
Il tempo dei XXV Giochi invernali è arrivato. Dovrebbero tacere gli squilli delle guerre in giro per il mondo, invece così non è, visto che la pace olimpica appare come un bel sogno che si può declamare durante la cerimonia dell’inaugurazione, mentre metterla in pratica è una faccenda molto più complicata. Dovrebbero sopirsi anche le polemiche, visto che si sono accesi i riflettori sull’evento sportivo più importante che l’Italia ha organizzato negli ultimi vent’anni. Ma neppure questo auspicio si realizza, a causa delle troppe contraddizioni che hanno accompagnato una preparazione faticosa, con progetti economicamente molto impegnativi e perennemente in ritardo, appena dissimulati dalla propaganda ufficiale. Non ci sono solo i contestatori, a causa della montagna di soldi spesi, ma anche le ripicche che riaffiorano nei rapporti che non sono mai stati sereni tra Fondazione Milano Cortina 2026, il comitato organizzatore composto da enti pubblici, e Società Infrastrutture (SIMICO), l’azienda pubblica che fa riferimento, tra gli altri, al ministero delle infrastrutture e dei trasporti guidato da Matteo Salvini.
Nelle ultime settimane i contrasti si sono acuiti a causa della cabinovia di Socrepes, l’impianto di risalita che danza su una frana a Cortina. SIMICO non è riuscita a completarlo in tempo per portare in quota 2.400 spettatori all’ora, come avrebbe voluto Fondazione, con il risultato che il Prefetto di Belluno ha dovuto ordinare tre giorni di chiusura delle scuole di ogni ordine e grado. Altrimenti, con l’arrivo anche del presidente della Repubblica Sergio Mattarella (il 12 febbraio) si sarebbe rischiato il caos nelle strade intasate dagli autobus. Non è un aspetto marginale perché quell’opera è diventata, assieme alla pista da bob “Eugenio Monti”, un elemento di contraddizione, per i risvolti speculativi e ambientali, aggravati dalla fretta con cui è stata concepita, senza che l’obiettivo (a differenza della pista da bob) fosse centrato.
I giorni delle gare sono in pieno svolgimento e l’enfasi sportiva sembra prevalere, assieme allo spirito nazionalistico che inevitabilmente accompagna un grande evento in cui un Paese si mette in vetrina di fronte al mondo. Non è tuttavia possibile dimenticare ciò che è accaduto dal gennaio 2019 ad oggi. Non è solo un’operazione di critica, ma uno sforzo di analisi che consente di comprendere in anticipo quale sarà l’eredità alquanto spinosa che le Olimpiadi ci lasceranno.
Quasi sette anni dopo l’assegnazione avvenuta a Losanna il 24 giugno 2019, possiamo affermare che la struttura economica ha portato a una spesa imponente, con cui l’Italia dovrà fare i conti a Giochi finiti. Pensiamo a una grande torta del valore complessivo di 7 miliardi di euro che risulta assolutamente sproporzionata rispetto alla promessa iniziale del governo secondo cui si sarebbe trattato di Giochi “a costo zero” per il contribuente italiano. Una torta composta di due parti, con soggetti diversi e fonti di finanziamento pubblico/privato non coincidenti.
DUE MILIARDI PER L’ORGANIZZAZIONE
La prima parte è costituita dalla spesa di 2 miliardi di euro per l’organizzazione dei Giochi, in carico a Fondazione Milano Cortina 2026, presieduta da Giovanni Malagò (fino a giugno 2025 presidente del CONI), con Andrea Varnier amministratore delegato. Varnier è subentrato nel novembre 2022 a Vincenzo Novari, dopo il cambio di governo avvenuto a seguito della vittoria elettorale di Giorgia Meloni (l'addio di Novari, però, era stato già annunciato prima delle elezioni). Stando al dossier di candidatura il budget era di circa 1,4 miliardi di euro, con fonti di finanziamento completamente private. Un terzo sarebbe derivato da diritti televisivi, un altro terzo dai Worldwide Olympic Partners attraverso il CIO e l’ultimo terzo grazie a sponsorizzazioni nazionali, vendita di biglietti e merchandising, voci in carico al comitato organizzatore.
