
Nell’immaginario collettivo del calcio italiano lo stadio si lega alle magnifiche sorti umane e progressive: se costruisci un nuovo stadio di proprietà sei una società moderna e che raggiungerà risultati sportivi sul campo. È un punto di vista che ha un fondo solido di verità: costruire uno stadio presuppone un investimento sul futuro e in Italia gli stadi sono quasi tutti molto vecchi e ammodernarli è assolutamente necessario. È naturale che in un Paese in cui la stragrande maggioranza delle società calcistiche non riesce a ragionare oltre il breve periodo e dove molte infrastrutture sono state costruite o ammodernate agli inizi degli anni Novanta lo stadio sia legato a un concetto di modernità. Che poi in Italia sarebbero necessari interventi per rendere anche solo “contemporanei” la quasi totalità degli stadi, altro che moderni.
In questo momento, in Italia, il più grande progetto avviato di uno stadio di proprietà “nuovo”, cioè costruito da zero, è quello della Roma, attualmente in procinto di entrare in "conferenza dei servizi", l’ultimo atto burocratico prima dell’inizio dei lavori, che sono stati fermati ancora prima di iniziare per via di un ricorso al TAR.
Sono diversi anni che la Roma insegue un nuovo stadio come una chimera, soprattutto da quando la sua dirigenza è diventata americana. Per l'ex presidente James Pallotta, soprattutto, l’investimento immobiliare non era scindibile da quello sportivo, e infatti ha ceduto il club non appena il progetto di costruire uno stadio al posto dell'ex ippodromo di Tor di Valle è naufragato per via delle inchieste giudiziarie.
Tra i tifosi italiani negli ultimi anni si è diffusa un punto di vista molto aziendale attraverso cui guardare il proprio club, per cui lo stadio non è tanto importante di per sé quanto delle conseguenze economiche e quindi sportive che porta con sé. L'equazione è abbastanza semplice - stadio di proprietà = ricchezza = trofei - e in Italia è data quasi per scontata, credo per via dell'esempio dettato dallo Juventus Stadium. Uno stadio di proprietà nato quando in Italia non c'erano nemmeno i pochi stadi rinnovati che sono venuti dopo (come il Gewiss di Bergamo o il Bluenergy di Udine) e che ha preceduto il periodo di dominio bianconero sul calcio italiano. Lo Juventus Stadium è così diventato la roccaforte, ma anche il simbolo e (per molti) la ragione dell’epoca di successi più lunga nel calcio italiano contemporaneo.
L'ESEMPIO DELL'EMIRATES
L'esempio sugli stadi di proprietà è dettato dall'Inghilterra, com'è noto. Stadi nuovissimi fuori città, stadi storici, stadi inseriti perfettamente dentro il contesto urbano. Chiunque vada a Londra ha già tutto il ventaglio di possibilità, anche se con l’addio ad Highbury, al White Hart Lane e ad Upton Park qualcosa si è perso, spazzato via dalle necessità commerciali contemporanee degli stadi di calcio. Un modello che in parte gli italiani invidiano, o che comunque vedono come un feticcio, vista anche l’incapacità del nostro Paese non solo a costruire nuovi stadi, ma anche a ristrutturare quelli vecchi, basta vedere i casi dello Stadio Flaminio o, ancora peggio, dell’Artemio Franchi. Alla fine Italia e Inghilterra sono ai due estremi dei principi di conservazione del patrimonio urbanistico, non per forza in meglio o in peggio.
A spingere verso il rinnovamento delle strutture inglesi c’è stato anche il terremoto derivato dal disastro di Hillsborough, con 97 morti derivati dalla pessima gestione dei flussi da parte della polizia e il crollo di una ringhiera e la conseguente calca mortale. La risposta delle istituzioni inglesi, già scosse dall’Heysel, fu il rapporto Taylor del 1990, dal nome del Lord Chief of Justice del periodo, Peter Taylor (anche cugino alla lontana di Gwyneth Paltrow). Il governo, seguendo quel rapporto, impose la rimozione di tutti i posti in piedi negli stadi inglesi e l’obbligo di avere solo posti a sedere per i club dell’allora Premier League e First Division, dettando la linea sul rinnovamento degli stadi esistenti e sulla ricostruzione di quelli nuovi.
