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PSG-Arsenal potrebbe essere uno spartiacque nel calcio
31 mag 2026
Il PSG vince la sua seconda Champions League consecutiva, ma la partita potrebbe segnare un prima e un dopo.
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10 min
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Foto IMAGO / PsnewZ
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Lo sapevamo, e lo abbiamo visto succedere: per affrontare il Paris Saint Germain l’Arsenal ha progettato partita principalmente difensiva. La domanda era ovvia: sarebbe riuscita a resistere all’intensità offensiva che i parigini hanno spesso sfoggiato in Europa? Sarebbe riuscito a non farsi travolgere dall’infinito talento, dai dribbling jazzistici delle ali, dalle conduzioni di Vitinha, dai movimenti astuti di Dembélé?

La domanda era soprattutto questa e poi, dopo cinque minuti, un po’ a sorpresa, l’Arsenal è passato in vantaggio. Un gol a freddo di Kai Havertz - il suo secondo personale in una finale di Champions, dopo quello col Chelsea nel 2021 - servito da un rimpallo tra Marquinhos e Trossard ha rafforzato il piano iniziale di Arteta, e inevitabilmente dato fiducia all’Arsenal, che ha iniziato a esaltarsi nella sua partita da difesa di un assedio.

In questo contesto tattico Gabriel Magalhães è stato il giocatore che si è più distinto negli interventi difensivi. Gabriel ne ha effettuati ben 13 – il migliore in questo fondamentale – e ha respinto un tiro avversario diretto verso la porta. Se l’Arsenal avesse vinto la Champions League sarebbe stato un candidato credibile al titolo di MVP del match: il giusto riconoscimento al miglior difensore di una partita vinta puntando principalmente sulla fase difensiva.

Il calcio, però, sa essere crudele in tanti modi diversi: la delusione più cocente è spesso, irrimediabilmente, questione di centimetri.

Nella serie dei rigori il brutto errore di Eze era stato rimesso in parità da Raya, che aveva respinto il tiro a incrociare di uno specialista come Nuno Mendes. L’ultimo rigore, quello che avrebbe portato la sfida dagli undici metri a oltranza, è capitato proprio tra i piedi di Gabriel. Il suo tiro ha risentito di tutta la paura e la tensione del momento. Avrebbe forse voluto calciare forte, di collo pieno, incrociando il tiro, alzando la palla e mirando il palo alla sinistra di Safonov. Forse non ha avuto il coraggio di colpire con il collo del piede lasciando andare la gamba. Al momento dell’impatto il collo lascia spazio a un’ampia porzione di interno. Probabilmente con la coda dell’occhio ha visto che Safonov ha scelto proprio il suo lato sinistro e, non fidandosi più della forza del suo tiro, ha provato ad alzare la traiettoria, inclinando indietro il busto. Un tiro timoroso, incerto, che si alza mestamente oltre la traversa.

Il Paris Saint Germain ha vinto la sua seconda Champions League di fila mentre, vent’anni dopo la finale contro il Barcellona, l’Arsenal si è fermato ancora una volta a un passo dal trionfo. E Gabriel Magalhães non sarà ricordato come l’MVP della partita, bensì come il calciatore che ha sbagliato il rigore decisivo.

LA DIFESA DI ARTETA

I fuochi d’artificio, il calcio a tutta velocità visti nella semifinale tra PSG e Bayern Monaco hanno alzato l'asticella per quanto riguarda un certo modo di intendere la fase di non possesso. Nel continuo rincorrersi di mosse e contromosse che segnano lo sviluppo tattico, il pressing altissimo e a ogni costo, la difesa basata sui duelli individuali, fioriti come risposta difensiva al gioco di posizione, sono sembrati a loro volta superati da attacchi veloci e tecnici. Il talento dei singoli giocatori era sembrato sempre capace di superare le marcature, facendo pagare cara l’aggressività avversaria.

Si è parlato molto di massimi sistemi, e di verità forse troppo universali, attorno alla partita tra PSG e Bayern Monaco. Sembrava potesse rappresentare l’apice di quel modo di intendere il calcio. Eppure era inevitabile che da un punto così alto - di intrattenimento e brillantezza offensiva - si potesse solo scendere. L’ipotesi era quella di un ritorno a fasi difensive maggiormente attente al controllo dello spazio e a una difesa in cui la struttura posizionale tornasse ad avere un’importanza cruciale. E chi, meglio di Arteta, poteva portare sul massimo palcoscenico del mondo del calcio un’idea vecchia-nuova/nuova-vecchia per difendere contro il PSG?