La prospettazione della spesa teneva conto di inflazione e incrementi dei costi fino al 2026, anche perché il CIO richiede una sostenibilità economica per evitare (come è accaduto in passato) che eventi olimpici diventino la causa di dissesto economico per i Paesi ospitanti. La previsione è risultata, però, sbagliata. In realtà per la sola organizzazione dei Giochi la spesa è arrivata a 2 miliardi di euro. A metterlo nero su bianco è la relazione che la presidenza del consiglio dei ministri ha allegato nel giugno 2025 al decreto con cui ha stanziato 328 milioni di euro (poi diventati 387 milioni in autunno). Un documento che ha ammesso che i soldi dei privati non sarebbero bastati e che sarebbe dovuto intervenire un finanziamento pubblico.
IL NUOVO COMMISSARIO PER LE PARALIMPIADI
La formula adottata in quella occasione ha lasciato perplessi. Innanzitutto perché ha smentito una dichiarazione del ministro dello sport Andrea Abodi, che risaliva al giugno 2024: «Dal punto di vista degli investimenti, Fondazione ha confermato l’importo di un miliardo e 600 milioni, limite che giudico come un imperativo categorico da rispettare e che presuppone una capacità di agire simmetricamente sul versante dei ricavi e dei costi, in modo tale da perseguire tale obiettivo. I ricavi sono determinati da entrate esclusivamente private, la Fondazione non riceve contributi pubblici». Un anno dopo la smentita di palazzo Chigi è plateale, aggravata in modo simbolico dal fatto che una quarantina di milioni sono stati attinti al fondo per il risarcimento delle vittime di mafia e di violenze sessuali (secondo il governo si tratta di "residui", cioè di fondi stanziati e mai spesi).
Un secondo aspetto è ancora più ambiguo. Il governo ha nominato – sei anni dopo l’assegnazione dei Giochi – una figura completamente nuova, un commissario straordinario per la Paralimpiadi a cui ha assegnato quella dote imponente. Peccato che l’ingegnere Giuseppe Fasiol, già Capo Area Infrastrutture della Regione Veneto, sia stato nominato a metà agosto e a metà dicembre non avesse ancora ricevuto un euro da spendere.
Inoltre, Olimpiadi (dal 6 al 22 febbraio) e Paralimpiadi (dal 6 al 15 marzo) sono sempre state unite, a partire dal Dossier di candidatura, con un bilancio unico, se si esclude una dotazione (prevista nel 2018) di 62,7 milioni di provenienza governativa per le Paralimpiadi. Ci si trova di fronte a una mossa apparentemente furba, con una finta dissociazione: finanziare le Paralimpiadi per non ammettere che la macchina organizzativa delle Olimpiadi ha dovuto ricorrere a soldi pubblici per tappare in anticipo i buchi di bilancio. In ogni caso il risultato non cambia: a pagare saranno i contribuenti italiani e quelle carte costituiscono una prova a favore di chi mette in dubbio la natura privatistica di Fondazione Milano Cortina.
LE OPERE PUBBLICHE
Ai 2 miliardi per l’organizzazione ne vanno aggiunti altri 4-5 miliardi per le opere pubbliche, la seconda, ancor più generosa fetta, che porta il totale di spesa a quasi 7 miliardi di euro.
E pensare che nel 2019 tutto era cominciato da tre affermazioni che poi si sono rivelate lontane dalla realtà. La prima sosteneva che le sedi per le gare olimpiche in Italia fossero già esistenti e richiedessero solo un moderato restyling: “Non costruiremo nuovi impianti a meno che non siano stati già pianificati” (dal dossier di candidatura). La seconda nasceva da un’affermazione perentoria e rassicurante: “La nostra filosofia di moderazione e responsabilità finanziaria darà vita a Giochi Olimpici Invernali di cui tutti potranno essere orgogliosi”. Che non sia andata proprio così lo dimostra la spesa pubblica per le sole sedi di gara o strutture non agonistiche collegate, che si è gonfiata dai 204 milioni di euro preventivati fino alla cifra di 945 milioni di euro. Quattro volte e mezzo di più. La terza (“Non sono necessarie nuove infrastrutture di trasporto”) è stata sommersa da un fiume di cemento e asfalto per strade, ponti, ferrovie e parcheggi. Tutto a spese del governo italiano e degli enti locali.