Il rapporto Taylor, con tutti i suoi limiti, ha dato una spinta sistemica alle infrastrutture inglesi, mentre in Italia la stessa spinta è arrivata con il Mondiale di Italia ‘90, chiaramente limitata agli stadi che avrebbero dovuto ospitare la competizione. Un fattore episodico quindi.
Il primo caso “interessante” di impianto derivato dal rapporto Taylor, e arrivato ai giorni nostri, è quello dell’Emirates Stadium dell’Arsenal. I "Gunners" ai tempi erano ancora nel loro storico Highbury e, per ottemperare alle nuove norme, lo storico stadio dell'Arsenal aveva perso quasi metà della sua capienza, rendendo così necessari piani di espansione dello stadio. Highbury, tra l'altro, era in un quartiere, Islington, i cui residenti non vedevano di buon occhio un’espansione ulteriore; e a questo va aggiunto il fatto che la East e la West Stand erano protette come beni di interesse storico. Nasce quindi la necessità di un nuovo stadio e l’Arsenal, dopo anni di lotte con le amministrazioni locali, riesce a spostarsi nell’Emirates nel 2006.
Il passaggio da Highbury all’Emirates è stato molto doloroso, non solo a livello simbolico ma anche a livello sportivo ed economico. Fu particolarmente tortuoso soprattutto assicurarsi i fondi necessari per costruire lo stadio, con le operazioni che iniziarono nel 2002 e l’Arsenal che dovette fare un corposo taglio alle proprie spese. Come ha rivelato Arsène Wenger, per continuare a pagare il bond da 260 milioni di sterline era necessario che i "Gunners" si qualificassero in Champions League almeno tre stagioni su cinque, mantenendo una media di circa 54.000 spettatori a partita. Furono le banche che avevano concesso il prestito, in questo contesto, a pretendere che Wenger restasse come garanzia tecnica. Mantenendo, in più, un flusso di plusvalenze costante proveniente dai tanti talenti del gruppo squadra, con il chiaro risultato di non riuscire mai a fare il salto da un punto di vista tecnico.
Questo è un primo esempio di come l'assunto nuovo stadio di proprietà = risultati sportivi sia più complicato di come ci piace pensare. L'Arsenal, per esempio, dopo la costruzione dell'Emirates ha attraversato una lunga fase di ridimensionamento economico per arrivare alla situazione in cui è adesso, in cui lo stadio fa da leva e sostegno finanziario alle ambizioni di grandezza della squadra di Arteta.
Oggi possiamo dire che, a livello puramente economico, il periodo difficile gestito prima da Wenger e poi da Arteta, è servito a qualcosa. L'Emirates infatti è uno degli stadi più redditizi del mondo e ad oggi l'Arsenal è la terza squadra in Europa per ricavi da stadio ad ogni partita in casa, cinque milioni di sterline a partita. Lo stadio però va sempre inserito in un discorso di sistema, e se i ricavi dell'Arsenal sono arrivati al record di 691 milioni di sterline l'anno scorso è merito soprattutto dei buoni risultati sportivi sotto Mikel Arteta (e quindi dei premi sportivi e dei diritti TV) e ai fondi del proprietario Stan Kroenke, che ha immesso 335 milioni dal 2018. A fine anni 2010, infatti, l'Arsenal era sceso fuori dalle prime sei per ricavi in Premier League e fuori dalla top ten mondiale, nonostante i ricavi da stadio, in un periodo difficile dentro il campo.
Si può dire quindi che la scommessa fatta sull'Emirates abbia pagato sul lungo periodo, anche se il merito andrebbe diviso proprio con l'attuale dirigenza e il tecnico basco, che rimangono i primi artefici dei risultati degli ultimi anni. In questo senso sono emblematici altri due casi che ci vengono sempre dal nord di Londra, cioè il Tottenham e West Ham.
