
Martin Landaluce ha appena finito di battagliare con Vit Kopriva. Ha vinto in cinque set, rimontando da due parziali di svantaggio. A fine match un giornalista spagnolo gli mette un microfono davanti e gli fa sapere che il suo prossimo avversario è Juan Manuel Cerundolo, che ha battuto Jannik Sinner. Landaluce sbianca. Dice: «Si è ritirato?! Ha perso?!». Aveva visto i primi due set, per studiare l’eventuale prossimo avversario e non sembrava esserci nessuna avvisaglia che non sarebbe stato Jannik Sinner.
La sua sorpresa è stata per il risultato, certo, ma anche per qualcosa di molto più ambiguo e insidioso: allora avrebbe potuto vincere. Vincere la partita? Vincere il torneo? Landaluce è stato sfiorato da quel pensiero? Anche involontariamente, in modo rapido, un’idea simile può avergli attraversato il cervello?
È un tipo di pensiero che deve aver sfiorato la maggior parte dei tennisti che giovedì sera erano ancora dentro al tabellone del Roland Garros, sopravvissuti al caldo mortale delle prime giornate, e agli inevitabili upset. Senza Sinner e senza Alcaraz non c’erano i due dominatori del tennis contemporaneo e a quel punto tutti potevano nutrire legittime speranze di vittoria. Una situazione inedita del tennis, che deve aver instillato nel cuore dei tennisti una sensazione strana, a metà tra l’eccitazione e l’ansia. L’adrenalina perché il futuro, per la prima volta, era incerto, ma d’altra parte anche la paura di fallire, di risultare inadeguati di fronte a una delle rare occasioni di ottenere qualcosa di grande.
Arrivati al martedì della seconda settimana del Roland Garros non è semplice pronosticare chi può vincere il torneo. Nel tennis un’incertezza simile non è la normalità. È uno sport fortemente piramidale: pochi diventano professionisti, ancora meno vincono i tornei, un numero ancora minore vince i migliori tornei. Possiamo dare numeri precisi.
Fra i tennisti attivi oggi, solo in quattro hanno vinto un torneo dello Slam. Uno di loro è Daniil Medvedev, gli altri sono Novak Djokovic, Carlos Alcaraz e Jannik Sinner. Nessuno di loro è ancora in corsa per il titolo dello Slam parigino, e allora succederà qualcosa che non avevamo immaginato. A scrivere il proprio nome nei libri di storia sarà un tennista che non ha ancora mai vinto uno Slam.
Proviamo a capire quanto è rara una situazione simile nel tennis. Questo sport è stato dominato per vent’anni da Federer, Djokovic e Nadal, e negli ultimi tre anni da Alcaraz e Sinner. Dal 2005 a oggi sono trascorsi ventuno anni in cui si sono giocati 80 tornei dello Slam. Di questi 80 tornei appena 10 sono stati vinti da giocatori diversi da quei cinque. Se escludiamo Wawrinka e Murray, che per brevi periodi sono riusciti a entrare in quell’aristocrazia tennistica, restano 4 tornei vinti. Così pochi che li ricordiamo tutti come fosse ieri. Eventi assurdi, bizzarri, che nella loro eccezionalità ci ricordano che il tennis è uno degli sport in cui la vittoria è affare elitario. Solo un incastro irripetibile di fattori può aprire questo sport alla vittoria a chi non ci è destinato.
La malinconica vittoria di Del Potro agli US Open del 2009. Sembrava l’avvio della sua era nel tennis mondiale, e invece sarà l’inizio della fine. Non sapevamo che per arrivare a quei livelli, tirando il dritto e il rovescio così forti, Del Potro stava facendo a pezzi i suoi polsi.
Il buffo successo di Marin Cilic, sempre a New York, nel 2014, cinque anni dopo. Un tennista così poco popolare che probabilmente pochi ricordano quel successo, né il fatto che oggi giochi ancora. Vinse in finale contro Kei Nishikori, una delle meno guardate della storia del torneo.