L’aumento dei costi è stato impressionante. Le uniche due opere sportive nuove erano previste nel capoluogo meneghino: il Villaggio Olimpico e l’Arena Santa Giulia per le gare di hockey, entrambe a carico di privati. Adesso abbiamo scoperto che tra extra-costi e opere stradali di raccordo, a Milano saranno a carico della finanza pubblica un centinaio di milioni per il Villaggio (che rimarrà di proprietà della società immobiliare Coima che lo userà come studentato universitario) e l’Arena (che la multinazionale Eventim destinerà solo a spettacoli, previo smantellamento definitivo della pista del ghiaccio).
Tutte le altre opere erano indicate come esistenti o bisognose solo di modeste ristrutturazioni. In realtà l’esplosione degli investimenti è stata eclatante. Qualche esempio? L’impianto di biathlon ad Anterselva sarebbe dovuto costare 4,7 milioni di euro: sono diventati 55 milioni, 11 volte tanto. Anche lo stadio di Cortina è cresciuto da 7,6 a 20 milioni di euro. A Bormio, in Valtellina, la spesa prevista di 7 milioni è diventata di 78 milioni di euro. A Livigno, il “piccolo Tibet”, si sono fatte le cose ancora più in grande, visto che arriveranno in totale 160 milioni di euro, mentre erano stati preventivati 20,7 milioni. Rendere accessibile l’Arena di Verona per le cerimonie di chiusura delle Olimpiadi e di apertura delle Paralimpiadi costerà 20 milioni di euro, mentre era prevista solo una spesa di un milione di euro e i lavori non sono stati ultimati se non parzialmente per i giorni delle cerimonie.
La grande torta della spesa è frutto anche dell’assalto alla diligenza da parte di amministratori locali, Regioni e province autonome, che ha contribuito a creare un piano delle opere pubbliche da 3,9 milioni di euro. Rispondendo a un’interrogazione su sprechi e scarsa trasparenza delle Olimpiadi, il ministro Andrea Abodi ha ammesso il 18 giugno 2025 alla Camera dei Deputati: «Sono opere pubbliche complementari, in piccola parte sportive, che nella consuetudine del nostro Paese vengono pianificate solo perché c’è un grande evento sportivo». Parole che non possono passare senza un’osservazione critica.
Il ministro esprime due concetti piuttosto discutibili. Innanzitutto ammette che in Italia non si approvano gli interventi in base a una programmazione delle effettive necessità. La seconda affermazione è ancora più grave: i lavori vengono pianificati “solo” perché c’è un evento sportivo. Le Olimpiadi diventano un effetto acceleratore degli affari, pretesto e giustificazione che genera progetti e cantieri anche privati, come accaduto nel capoluogo lombardo, condizionando l’agire della politica. Era già accaduto con Torino 2006 e con i Mondiali di calcio del 1990, con le conseguenze ben note di scandali e inchieste.
In questo modo si spiega l’esplosione di progetti faraonici, che poco hanno a vedere con le Olimpiadi, se non altro perché non saranno pronti in tempo. La variante di Vercurago (Lecco) costerà 310 milioni di euro e sarà finita nel 2033. La variante di Cortina da 677 milioni di euro, in buona parte non finanziata, è annunciata per il 2032. La Variante di Trescore Entratico (Bergamo) da 271 milioni è prevista per il 2030. Della variante di Longarone da 481 milioni di euro è stato appena pubblicato il bando di gara, di conseguenza l’annuncio della conclusione per il 2029 appare oggi piuttosto ambizioso.
La dimostrazione del fallimento della programmazione è arrivata alla vigilia dell’apertura dai Giochi quando SIMICO ha fornito (22 gennaio 2026) l’ultimo aggiornamento del piano delle opere infrastrutturali in cantiere. Chi si illudeva che il genio italiano sarebbe riuscito a compiere il miracolo all’ultimo momento, un po’ come è accaduto con Expo 2015, ha dovuto ricredersi. Il piano complessivo delle opere era stato fissati in 111 cantieri nel settembre 2023. A causa di accorpamenti e stralci (con assegnazione di lavori ad Anas, RFI e Ferrovie Nord) l’elenco si è ristretto a 98 opere. Quando il braciere olimpico è stato acceso soltanto 40 (equivalente al 40,8%) erano pronte per i Giochi, mentre 58 (59,2%) erano incomplete, in alcuni casi ancora in progetto o perfino non progettate.