Il caso del West Ham, in particolare, è anche davvero poco inglese e molto italiano. Il London Stadium, costruito per i Giochi Olimpici di Londra 2012, necessitava di un nuovo tenant dopo i Giochi, e sia Tottenham che West Ham erano tra i bidders principali per trasferirsi lì. Il Tottenham, però, voleva buttare giù tutto per rifarlo da zero, pista d'atletica inclusa, con il West Ham che quindi è diventato il favorito (dopo un rifiuto iniziale) proprio a condizione di mantenere la pista. Una rarità tra l'altro negli stadi delle serie principali inglesi.
La proposta del West Ham viene reputata migliore dal consorzio dello stadio, ma l'aiuto finanziario di 40 milioni di sterline dal consiglio di Newham, quartiere londinese nei pressi dello stadio e co-bidder assieme al West Ham, fa nascere molte polemiche. Lo stadio è stato infatti costruito dallo stato e adesso sarebbe finito in mano privata, sempre con l’aiuto di fondi pubblici. Proprio per paura di sentenze contrarie della Commissione Europea, che avrebbe potuto adire per vie legali giudicando il finanziamento di Newham come aiuto di stato a un soggetto privato, lo stadio è stato poi dato in "affido pubblico".
In altre parole, il West Ham si deve "accontentare" di 99 anni di diritto di superficie, pagati 2 milioni e mezzo di sterline. Una cifra irrisoria, e che per questo genererà altre polemiche. Tutto questo per finire in uno stadio che ai tifosi, affezionati al cosiddetto Boleyn Ground, non piace molto.
Forse il caso più eclatante dalla Premier League ci viene invece dal Tottenham, che negli ultimi anni ha puntato quasi tutto su un nuovo, enorme stadio di proprietà per entrare finalmente nella classe dei grandi club inglesi. Oggi, lo sappiamo, la squadra di De Zerbi rischia una clamorosa retrocessione ma ciò che più conta in questo discorso è che il club, per ripagare la costruzione dello stadio, abbia dovuto contrarre un debito complessivo di più quasi un miliardo di sterline. Un peso che inevitabilmente influenza il rafforzamento della rosa di cui la squadra avrebbe bisogno per tornare ai vertici, e che diventerà un'incognita nel caso in cui la retrocessione dovesse davvero avverarsi.
La promessa, come con l'Emirates, è quello di veder arrivare i frutti nel lungo periodo. Il problema rimane che il lungo periodo per definizione ci mette molto ad arrivare, e nel frattempo la squadra deve continuare ad andare avanti.
GLI ALTRI GRANDI CAMPIONATI
Un esempio diverso, almeno per l'attenzione che viene data all'esperienza dei tifosi, è la Germania. C'entrano motivi culturali ma anche la spinta innovatrice dei Mondiali di Germania del 2006, che hanno prodotto molti degli stadi moderni ora presenti in Germania. Il più noto, e forse il più bello, è l'Allianz Arena del Bayern Monaco, che è diventato il forte su cui continuare, e rafforzare, il dominio sul campionato tedesco.
Certo, i successi hanno aiutato, ma non è un caso che il Bayern Monaco sia passato dai 200 milioni di ricavi del 2005, anno di inaugurazione dell'Allianz Arena, a superare il miliardo di euro nel 2024. Tutto questo utilizzando il nuovo stadio anche per eventi extracalcistici e mantenendo prezzi "calmierati" per i tifosi, com'è policy nel calcio tedesco, rendendo l'Allianz forse l'esempio più virtuoso di "stadio nuovo".
Con il Mondiale è arrivata anche la ristrutturazione dello storico Olympiastadion di Berlino, occupato dall'Hertha Berlino. Una struttura all'avanguardia che però ha vissuto e continua a vivere il paradosso di essere troppo grande per l'effettiva dimensione del club della capitale. Già nel 2017 l'Hertha aveva annunciato di voler costruire un nuovo stadio più piccolo, da 55mila posti contro i 74mila dell'Olympiastadion, e risolvere così il problema della capienza, con la percentuale di riempimento (64%) costantemente più bassa della Bundesliga (e questo la dice lunga su quanto il campionato tedesco riesca a riempire i propri stadi). I progetti però sono stati però ricusati dal comune di Berlino e non è molto chiaro come procederà il club berlinese, nel frattempo finito in 2. Bundesliga.
