti al secondo anello, sembrano molto difficili da modificare. Più facile è la trasformazione degli altri sette: i tre del terzo anello e soprattutto i quattro del primo anello. Inoltre è possibile immaginare di aggiungere un nuovo elemento al terzo anello, lungo il lato est attualmente senza tribune. Infine è possibile costruire attorno allo stadio, almeno su tre lati. Le possibilità non sono poche.

Le parti in cui può essere scomposto lo stadio Giuseppe Meazza.

NUOVE ESIGENZE E POSSIBILITÀ
Non è disponibile un elenco completo delle funzioni che dovrebbero essere incluse nel nuovo stadio (e che, almeno secondo i due club, non possono essere ricavate nello stadio vecchio). Abbiamo cercato di ricostruirle da fonti e informazioni diverse.

Alla presentazione del progetto elaborato nel 2019, Paolo Scaroni accennò ad almeno 100.000 metri quadri di spazi per attività pre-partita – a confronto con i 24.000 a suo parere ricavabili all’interno dell’edificio esistente. Ad un evento di Calcio e Finanza del marzo dello scorso anno è emerso che i due club milanesi vorrebbero circa 71.000 posti, di cui 8/9.000 VIP. In altre occasioni si è parlato di un totale di 75.000 posti. Non sono informazioni precisissime, ma danno un’idea. I due club vogliono uno stadio che possa includere molti spazi commerciali e incrementare così la redditività del complesso.

Si deve così passare da uno stadio magro, con una sezione molto sottile, ad uno stadio grasso, con una sezione ampia, sul modello degli stadi americani, con un largo concourse esterno a servizio di un cospicuo programma di attività non immediatamente legate al calcio. Uno stadio non solo con molti più skybox, ma con molti più negozi, molti più ristoranti, molte più attrazioni indipendenti dalla partita.

Confronto tra le sezioni di uno stadio grasso (Tottenham Hotspur Stadium, a sinistra) e uno stadio magro (San Siro, a destra).

La domanda è: questa trasformazione richiede davvero la demolizione dello stadio attuale? Non è possibile un compromesso?

È vero che San Siro oggi è uno stadio piuttosto scomodo e soprattutto molto lontano da quanto Inter e Milan desiderano, sia nella sua organizzazione di macchina univocamente orientata a mostrare partite di calcio, con pochissimo spazio per programmi complementari, sia nella sua estetica rude ed eroica, con poche concessioni al lusso. San Siro, però, è anche, e soprattutto, un edificio immenso in un immenso piazzale vuoto, e i modi per trasformarlo non mancano.

San Siro infatti è talmente grande che è persino difficile apprezzarne la scala. È molto più grande del Duomo di Milano. Gli unici edifici che hanno una dimensione simile o maggiore a Milano sono la stazione centrale, gli aeroporti, qualche ospedale. Un calcolo sommario della superficie lorda di pavimento di San Siro arriva a circa 140.000 metri quadri (di cui circa 40.000 di tribune, circa 40.000 di funzioni accessorie e circa 50.000 di distribuzione). Per quanto il concetto di “superficie lorda di pavimento” non sia particolarmente adatto a misurare uno stadio e molti di questi spazi abbiano configurazioni piuttosto particolari e siano spesso difficili da utilizzare, 140.000 metri quadri sono tanti. Difficile credere che, come emergerebbe dal presunto rapporto della UEFA, al suo interno non si possa trovare spazio per delle docce più spaziose o per il guardaroba della sala VIP.

La parte di San Siro che offre maggiore resistenza alla trasformazione è il secondo anello, che è anche la parte più radicale in termini architettonici (non a caso quella che avrebbe potuto essere vincolata dalla Soprintendenza). Il problema del secondo anello è che tra la tribuna e le rampe esterne non c’è praticamente spazio, al momento solo la fascia punteggiata di pilastri che sostiene le tribune, dove a fatica trovano posto i bagni (che sono comunque insufficienti). Questo non è certo un concourse e non può nemmeno essere allargato all’esterno, perché le rampe lo delimitano uniformemente. Le rampe infatti partono da diciannove piattaforme regolarmente distribuite lungo il perimetro e scendono per 200 metri prima di toccare terra, formando una trama uniforme ed impossibile da intaccare a meno di compromettere l’intero sistema.