Poi ci sono stati i due tornei pandemici. La vittoria di Dominic Thiem nel 2020, in finale su Zverev, in una delle più brutte finali della storia, in un torneo orfano di Federer, Nadal e di Djokovic, squalificato al quarto turno per aver tirato una palla a una giudice di linea. Nel 2021 fu la volta di Daniil Medvedev, che approfittò del blackout emotivo di Nole, improvvisamente paralizzato dalla prospettiva di completare il Calendar Slam, dentro uno stadio che faceva tutto il tifo per lui.
Ciascuna di queste vittorie contiene una fragilità intrinseca; sembra generata dal caso, o da uno sforzo agonistico così intenso da restare unico, o addirittura da provocare la rottura indefinita di una carriera. Gli Slam di Del Potro e Thiem sembravano i primi di una serie: e invece sono stati l’inizio della loro fine, il momento in cui il loro corpo ha cominciato ad andare in pezzi, pagando lo sforzo fatto per riuscire a vincere uno Slam in un’epoca in cui nessuno può vincerlo. Tutte le vittorie episodiche sono avvenute agli US Open, dove è più probabile che succeda l’improbabile.
Questo Roland Garros non farebbe eccezione, nel caso. È raro uno Slam privo, fin dall’inizio, di così tanti giocatori forti contemporaneamente. Al primo giorno di partite si è arrivati senza il campione in carica, Carlos Alcaraz, e senza i quattro giovani tennisti che hanno nella terra la propria superficie preferita: Jack Draper, Holger Rune, Lorenzo Musetti e Arthur Fils. Senza di loro era annunciata una vittoria burocratica di Jannik Sinner, che avrebbe così completato la vittoria di tutti i titoli più importanti su terra nel 2026 (Montecarlo, Madrid, Roma, Parigi).
In uno sport che sembra seguire sempre copioni scritti, è successo l’imprevisto. Sinner ha perso al terzo turno contro Juan Manuel Cerundolo per un malanno ancora misterioso (ma molto probabilmente innescato da un colpo di calore, che il diretto interessato ha negato). Il giorno dopo Novak Djokovic ha perso contro Joao Fonseca, in una di quelle partite dal sapore generazionale, tipo Federer-Sampras nel 2001 o Alcaraz-Djokovic a Wimbledon 2023.
Al Roland Garros - tenendo conto solo dello Slam parigino - ci sarà il secondo vincitore diverso dai Big-5 (cioè i Big-3 più Alcaraz e Sinner) dal 2005. Il secondo dopo Stan Wawrinka, che nel 2015 compì un’impresa mostruosa, frutto di un tennis furioso e irripetibile. Quello che stiamo guardando, allora, è un tennis inedito. Il prodotto dell’assenza dei due predatori Alpha dal tabellone, che ha generato un Hunger Games di alto livello.
Il timore era di trovarsi in mezzo a un torneo condizionato dalla tensione. L’occasione fa l’uomo ladro e nel tennis un giocatore peggiore. Hanno chiesto a Frances Tiafoe se un tabellone così sguarnito avesse aumentato la pressione sui giocatori, e lui ha dato una risposta onesta: «Cento percento. Cento percento». La tensione però non sembra aver paralizzato i giocatori, ma pare avergli dato una spinta superiore. Stanno venendo fuori partite giocate con intensità e disperazione assolute, trascinate al quinto set, frutto di battaglie epiche in cui ogni giocatore sembra riuscire a dare fondo a se stesso. Guardare il tennis in questi giorni dà una strana sensazione. Ciascun tennista gioca davvero come se potesse vincere il titolo. Non superare qualche turno, non fare bella figura, giocare belle partite, accumulare soldi: vincere.
Messa così non sto dicendo niente di particolarmente forte. Tutti vengono sorteggiati in un tabellone, seguendo il loro ordine di classifica, e ciascuno ha pari possibilità. In uno sport in cui vincono sempre gli stessi, in realtà, nessuno è sfiorato dal pensiero di potercela fare. Alcaraz e Sinner sono i gatekeeper attuali della nobiltà tennistica. Sono i custodi dei trofei maggiori. Uno di loro due può perdere, o essere fuori per infortunio o squalifica, ma ce n’è sempre un altro che risulta imbattibile per chiunque.
