
Le gare indoor si svolgono su un anello da 200 metri - la metà di una pista outdoor -, con corsie strette (circa 20 centimetri in meno che all’aperto) e le cui curve sono paraboliche, inclinate come in un autodromo per contrastare la forza centrifuga di atleti e atlete ed evitare che per l’elevata velocità finiscano fuori pista. La dimensione minore dell’anello e dello spazio al suo interno ha dirette conseguenze su quali gare possano o non possano essere svolte indoor, e quindi su quali gare possano o non possano essere svolte durante l’inverno. Non si percorrono i 100 metri perché il rettilineo all’interno della pista non supera i 60 metri, al termine dei quali gli atleti e le atlete si schiantano rovinosamente a una velocità da utilitaria a Corso Sempione contro un materasso posto in cima alla curva dopo l’arrivo. Le competizioni “pesanti” sono limitate al getto del peso per ovvie ragioni di sicurezza e distanze; le gare di mezzofondo non superano i 3.000 metri; le gare con gli ostacoli non vanno oltre i 60 metri, non c’è la marcia (e ovviamente la maratona) e non ci sono nemmeno i 200 metri - rimossi una ventina di anni fa per l’eccessivo vantaggio di velocità che ottiene chi parte nelle corsie più esterne.
Le gare su pista sono fortemente condizionate dalla forma della pista stessa. I 400 metri di solito vengono corsi in corsia, nel caso delle indoor le atlete e gli atleti rientrano in prima corsia dopo 150 metri di gara: alte velocità, larghezza delle spalle e mancanza di abitudine di correre in gruppo non sono le condizioni migliori per una gara pacifica e serena. Nelle gare di mezzofondo, tipicamente lente e tattiche, se qualcuno non cade o inciampa per prendere una posizione che non ti faccia correre inclinato di 10 gradi è una notizia. Chi corre i 60 metri, salta o getta il peso, invece, si preoccupa ben poco di queste dinamiche, e anzi trae vantaggio dal gareggiare in un impianto indoor condizionato e privo di vento. Il record del mondo del salto con l’asta di Duplantis è un record indoor, per fare un esempio - e questo ovviamente senza nulla togliere a Duplantis.
L'ampia assenza di atleti e atlete di rilievo, che preferiscono concentrarsi sulla stagione outdoor, assieme alle caratteristiche di cui sopra sono alcune delle ragioni che fanno del Mondiale Indoor un evento peculiare, a tratti strano: sicuramente coinvolgente, e spesso imprevedibile.
L'edizione di quest'anno, in ogni caso, ha portato nuove, grandi notizie per gli atleti e le atlete italiane, che hanno contribuito a rendere i Mondiali indoor che si sono svolti a Toruń, Polonia, questo fine settimana tra i più appassionanti degli ultimi anni.
IL RITORNO DEL KILLER INSTINCT DI ANDY DIAZ
Una delle immagini più emozionanti dei Mondiali di atletica di Tokyo, a settembre dell’anno scorso, è l’urlo di gioia e stupore che per qualche minuto porta in testa alla gara Andrea Della Valle. Un momento di tensione incredibile che è durato fino al salto finale del portoghese Pichardo - che Della Valle non ha avuto il coraggio di guardare - e che lo ha costretto a farsi andar bene un argento mondiale che lui stesso definì inimmaginabile. Quel giorno tutti si aspettavano la grande gara di Andy Díaz Hernández, fresco di oro ai Mondiali Indoor di Nanchino (medaglia che a propria volta consolidava il titolo europeo di due settimane prima ad Apeldoorn) e, neanche un mese prima di Tokyo, campionissimo nella finale di Diamond League a Zurigo (a completare il biennio mettiamoci pure il bronzo ai Giochi di Parigi nel 2024). A Tokyo però il veterano detentore del record italiano (17.80 metri), e tra i più grandi di sempre della specialità, per un problema inguinale non è mai davvero entrato in lotta per le medaglie ed è finito soltanto sesto.
Una delle immagini più emozionanti di questi Mondiali indoor, invece, è Díaz Hernández che, dopo aver vinto la gara di salto triplo, può abbracciare la nonna che non vede da cinque anni, per la prima volta lontana da Cuba, Paese alle prese con una delle più gravi crisi economiche degli ultimi decenni e da cui Andy Díaz è di fatto fuggito.
Díaz è italiano dal 2023, due anni dopo aver abbandonato la delegazione cubana dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020 per chiedere asilo politico in Italia, e per venire allenato (se non proprio quasi adottato) dal bronzo dei Giochi di Londra 2012 Fabrizio Donato. Una storia che ci ha raccontato lui stesso, in un'intervista di Giuliana Lorenzo.
Quando prende la cittadinanza italiana, Diaz ha 27 anni. È un atleta già nel culmine fisico, atletico e tecnico, che cerca - e trova - un luogo più stabile dove potersi allenare. Díaz ha una tecnica di corsa straripante. Dal fondo della pedana si piega all’indietro per lanciare la rincorsa: fa un primo piccolo salto, poi due brevi passi e un secondo saltello; da lì in avanti si apre in una falcata talmente ampia e alta che più che appoggi quelli che riesce a modellare sono violentissimi balzi camuffati da corsa. Mi sono sempre chiesto come possano i tendini d’Achille permettere di eseguire i tre balzi consecutivi (hop-step-jump) necessari nel salto triplo, balzi di cinque o sei metri che nel caso di Díaz sono così brutalmente incoerenti con lunghezza e spessore dei suoi arti inferiori da farmi domandare come facciano ad essere ancora intatti.