Destino simile per il Borussia Moenchengladbach, che inaugura il Borussia-Park nel 2004/05 e retrocede tre anni dopo. I bianconeri erano una squadra della seconda metà della classifica da anni e il Borussia-Park nel breve termine è sembrato un peso più che una risorsa. Dopo essere tornati subito in Bundesliga, il Borussia ha visto migliorare i propri risultati.
Discorso diverso per la Volkswagen Arena, inaugurata nel 2002. Più che il nuovo stadio, che ha uno dei ricavi da ticketing più bassi del campionato, i soldi immessi dalla Volkswagen hanno dato una sterzata decisa alla storia del Wolfsburg, che in poco tempo è diventata una delle grandi provinciali della Bundesliga, dopo decenni di Zweite. Certo, senza costanza, ma facendo spesso "puntatine" ai piani alti, con tanto di titolo vinto nella stagione 2008/09 (quello di Dzeko e Grafite).
In generale nella Bundesliga i ricavi dal "giorno di gara" sono l'11% dei ricavi complessivi del campionato, che nella stagione 2024/25 ha toccato il suo picco storico di ricavi a 5,12 miliardi di euro, con quattro club tedeschi, Bayern, Stoccard, Borussia Dortmund e Eintracht Francoforte tra i primi 25 del mondo per ricavi da ticketing.
Football heritage.
Per una situazione in cui l'impatto dello stadio è stato più chiaro dobbiamo andare nel campionato francese. Più precisamente a Lione, in cui la questione stadio è diventata l'affare che ha definito le sorti del club per un lungo periodo, e continua a farlo. Un progetto partito nel 2008, quello dell'attuale Groupama Stadium, e che si è trascinato tra battaglie legali, opposizione pubblica e politica, e mancanza di fondi fino al 2016, l'anno in cui è stato effettivamente inaugurato.
Lo stadio è stato finanziato con quasi 250 milioni provenienti da fondi pubblici e dalla comunità di Lione, e proprio per questo è partita una lunga sequela di dibattiti sull'effettiva utilità pubblica dello stadio. Anche perché i terreni su cui poi sarebbe sorto lo stadio erano in precedenza terreni agricoli, con più di quaranta contadini che sono stati espropriati, e soltanto nel 2012 ha ricevuto l'ok per iniziare i lavori.
Per il Lione è stata la tempesta perfetta che ha portato il club da dominare la Ligue 1 allo status mediano che occupa oggi. Certo, c'entra anche l'ascesa del PSG, la crisi finanziaria del campionato francese e gli investimenti sbagliati sul calciomercato a fine anni Duemila, ma anche lo stadio ha avuto il suo peso sui passivi di bilancio sempre più gravi che ha accusato il Lione da quel momento. Aulas, un presidente molto attento ai conti, ha deciso così un piano di austerity legato a una strategia di mercata orientata soprattutto al player trading e allo sfruttamento massiccio dei giovani del vivaio del Lione. Ingredienti che hanno fatto progressivamente declinare i risultati sportivi della squadra, che non è più tornata sul podio della Ligue 1 dal 2019. Una situazione che, come sappiamo, è diventata critica la scorsa stagione, quando è stata evitata una clamorosa retrocessione per un pelo (ma questa è un'altra storia).
Nel 2019 il Lione aveva annunciato il target di 400 milioni di ricavi da raggiungere entro il 2024. E in quell'anno ha effettivamente toccato il suo picco, con 367 milioni di euro di ricavi, dovuti però più alla cessione della sezione femminile dell'OL (tra le più forti del mondo) che ai ricavi in sé. Nel 2026 infatti il Lione è sceso a 273 milioni di euro in ricavi, complici i grossi problemi della Ligue 1 con i diritti TV che hanno fatto scendere del 52% gli introiti da quel punto di vista. Paradossalmente il Lione ha incassato poco meno in ticketing (42 milioni) che in diritti TV (45 milioni), quindi senza lo stadio, considerando anche i quasi sei milioni all'anno per i naming rights da Groupama, la situazione sarebbe stata ancora più grave.