Ci sono ancora categorie tra i vari tennisti, ma solo loro due vengono percepiti come davvero imbattibili. Sono loro a rappresentare un ostacolo davvero insormontabile. Anche per questo negli scorsi giorni Flavio Cobolli ha dichiarato: «Oggi il livello si è appiattito. Il ranking conta poco, specie nei grandi tornei». Lo ha detto dopo aver battuto Andrea Pellegrino, che era al suo primo Slam in carriera pur avendo un livello di tennis oggettivamente all’altezza di un torneo così importante.
Ha ragione Cobolli: la classifica è livellata verso il basso, dove ci sono tennisti che hanno un ranking peggiore del loro gioco, ma anche verso l’alto, dove nessuno esprime un livello tangibilmente più alto fino ad Alcaraz e Sinner.
Siamo arrivati all’estremo per cui persino il numero tre del mondo, Alexander Zverev, sembra entrare in campo già sconfitto contro i due.
La spaccatura tra Sinner e Alcaraz e il resto del circuito è ben rappresentata dal ranking in classifica. Ci sono 4200 punti di differenza tra Zverev e Alcaraz, e 7800 tra Zverev e Sinner.
Intervistato da Ben Rothenberg, Tiafoe ha definito «divertente» questa situazione inedita, in cui non ci sono i due gatekeeper e la "coppa dei moschettieri" sembra in palio per tutti. Ciò che non possono mai sperare, arrivare in fondo, ambire al trofeo, questo Roland Garros lo ha reso possibile, e probabilmente ha tirato fuori una versione inedita di loro stessi.
Siamo vedendo il migliore Slam, o il migliore Roland Garros, della carriera di molti tennisti: Mensik, Fonseca, Jodar, Auger-Aliassime, Berrettini, Arnaldi, Cobolli. Ma anche tennisti usciti come Comesaña, Juan Manuel Cerundolo, Landaluce, Kouame, Zvajda, De Jong sono tutti andati un pochino oltre quello che ci si aspettava da loro.
Le partite sono state stupende, interminabili, per tutti i gusti. C’è stata la guerra al super-tiebreak tra Berrettini e Comesaña, con tanti falsi finali, match point annullati e un’intervista spaccacuore a fine partita, in cui il tennista italiano ha confidato le difficoltà vissute nell’ultimo periodo, in cui il tennis sembrava averlo lasciato.
C’è stata l’intensa Arnaldi-Collignon, impreziosita dal tweener paranormale di Arnaldi.
E poi forse la partita più bella del torneo, e una delle partite dell’anno, ovvero Arnaldi contro Tiafoe, iniziata a ora di cena e finita nel cuore della notte parigina. Un match da cinque ore e mezza in cui si sono giocati punti ai limiti della realtà. Momenti in cui Arnaldi è sembrato semplicemente l’uomo più in forma del pianeta Terra. Non dimenticheremo facilmente la sensazione di vedere un giocatore che sta volando, il suo sorriso alla fine di punti in cui sembra sempre leggermente stupito da se stesso.
Con le gambe di mercurio, Arnaldi schizzava da un lato all’altro del campo, dando l’impressione a Tiafoe di non poter fare punto in alcun modo. Era sotto 1-4 nel quarto set, dopo una partita già faticosa, dopo aver giocato già sedici ore in questo torneo.
Poi ha trovato altre energie in una zona molto profonda di sé. In questa doppia parata sugli smash dell’americano si è guadagnato match point. Un momento in cui il tennis ci mostra, come nessun altro sport può fare, un uomo che non si vuole arrendere - e una persona con riflessi allucinati.
C’è stata l’emozionante e generazionale Djokovic-Fonseca, ma anche una combattutissima Ruud-Fonseca: due ore e quindici per giocare due set, conclusi dal dramma arbitrale per una chiamata che ha penalizzato il norvegese. Più ingiustizia purtroppo, ma anche più tensione e spettacolo.
Talvolta la temperatura eccessiva ha spinto lo spettacolo verso l’estremo, facendo prendere al torneo un lato oscuro. Non è stato semplice da sostenere. Ruud che fatica a respirare contro Safiullin, Sinner che diventa uno zombie contro Cerundolo, Mensik che quasi sviene dopo il match point con Navone. Segnali allarmanti che non possono essere più ignorati.