Un tempo Luis Enrique era un integralista del gioco di posizione. Negli ultimi due anni, però, è riuscito a disegnare un calcio magnifico, basato su rotazioni, fluidità, velocità e tecnica dei suoi calciatori. Nel 2025 il suo PSG aveva devastato le difese d’Europa orientate sull’uomo, suggerendo l’inizio di un nuovo ciclo tattico. Arteta ha elaborato un piano per neutralizzarlo.

Certo, l’interpretazione difensiva progettata per la finalle non è una novità per l’Arsenal. L’importanza della partita e la smisurata attenzione riservata al match, possono rappresentare, plasticamente, un momento di svolta nello sviluppo tattico del calcio di alto livello. Ricorderemo questa finale come il momento del ritorno di una difesa più aderente ai principi della “zona”? A un pressing più sfumato, portato su altezze variabili, innescato da precisi movimenti del pallone in determinate zone di campo?

Arteta disegna la fase difensiva della sua squadra con un 4-4-2 con Ødegaard sulla stessa linea del centravanti Havertz. La prima linea difensiva, costituita da 4 uomini, non ha l’obiettivo di pareggiare il numero di giocatori impegnati dal PSG in costruzione bassa, ma, rimanendo stretta, quello di negare l’accesso al centro del campo agli avversari.

Alle spalle della prima linea di pressione l’Arsenal rimane stretto e compatto, riducendo la distanza tra le linee. I due interni - Rice e Lewis-Skelly - sono impegnati in un incessante lavoro di copertura della linea difensiva e marcatura dei giocatori interni del PSG. La linea difensiva è molto attiva e segue gli uomini nella zona, ma si ricompone subito quando gli avversari si allontanano troppo.

Almeno nella prima mezz’ora di gioco l’Arsenal pressa anche piuttosto bene. L’ordine e la disciplina con cui la squadra di Arteta copre il campo nega davvero l’accesso al centro ai talenti parigini. Vitinha è generalmente il giocatore più avanzato del 3+1 del PSG in fase di costruzione, ma viene schermato dalla prima linea a quattro dell’Arsenal. Allora è costretto ad abbassarsi per ricevere palla; a quel punto la circolazione del PSG prende vie perimetrali. Sul giro palla del PSG l’Arsenal pressa l’uomo che riceve sulla linea laterale, chiudendo su un lato gli avversari.

Trossard si alza in pressing su una ricezione sulla linea laterale di Hakimi. L’Arsenal si muove in avanti compatto. Havertz chiude la linea di passaggio verso Marquinhos, Ødegaard si alza su Pacho che riceve il pallone, mentre Saka va in pressione preventiva su Nuno Mendes. Le linee più arretrate si muovono insieme a quella più avanzata. Pacho è costretto a lanciare lungo e Mosquera anticipa Kvaratskhelia.

Le rotazioni, gli scambi di posizione tipici del PSG, non riescono a creare pericolosità. Quella dell’Arsenal è una struttura rigida, poco sensibile ai movimenti degli avversari: più interessata a mantenere l’ordine e a coprire gli spazi.

Il PSG, costretto a un lungo possesso perimetrale, effettua un solo tiro nella prima mezz’ora di gioco e 6 tiri nel primo tempo, di cui ben 4 dopo il minuto 42. Dati che testimoniano l’efficacia della fase difensiva dei “Gunners”. Al contempo, nei primi 45 minuti il PSG effettua ben 10 cross: non certo il modo con cui la squadra di Luis Enrique preferisce rifinire l’azione.

A corredo della strategia in fase di non possesso, Arteta sceglie di minimizzare il rischio di generare caos nel match, rinunciando del tutto alla costruzione bassa. Arteta non voleva essere pressato, e quindi Raya si rifugiava nei suoi prudenti lanci lunghi.

Per ricapitolare: una difesa ordinata, indifferente alle rotazioni avversarie, bassa, che non vuole recuperare palla; una fase di possesso diretta, brutale, che rinuncia a ogni rischio. Viene fuori una partita monotematica. Il PSG mantiene un possesso palla superiore al 75% ma senza davvero riuscire a controllare la partita. Almeno per la parte iniziale del match.

Quando rientra nel secondo tempo il PSG cambia strategia. Cerca di esplorare di più, e meglio, gli spazi centrali. Vitinha evita di abbassarsi sulla linea difensiva e prova a ricevere alle spalle della prima pressione avversaria. Diventano più frequenti i tentativi di conduzione palla interni, partendo dalla prima linea di costruzione. La difesa dell’Arsenal si abbassa, si stringe attorno all’area, ma comunque non concede molte occasioni.