Funzionamento del sistema di scale (ingresso) e rampe (uscita) del secondo anello.

L’unica soluzione possibile per aumentare la superficie commerciale legata al secondo anello sarebbe collegare il camminamento alla sommità delle rampe con dei volumi esterni attraverso dei ponti in corrispondenza degli accessi superiori alle rampe (e così in corrispondenza dei vomitori che danno accesso al catino). Si tratterebbe di un’operazione dispendiosa (potenzialmente sarebbero dieci nuovi volumi intervallati alle torri del terzo anello) ma relativamente semplice, che non richiederebbe demolizioni e potrebbe essere realizzata in fasi successive, senza creare grande intralcio al funzionamento dell’edificio.

Più agevole è la trasformazione del terzo anello. In questo caso infatti non ci sono rampe all’esterno della tribuna, ma la grande altezza (si tratta comunque di costruire a più di 30 metri da terra) e la relativa distanza dal campo che rende questi posti meno attraenti e meno redditizi, rendono improbabile un investimento consistente.

Un’opportunità più interessante è quella fornita dal lato orientale del terzo anello, attualmente privo di tribune. Qui potrebbe essere realizzato un intervento del tutto nuovo, che potrebbe comprendere solo skybox o area media (in una posizione simile a quella che occupano al Levi’s Stadium di Santa Clara, che ha recentemente ospitato il Superbowl LX, o in alcuni stadi sudamericani, come il Monumental di Lima, il Campeón del Siglo e il Gran Parque Central di Montevideo, dove giocano rispettivamente Peñarol e Nacional).

Al Levi’s Stadium di Santa Clara e all’Estadio Monumental di Lima alcuni skybox e l‘area stampa sono sono collocati in una larga porzione di palchi sopra le tribune.

Anche questo intervento sarebbe del tutto indipendente dallo stadio attuale e non richiederebbe demolizioni, anche se certamente avrebbe conseguenze e dovrebbe essere negoziato in relazione alla vicina area dell’ex stadio del trotto (definire le strategie per questa area indipendentemente da quelle per lo stadio non è stata una mossa particolarmente felice).

Infine, i pezzi decisamente più facili da trasformare (o anche da sostituire integralmente) sono le quattro tribune del primo anello, che sono anche quelle più adatte ad accogliere skybox e spazi commerciali. Assieme a questi interventi sarebbe forse possibile anche abbassare leggermente il campo per migliorare l’inclinazione delle tribune del primo anello. È inoltre possibile espandere enormemente gli spazi commerciali al piano terra verso l’esterno dello stadio, realizzando semplicemente una grande piazza in copertura che dia accesso alle varie rampe, opportunamente accorciate. In tal modo il flusso degli spettatori del primo anello (e degli spazi commerciali a terra) potrebbe essere separato dal flusso degli spettatori del secondo e terzo anello, che accederebbero alle rispettive risalite direttamente dalla terrazza al di sopra degli spazi commerciali.

Possibili aree di intervento per trasformare San Siro.

A partire da queste opzioni, si possono immaginare differenti combinazioni di interventi ai vari livelli, che, pur mantenendo gran parte della struttura attuale, consentano di accogliere il programma richiesto dai club senza demolire tutto l’edificio esistente.

Le opzioni sono molte: si potrebbero sostituire integralmente le due tribune lunghe o tutto il primo anello, costruire nuovi spazi commerciali in un grande basamento al piano terra, realizzare altri spazi commerciali a servizio del secondo anello collegati con ponti che oltrepassino la fascia di rampe, aggiungere una sottile fascia di skybox e spazi per i media sul lato orientale del terzo anello (come la strettissima tribuna disegnata da un giovane Rafael Viñoly per il lato ovest della Bombonera).