La sconfitta di Sinner ha spaccato il tabellone a metà. In basso Zverev può fare la voce grossa, e infatti è il giocatore che attualmente ha speso meno tempo in campo. Attorno, però, è insidiato dai giovani in rampa di lancio, che potranno giocare con meno pressioni addosso. La prima sfida è oggi contro Jodar.
La parte alta è selvaggia: uno tra Auger-Aliassime, Cobolli, Berrettini e Arnaldi giocherà la finale del Roland Garros. Fra di loro, solo Berrettini ha già giocato una finale Slam, cinque anni fa. In mezzo ci sono state già diverse cadute e resurrezioni, per arrivare all’attuale versione da reduce, che gioca con l’aria di chi non ha più nulla da perdere.
In un Roland Garros così denso di grandi partite, un ruolo lo gioca anche la superficie. La terra rossa attenua l’influenza del servizio, premia la durevolezza, la resistenza, ma anche le variazioni e l’intelligenza tattica. La terra rossa allunga gli scambi e allarga le possibilità di giocatori che sul cemento vengono tagliati fuori dalla logica darwinista del servizio. È un torneo che sta mettendo in mostra la combattività estrema di certi giocatori, la loro capacità di resistere, di esprimere un agonismo puro e senza frontiere.
Questo Roland Garros ha due degli elementi che più ricerchiamo nello sport: l’incertezza del risultato finale e atleti che riescono a superare i propri limiti davanti ai nostri occhi. Atleti che guardiamo crescere davanti a noi.
A proposito di questo, c’è un altro elemento che rende questo torneo davvero speciale, e cioè il fatto che ci sono ancora in gara i tre migliori giovanissimi del tennis mondiale. Jodar, Mensik e Fonseca, seguendo traiettorie diverse, hanno giocato il migliore Slam della loro carriera. Sono le grandi partite che costruiscono i grandi giocatori, e loro ne hanno giocate diverse. In particolare Fonseca, battendo in sequenza Djokovic e il due volte finalista del torneo Ruud; ma anche Mensik, venendo a capo di un battagliero Rublev.
Ancora una volta, molti tennisti nati negli anni ’90 hanno perso la propria occasione: Rublev, Ruud, Tiafoe. La cosiddetta “generazione perduta” delegherà le proprie speranze a Berrettini ma soprattutto a Zverev, che in questi anni meglio di tutti ha rappresentato la loro maledizione. I nati negli anni '80 hanno vinto 80 Slam, i nati dopo il 2000 ne hanno vinti 11, i nati negli anni ’90 appena due. Per vincere il suo primo titolo Slam, Zverev dovrà battere Jodar e poi il vincente tra Mensik e Fonseca, che fanno parte di una generazione ancora successiva a quella di Alcaraz e Sinner. Direi che siamo alla resa dei conti finale.
In genere gli appassionati di tennis si dividono in due categorie. Da una parte quelli che vedono nella stabilità e nella ristrettezza del numero di vincitori un segno di grandezza e nobiltà. Dall’altra quelli che vorrebbero più apertura, più imprevedibilità. Sono due poli, lo yin e lo yang della lamentela tennistica, e anche il modo per parlare sempre male del tennis femminile. O il tennis è sempre uguale, oppure è troppo diverso. O è noioso perché vincono sempre gli stessi, oppure è scrauso perché vincono sempre giocatori diversi. Un cerchio perfetto che permette di non farsi andare bene niente.
Questo Roland Garros proporrà un nuovo vincitore Slam, ma al contempo accontenta entrambe le categorie. Ci sono giocatori piccoli alla ricerca dell’epica, ma ci sono anche giovani dal talento aristocratico che a Parigi inizieranno a scrivere la loro storia. Ci sarà qualcuno che negherà la bellezza di questo torneo, ma ignoratelo: vuol dire che si è perso le partite.
Senza Alcaraz e Sinner il tennis perde la rivalità più importante di questo sport. La loro assenza però ci costringe a rivolgere la nostra attenzione al resto del circuito, e a non darlo per scontato. Ci siamo accorti dell'incredibile profondità di talento, e alla grande quantità di storie e personaggi che il tennis può offrire, andando oltre la narrazione del dominio.
Dopo questo Roland Garros il tennis ci apparirà come un posto più aperto, più interessante, meno prevedibile: vi sembra poco?