Il calcolo in base al numero delle opere indica che solo 4 opere su 10 erano pronte, ma in realtà il quadro è ancora più desolante se consideriamo il loro valore economico. L’ultimo aggiornamento SIMICO (che è comunque inferiore all’esborso totale da parte dello Stato) riguarda una spesa di 3 miliardi 550 milioni di euro. Le 40 opere concluse, che sono quasi tutte relative ad impianti sportivi, hanno un valore di 783 milioni di euro, pari ad un misero 22,08% della spesa totale. Appena un quinto. Al contrario, le 58 incompiute hanno un valore di 2 miliardi 766 milioni di euro, che equivalgono al 77,92% del totale. La cifra si può incrementare però di altri 165 milioni previsti per le varianti di Cortina e di Longarone, in provincia di Belluno, e non contemplate nell’aggiornamento. La spesa complessiva raggiunge così i 3 miliardi 715 milioni di euro, che sono per quattro quinti fermi alle gare di appalto, ai progetti non completati o ai cantieri aperti.
Al monte di 3,9 miliardi, indicato dal ministro leghista Matteo Salvini lo scorso aprile in un allegato al Documento di Economia e Finanza, vanno aggiunti circa 500 milioni del piano Lombardia, ed altri fiumi di denaro spesi da Alto Adige, Trentino e Veneto.
Due delle opere più divisive si trovano a Cortina. Innanzitutto la pista da bob “Eugenio Monti”, completamente rifatta, avrebbe dovuto costare 47 milioni di euro, mentre se ne spenderanno 133. Il cantiere ha comportato l’abbattimento di un bosco di larici alle pendici delle Tofane e non si trovavano costruttori disposti ad imbarcarsi in un’avventura che lo stesso CIO ha osteggiato, considerando il forte rischio che l’impianto si trasformi in una cattedrale, anche perché i praticanti di questo sport (più skeleton e slittino) sono poche decine in Italia.
Ma c’è anche la cabinovia di Socrepes (costo circa 40 milioni di euro) che con ostinazione si è voluto realizzare nonostante il terreno sia interessato da una frana profonda. Lo scopo dell’impianto era quello di portare in quota 2.400 spettatori all’ora per le gare di sci alpino femminile. Obiettivo mancato visto che il cantiere non è ancora concluso, anzi non sono nemmeno cominciate le verifiche per l’agibilità tecnica.
I FRONTI APERTI PER IL FUTURO
Tra opere incompiute e spese ingenti, dopo aver cristallizzato la situazione dei grandi numeri nel momento in cui le Olimpiadi si sono aperte, si può cominciare ad intravvedere che cosa ci attende il futuro, a partire da metà marzo.
Da quel giorno si apriranno cinque fronti. Il primo è giudiziario, il secondo relativo alla chiusura dei bilanci di Fondazione Milano Cortina 2026, il terzo attiene ai controlli della giustizia contabile, il quarto si riferisce al rispetto degli impegni a concludere le opere, il quinto riguarda i costi e il mantenimento in attività degli impianti costruiti.
La partita giudiziaria è complessa. A Milano la Procura ha aperto una prima inchiesta sulle assunzioni di presunti "raccomandati" da parte di Fondazione Milano Cortina 2026, che è però finita su un binario morto perché il reato di abuso d’ufficio è stato cancellato dal Codice Penale in base a una legge del Parlamento. I pubblici ministeri conoscono i nomi dei figli di notabili o protetti dai politici che potrebbero aver goduto di favoritismi, ma hanno le mani legate. Un secondo filone è quello dell’inchiesta urbanistica sui grattacieli cresciuti come funghi a Milano. Tra i 26 dossier aperti dalla Procura tre riguardano le Olimpiadi: l’Arena Santa Giulia, il Villaggio di scalo di Porta Romana e il nuovo stadio di San Siro.
Il filone più avanzato ha messo nel mirino le zone d’ombra nell’attività di Fondazione, gli appalti. La Procura della Repubblica ha sollevato eccezioni di incostituzionalità, fatte proprie dal gip che ha inviato alla Consulta gli atti di un procedimento penale per turbativa d’asta. I magistrati inquirenti ritengono che Fondazione sia un ente di diritto pubblico e come tale debba rispondere degli obblighi di trasparenza (e alle possibili contestazioni) di un ente pubblico. Per questo hanno aperto un’istruttoria sulle modalità di concessione degli appalti, che vede indagati sette dipendenti di Fondazione o manager della società Deloitte. Nel giugno 2024 il governo italiano aveva approvato una nota interpretativa che ribadiva la natura privata di Fondazione. Questo ha di fatto bloccato l’inchiesta e dato vita a un braccio di ferro tra la presidenza del consiglio e i magistrati. Sarà la Consulta a stabilire se l’intervento del governo fu legittimo o se invece fu un intervento a gamba tesa in un’inchiesta in corso. In ogni caso le attività di Fondazione sono state blindate e se ne potrà riparlare, da un punto di vista giudiziario, solo a Olimpiadi concluse.