In Spagna, invece, è molto più diffusa la pratica del restyling degli stadi esistenti. Le vicende recenti del Camp Nou e del Bernabeu ne sono la dimostrazione, ma si potrebbe citare anche la Real Sociedad che ha tolto la pista d'atletica dell'Anoeta nel 2019, o il Benito Villamarin di Siviglia che sta attualmente subendo una ristrutturazione di una tribuna. Ci sono anche stadi nuovi come il Wanda Metropolitano (2017) e il nuovo San Mamès (2013), e il Siviglia ha in programma di demolire e ricostruire un nuovo stadio sopra il Sanchez Pizjuàn.
Il caso più eclatante è quello del Mestalla (il più antico della Liga), con le vicende della costruzione del “Nuovo” che hanno travolto il club da anni a livello sportivo e finanziario. Lo stadio infatti è in costruzione dal 2007, ma i lavori si sono dovuti fermare nel 2009 a causa dei debiti del club, tra costi di costruzione e soldi investiti nella squadra, arrivati a più di 400 milioni di euro. Da lì la cessione del club spagnolo a Peter Lim, che però ha mantenuto il Valencia a "vivacchiare", senza un orizzonte preciso.
Nel 2025 sono ripresi i lavori del Nuovo Mestalla, che nel frattempo essendo rimasto abbandonato ha subito danni anche sulle costruzioni già fatte, una cattedrale nel deserto. La data di fine lavori è fissata per il 10 luglio 2027, e già adesso i costi di costruzione sono saliti dai 292 milioni iniziali ai 341 milioni rilevati nell'ultimo audit pubblico.
RIPENSARE I MOTIVI
Da questa carrellata di esempi non si può evincere una vera e propria lezione, e questo è un po' il punto della questione. Il rinnovamento degli stadi in Italia è necessario, ma il fatto che l'opinione pubblica del nostro Paese lo consideri una scorciatoia per i trofei, come detto, è più che altro il riflesso della coincidenza fortunata che ha riguardato lo Juventus Stadium. Inaugurato nel 2011, la Juventus è tornata a dominare il calcio italiano con l'instaurazione dello Stadium, tanto da legarlo indissolubilmente alle sue vittorie. Il resto è storia, nove scudetti di fila, una striscia di 47 partite senza perdere proprio allo Stadium (tra il 2013 e il 2015) e la prima sconfitta che è arrivata solo il 3 novembre 2012, a più di un anno dall'inaugurazione.
Che lo Stadium abbia avuto un effetto è innegabile, ma quanto grande sia stato in relazione a tutte le altre componenti che portano al successo di una squadra è più discutibile di quanto si pensi. Lo vediamo, a ritroso, in questi ultimi anni di difficoltà della Juventus, arrivati nonostante lo Stadium, in un contesto in cui la situazione degli stadi in Italia non sia cambiata poi molto.
Una sconfitta alla fine inutile per il campionato ma che rende bene quanto ha dominato la Juventus in casa.
Si può dire che lo Stadium sia stato un fattore cruciale nella rinascita juventina, ma anche che la differenza l'abbia fatta anche la competenza di Marotta e Agnelli, e la fortunata scelta di Antonio Conte prima e Massimiliano Allegri poi. E questo senza contare il fatto che i mezzi economici per poter tornare a vincere, almeno nel nostro calcio, la Juventus li aveva già.
Più interessante, secondo me, sono le circostanze che hanno portato alla costruzione dello Stadium. C'è chi parla del trattamento privilegiato nella costruzione dello stadio a favore della Juventus, con il diritto di superficie della Continassa ceduto per 24 milioni ai bianconeri, per 99 anni. In realtà, però, la concessione dei diritti è arrivata dopo anni di lotte tra club e Comune di Torino, con la Juventus che aveva iniziata a pensare a un nuovo stadio addirittura nel 1994 (i lavori per lo Stadium partiranno solo nel 2008).