Poi basta una triangolazione vicina all’area, un intervento precipitoso di Mosquera su Kvaratskhelia, e il castello difensivo dell’Arsenal cade al primo vero affondo.

Il basso e stretto 4-4-2 dell’Arsenal a ridosso della propria area di rigore.

L’azione del rigore dimostra quanto sia complicato mantenere alta l’attenzione difendendo con un blocco basso per l’intera durata di una partita.

Dopo il pareggio l’Arsenal prova a rialzare il pressing, prendendosi qualche rischio in più col pallone. In questa fase della partita Kvaratskhelia e Barcola - subentrato nel frattempo proprio al georgiano – collezionano in transizione le migliori occasioni del match per il PSG. Una prova indiretta che gli scrupoli di Arteta erano forse giusti e non esagerati.

SCELTA INTELLIGENTE O TROPPA PRUDENZA?

Il 4-4-2 ordinato di Arteta ha effettivamente messo in difficoltà l’attacco del PSG. La squadra di Luis Enrique ha dominato il pallone, ma ha creato pochi pericoli per la porta di Raya. In 133 minuti di gioco il PSG è riuscito a generare appena 0.90 npxG.

La struttura difensiva a zona dell’Arsenal ha ridotto drasticamente il numero di dribbling tentati dagli uomini di Luis Enrique. Nei 90 minuti regolamentari i giocatori del PSG hanno tentato 14 dribbling, meno della metà di quelli provati nel match di andata contro il Bayern Monaco. Con una difesa meno orientata ai duelli e più al controllo dello spazio, il PSG non aveva modo di giocare in velocità, le sue rotazioni sono sembrate inutili, ridondanti. La squadra di Luis Enrique non sapeva come penetrare nelle maglie difensive dell’Arsenal. Sembrava un piano perfetto, quello di Arteta, ma è bastata una piccola imprecisione nel meccanismo difensivo dell’Arsenal per consentire al PSG di pareggiare il match - e, alla fine, vincere la sua seconda Champions League consecutiva.

D’altronde è veramente complesso immaginare di difendere per tutto il match nei pressi della propria area di rigore senza incorrere in una distrazione o in una imprecisione, specie contro giocatori del livello tecnico come quelli del PSG. Anche per questo Arteta, a fronte di una fase di non possesso praticamente perfetta, ha probabilmente peccato in un eccesso di prudenza in fase di possesso palla.

La rinuncia a esporsi al pressing del PSG privilegiando i lanci lunghi ha drasticamente ridotto la possibilità dell’Arsenal di imbastire fasi di possesso più lunghe e strutturate. Non si trattava solo di costruirsi occasioni, ma anche di alleggerirsi fisicamente e cognitivamente dalla fase di non possesso. Forse i subentrati Martinelli, Eze, Madueke e Gyökeres, per caratteristiche tecniche, avrebbero potuto essere più utili dei titolari in fase di transizione offensiva in spazi ampi.

Il PSG ha sofferto la mancanza di spazi, specie nel primo tempo, però ha mai perso la pazienza e alla fine ha trovato il modo di sfruttare l’occasione giusta. L’evoluzione tattica del PSG, guidata da Luis Enrique, ha trasformato una squadra rigida e ancorata a una versione conservativa del gioco di posizione, in una fluida e brillante. La trasformazione, guidata dalla necessità di trovare nuovi spazi contro difese sempre più orientate sull’uomo, ha generato la squadra capace di vincere due Champions League consecutive.

La finale contro l’Arsenal ha portato forse per la prima volta, almeno in un palcoscenico così importante, una reazione tattica adeguata. Almeno in parte. In un eterno e ciclico flusso di mosse e contromosse, il ritorno delle difese a zona sembra poter essere la prossima tendenza dominante. E guardando ancora più avanti, il prossimo quesito da risolvere sembra essere quello della capacità di creare pericoli contro blocchi bassi.

Il triangolo tra Kvaratskhelia e Dembélé, una combinazione centrata sulla tecnica e sul movimento dei giocatori in spazi e tempi ridotti, sembra poter essere una promettente strada da esplorare. Ancora una volta la Champions League si rivela il laboratorio tattico più interessante. È qui che si osservano le tendenze più attuali e l’embrione degli sviluppi futuri.

Il Paris Saint Germain è la squadra più moderna del panorama mondiale e ha vinto meritatamente le ultime due edizioni della Champions League. La finale ha però dimostrato che dovrà continuare ad evolversi se vorrà continuare a vincere.

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