La Fondazione, gelosa della propria natura privata non ha reso pubblici i dati relativi alle proprie spese, se non per le cifre riassuntive che sono contenute nei bilanci societari. Pertanto non sappiamo come si sia creato l’eccesso di uscite rispetto al miliardo e mezzo preventivato, né non quali criteri e modalità siano stati individuati i soggetti economici che hanno garantito servizi per 2 miliardi di euro. I bilanci di Fondazione sono sempre risultati in perdita, il che ha allarmato la sezione di controllo della Corte dei Conti che ha già lanciato (a partire da Venezia) un allarme sull’effettivo rispetto del pareggio di bilancio.
Dal 2020 al 2024 sono stati accumulati passivi per 150 milioni di euro. Quando sarà licenziato il conto dell’esercizio 2026 (ma questo avverrà solo nel 2027) si potrà avere il quadro totale della perdita, che in ogni caso è già stata ripianata per 387 milioni di euro dal governo. Allora anche giudici contabili vorranno verificare le fonti di spesa e la loro fondatezza.
Portano ancora più lontano gli ultimi due fronti aperti. Riuscirà la società pubblica SIMICO a concludere le opere che fanno parte del Piano olimpico? La risposta a questa domanda ha un margine dilatato in un tempo lontano, visto che SIMICO ha visto prorogata per legge la propria vita che avrebbe dovuto cessare il 31 dicembre 2026. Gli è stata garantita l’attività per altri sette anni, fino al 31 dicembre 2033. Questa decisione ha confermato quanto fosse irrealistico pensare alla conclusione del Piano entro il 2026, formalizzando uno sforamento clamoroso dei cronoprogrammi.
L’ultimo capitolo si riferisce, infine, al mantenimento e al funzionamento degli impianti sportivi realizzati o in corso di ultimazione. Chi si occuperà della loro gestione e con quali risorse, per evitare che si trasformino in cattedrali nel deserto, come è avvenuto con Torino 2006?
L’osservazione riguarda soprattutto la pista da bob di Cortina, la cui attività in perdita è già stata quantificata in circa 700 mila euro all’anno, 14 milioni di euro nell’arco dei vent’anni di durata della sua vita. Basta ricordare che fine hanno fatto la pista da bob di Cesana Pariol (che aveva anche altre criticità, come l'esposizione al sole o la distanza rispetto a Cortina, dove si concentra il movimento slittinistico italiano) o i trampolini di Pragelato in Piemonte, per augurarsi che la stessa storia non si ripeta. Quattrocento chilometri di distanza che rendevano faticoso e costoso l'andarsi ad allenare lì. Dopo vent’anni l’Agenzia Torino 2006 (l’equivalente di SIMICO per Milano Cortina 2026) non è ancora stata liquidata e continuiamo a pagare una struttura che si occupa dei contenziosi aperti. Toroc 2006 (l’equivalente di Fondazione Milano Cortina 2026) ha invece conosciuto un’evoluzione della specie, trasformandosi in altre società di gestione degli impianti.
Su questa galassia ha indagato per due volte la Corte dei Conti piemontese, in un caso procedendo a un sequestro di beni per 17 milioni di euro, contestando ad alcune decine di amministratori succedutisi nel tempo di aver lasciato andare in malora le opere. Gli accertamenti sono finiti nel nulla, perché era stato creato un meccanismo perfetto, dalla morale attualissima. Il sovrapporsi delle competenze, le incurie della politica e gli affari dei privati, uniti agli azzardi iniziali di chi aveva pianificato le Olimpiadi, si sono trasformati in un salvacondotto. Tutti erano astrattamente colpevoli, così non c’è stato nessun colpevole di fatto, per l’impossibilità di provare le singole responsabilità individuali. In qualche modo il copione si sta ripetendo con Milano Cortina, il che dimostra come in Italia le Olimpiadi non finiscano mai.