Non c’è bisogno di procedere oltre: il punto è che le soluzioni ci sono, e sono anche tante. La questione, più che altro, è se i club sono disponibili ad un compromesso.

La sottilissima tribuna con i palchi della Bombonera di Buenos Aires.

OBSOLESCENZA
Va fatto poi un discorso più ampio su cosa vogliono Milan e Inter, e su quanto stringenti e non negoziabili siano queste richieste. Le esigenze infatti mutano, e molto velocemente, e nessun edificio (soprattutto un edificio enorme come uno stadio) potrà mai essere realizzato abbastanza in fretta da poter corrispondere perfettamente alle esigenze del cliente nel momento in cui il cliente inizia ad usare l’edificio.

Quando, nel 2019, Inter e Milan presentarono il primo progetto per la demolizione di San Siro e la realizzazione di un nuovo stadio, per esempio, si prevedeva una capienza di circa 65.000 spettatori, decisamente inferiore a quella che sarebbe poi stata la media registrata da entrambe le squadre negli ultimi anni (circa 72.000 spettatori). Se Inter e Milan avessero potuto demolire San Siro e costruire un nuovo stadio nel 2019, adesso, probabilmente, lo starebbero già rimpiangendo. E infatti il progetto che i due club stanno sviluppando ora ha significativamente corretto la capienza prevista e ora si ipotizza un nuovo stadio da circa 75.000 posti. In cinque anni la pura e semplice capienza dello stadio è cambiata del 15%.

La grande velocità con cui le richieste dei club sembrano variare suggerisce di guardare ai numeri proclamati dalle società con un certo scetticismo. E questo non perché le previsioni non siano professionali ed accurate, ma perché la realtà cambia, e cambia molto più velocemente di quanto possa cambiare un edificio. L’architettura è infatti una cosa inesorabilmente lenta e può mantenere un rapporto ragionevole col suo tempo solo se non lo rincorre.

San Siro è vecchio ed è già stato trasformato due volte. Ed è proprio per questo che sembra ragionevole pensare che possa essere trasformato ancora. Siccome lo stadio ha già dato prova di saper corrispondere a tante epoche e tante condizioni diverse, siccome è stato già usato in tanti, imprevedibili modi, è possibile pensare che possa adattarsi ancora. In altre parole, è proprio la sua non completa adeguatezza alle esigenze di oggi a dimostrare che probabilmente sarà più adatto di uno stadio assolutamente nuovo alle esigenze (sconosciute) di domani. La sua forma, ormai sperimentata da decenni, sembra contenere una riserva di possibilità; una riserva che si è già attivata in passato e dai cui sarebbe possibile pescare ulteriormente. Ed è ancora questa forma, che determina la non perfetta coincidenza dell’immagine dello stadio con l’estetica contemporanea a determinarne il fascino, la differenza, l’inimitabile attrattività (e questo limitando queste considerazioni alla brand awareness, senza andare a tirare a mano Riegl e il culto moderno dei monumenti).

Facciamo un altro esempio. La squadra NFL degli Atlanta Falcons giocava nell’Atlanta-Fulton County Stadium, uno stadio multipurpose (per baseball e football) a pianta circolare costruito nel 1965. Nel 1992, in previsione delle Olimpiadi del 1996, la città costruì il Georgia Dome e i Falcons vi si trasferirono. L’Atlanta-Fulton County Stadium venne demolito nel 1997. I Falcons giocarono al Georgia Dome dal 1992 al 2017, quando venne completato il vicino Mercedes-Benz Stadium e il Georgia Dome venne demolito.