Questo spiega in parte perché lo Stadium oggi venga considerato già "vecchio", come concezione, soprattutto per via della sua capienza. Oggi lo Stadium ha una capienza di 41.689 posti che è davvero limitata rispetto agli altri grandi club europei, basti pensare ai 75.000 della già citata Allianz Arena di Monaco e in generale alla facilità con cui la Juventus, anche in periodi peggiori come questo, riempia completamente il suo stadio.
In relazione alle grandi big europee i ricavi da stadio sono infatti molto minori. La Juventus nel 2024/25 infatti è stata soltanto diciannovesima in Europa con 65,4 milioni di euro, addirittura terza delle italiane dopo Milan (69,5) e soprattutto l'Inter (103,6). Sicuramente c'è una correlazione con il percorso in Champions League, come quello brillante degli ultimi anni dell'Inter, ma la capienza è limitante da questo punto di vista, nell'ottica di sfondare i cento milioni di ricavi da matchday revenues.
Non è un caso che la Juventus stia pensando ad ampliarlo già da un po', come ha confermato il direttore dell'Allianz Stadium, Francesco Gianello l'anno scorso a DAZN: «Sono pensieri che ogni tanto facciamo, però al momento non abbiamo un orizzonte preciso su un eventuale ingrandimento dello stadio».
A questo proposito mi sembra significativa anche la storia del primo stadio "nuovo" di proprietà in Italia dal dopoguerra, inaugurato per ironia della sorte proprio contro la Juventus. Era Reggiana - Juventus del 15 aprile 1995, e la Reggiana inaugura quello che allora veniva chiamato stadio Giglio (oggi conosciuto come Mapei Stadium, dopo il passaggio al Sassuolo).
A volere lo stadio era stato Franco Dal Cin, ex dirigente dell'Udinese (l'uomo che aveva portato Zico in Friuli, e Paulo Futre e Taffarel alla Reggiana) e parte della cordata che nel 1993 con i fratelli Fantinel aveva comprato la neopromossa Reggiana. Anche la costruzione dello stadio fu avveniristica, a partire dall'impianto in sé che era il primo in Italia a presentare telecamere a circuito chiuso e tornelli, oltre che al finanziamento in sé dello stadio, completamente a carico del privato. Per trovare fondi la Reggiana non solo vendette i naming rights dello stadio all'azienda casearia Giglio, ma otto dei venticinque miliardi di lire necessari alla costruzione arrivarono dalla sottoscrizione di abbonamenti pluriennali dei tifosi e dalle aziende che comprarono i pacchetti hospitality.
Il primo anno al Giglio, però, fu drammatico, con la retrocessione in Serie B. La Reggiana tornò subito in Serie A, guidata da Carlo Ancelotti, ma non riuscì ad evitare la retrocessione da neopromossa. Nel 2005 poi arriva il fallimento, dopo sei anni in Serie C1, e il Giglio diventa materiale da asta fallimentare. Uno dei beni all'asta e al contempo uno dei motivi per cui la Reggiana è fallita, non essendo riuscita a sfruttare uno stadio tanto avveniristico e al contempo oneroso. I tornelli, oggi standard in tutti gli stadi, furono giudicati pericolosi per gli spettatori e vennero rimossi praticamente subito dalle autorità.
Anche qui parliamo di un esempio, come sono esempi diversi di restyling quelli di Atalanta, Cremonese e Udinese, ognuno con il proprio "nuovo" stadio, ognuna con storie diverse riguardo alle parabole sportive.
Più che guardare alla costruzione come alla panacea di club disastrati, forse dovremmo avere un punto di vista più letterale sulla questione, considerare uno stadio nuovo innanzitutto per ciò che è: una casa più comoda, più al passo dei tempi, per i tifosi che la vivono. Perché questa dovrebbe essere una motivazione meno necessaria del miglioramento dei conti di una squadra? Tornare a a fare gli stadi per chi li riempie e li rende vivi, invece che per chi ne deve trarre una soddisfazione economica, potrebbe essere un punto di partenza su cui essere tutti d'accordo.