Dal nostro punto di vista sono interessanti alcune osservazioni della stampa americana e dei proprietari della squadra. Per celebrare la fine del Georgia Dome, SB Nation scrisse: “Il Georgia Dome ha fatto il suo dovere per 24 anni... ma non era niente di speciale. Non si può dire lo stesso del Mercedes-Benz Stadium. Avvicinandosi a piedi, sembra di trovarsi davanti a una maledetta astronave”. L’allora amministratore delegato dei Falcons, Rich McKay, disse: «Non volevamo costruire una versione migliore del Georgia Dome. Non era quello l’obiettivo. Se fosse stato così, avremmo semplicemente ristrutturato il Georgia Dome. Volevamo davvero cambiare le regole del gioco e farlo per molto, molto tempo».

Dal 1965 al 2017, insomma, Atlanta ha costruito tre stadi e ne ha demoliti due (e questo senza contare gli altri due stadi costruiti per i Braves, la squadra di baseball che usava l’Atlanta-Fulton County Stadium assieme ai Falcons prima di spostarsi nel 1997). L’Atlanta-Fulton County Stadium e il Georgia Dome sono durati 32 e 24 anni. Per quanto Rich McKay abbia sostenuto di voler cambiare schema e farlo per tanto tanto tempo, gli credereste? Quanto ci vorrà prima che anche il Mercedes-Benz Stadium sembri, esattamente come il Georgia Dome, niente di speciale?

Demolizione dell’Atlanta–Fulton County Stadium (prima immagine) e del Georgia Dome (seconda immagine).

Quello che si può leggere nella vicenda di Atlanta è che più un oggetto grande e complicato come uno stadio cerca di corrispondere perfettamente alle esigenze del momento più rischia di diventare velocemente obsoleto. E può succedere che avere uno stadio vecchio di vent’anni sembri peggio che averne uno vecchio di cento anni, ma che almeno ha un fascino, una storia e un’inerzia che consente di riadattarlo. Pare che l’Arsenal stia già cercando di trasformare l’Emirates Stadium, finito nel 2006. Davvero vogliamo costruire uno stadio nuovo ogni vent’anni? È una prospettiva sostenibile?

INNOVAZIONE?
A proposito della demolizione e ricostruzione di San Siro si è molto parlato di innovazione. Secondo Inter e Milan lo stadio nuovo sarebbe anche innovativo.

Qui però bisogna distinguere, perché il fatto che l’oggetto sia nuovo non significa che il progetto sia innovativo. E infatti, nel 2026, niente pare meno innovativo che demolire e portare in discarica 200.000 metri cubi di cemento. Questa è l’innovazione del XIX secolo: si costruisce una macchina nuova e la macchina vecchia si butta nella spazzatura. Non conta quanta energia si deve consumare, non conta quante macerie si devono sgomberare. È l’innovazione secondo la gerontocrazia italiana, l’innovazione come se la immaginano i vecchi: costruire una cosa che risolve tutti i problemi senza perdere tempo a considerare le connessioni, le reti, la programmazione. Secondo questo modo di pensare patologicamente ottocentesco l’innovazione si limita all’oggetto, all’ordigno magico e risolutore. Non c’è mai bisogno di intervenire sugli usi, sulle relazioni, sulla logistica.

Questo è anche il motivo per cui San Siro è una questione importante per Milano più in generale, perché è una questione di cultura della classe dirigente e di modello di sviluppo. In un’intervista del 5 aprile del 2023 per PianetaMilan, appena dopo aver sostenuto che, per realizzare nuovi stadi, serve «una legislazione di emergenza», Paolo Scaroni ha illustrato il suo modello: «Dobbiamo essere in grado di fare come la Premier League».

È il programma di un bel pezzo di classe dirigente milanese e italiana: fare quello che hanno fatto a Londra vent’anni fa. Difficile però sostenere che questo sia un programma ambizioso o innovativo, ma soprattutto difficile immaginare che possa essere un buon affare: che interesse può suscitare a livello internazionale la Serie A se il suo modello è essere identica a una Premier League che già non esiste più? Chi si comprerebbe mai un prodotto fatto esattamente come il prodotto concorrente, e anche in ritardo?

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