Díaz trova al primo turno di salti una misura che gli permette di stare tranquillo, 17.47 metri che valgono la miglior misura mondiale stagionale e la possibilità di non dover forzare nei turni successivi, di attendere i risultati degli avversari - e vista l’incidenza traumatologica di una specialità come il salto triplo non è poco. Tra un turno e l'altro naviga incappucciato tra la panchina e la pedana; attendista, isolato, ma nulla si muove. Sfortunatamente per lo spettacolo, fortunatamente per i suoi tendini e per la pubalgia che ha compromesso i Mondiali di Tokyo - e rischiato di far saltare la stagione indoor - non ha bisogno di trovare una misura più lunga, anche se, contro ogni logica conservativa non si tira indietro anche all’ultimo turno con la vittoria già definita, concludendo con un salto nullo (lontano, ma nullo). A fine gara in zona mista ha festeggiato ballando con delle Crocs bianche stracolme di patch colorate inserite nei fori.
I DUE ARGENTI DI FURLANI E IAPICHINO
Il problema di Mattia Furlani è che ha 21 anni e l’anno scorso ha vinto due medaglie d’oro mondiali, dopo il bronzo olimpico di Parigi; la fortuna di Mattia Furlani è che ha 21 anni e l’anno scorso ha vinto due medaglie d’oro mondiali, dopo il bronzo olimpico di Parigi. Se si dice che la maturità fisica arriva a 27/28 anni, nel caso di Furlani significa che siamo lontani circa due cicli olimpici, una carriera intera, e nei suoi confronti abbiamo già delle aspettative comprensibilmente altissime. Quello che fa innamorare di Furlani è la naturale leggerezza con la quale riesce ad essere feroce e sublime allo stesso tempo. Tecnicamente è sempre più preciso, fisicamente è sempre più maturo. Domenica sera ha vinto la sua quarta medaglia iridata e, contando i Giochi di Parigi, è la quinta volta consecutiva su un podio mondiale.
Furlani è quel genere di atleta che riesce a trasformarsi nella versione migliore di se stesso nell’esatto momento in cui è necessario. Dopo il quarto turno di salti, con una gara fino a quel momento guidata dal bulgaro Sarâboyukov con 8.31 metri, Furlani è terzo con 8.25 metri. Al quinto salto trova finalmente i suoi diciotto passi di rincorsa, la più veloce di tutti - a questo riguardo Furlani ha lanciato qualche frecciatina sulla possibilità di correre qualche 100 metri quest’anno, oltre che riprovare il salto in alto - entra in sicurezza sull’asse di battuta regalando dieci centimetri, continua la sua azione di corsa fluttuando a oltre un metro dalla sabbia e atterra lontano come solo due volte gli è successo in carriera: 8.39 metri.
A quella misura è in grado di rispondere solo l’inaspettato portoghese Gerson Baldé che scala quattro posizioni con il salto della vita: 8.46 metri che sono il suo nuovo primato personale di ben 14 centimetri e la nuova miglior prestazione mondiale stagionale. Furlani si presenta in pedana per l’ultimo salto, ricorda a se stesso che si sta giocando tutto e che nelle gambe quei sette centimetri ci sono; questa volta però supera l’asse di battuta di cinque centimetri e il salto - molto lungo, plausibilmente abbastanza per vincere - viene annullato. «Se penso che tornavo da un periodo di influenza e che stanotte ho dato due volte di stomaco», ha detto Furlani parlando del suo percorso d'avvicinamento alla gara complicato. E allora, la cattiva notizia è che Mattia Furlani, malconcio, vale l’argento mondiale; la buona notizia è che Mattia Furlani, malconcio, vale l’argento mondiale e il record del mondo.
Larissa Iapichino è un’altra atleta con il peso sulle spalle della predestinata che a differenza di Furlani nelle sue prime grandi occasioni da giovanissima tra le grandi ha mancato il bersaglio del podio. A pensarci bene è il naturale decorso della vita di un’atleta destinata ad essere tra i primi posti mondiali per ancora una decina d’anni, ma avere a che fare con le aspettative non è semplice, lo sappiamo.
Le capita spesso di sbagliare, di fare quelle che lei chiama «Larissate», errori banali, «cavolate», che ha ripetuto anche domenica mattina, e fino al quinto salto il terrore era quello di vederla per l’ennesima volta affrontare una gara da gavetta, da delusione su cui lavorare per il futuro. Dopo quattro turni era settima, lontana dal podio oltre dieci centimetri. Poi Iapichino ha aggiustato gli ultimi appoggi, fino a quel momento poco efficaci, con una corsa smorzata e tagliata a ridosso dell’asse di battuta. E così è migliorata di 15 centimetri fino a 6.84 metri, passando al primo posto per qualche minuto, poi scalzata dalla portoghese De Sousa con 6.92 metri. All’ultimo turno Larissa si è fatta ancora più convinta, ha dialogato con se stessa prima di partire con le nere e profonde pupille fisse sull’asse di battuta, e si è migliorata. Non è bastato per l’oro, ma i suoi 6.87 metri sono comunque valsi la sua prima medaglia iridata, d’argento.
Larissa Iapichino ha confermato che è stufa di rimandare il test della maturità, degli errori da aggiustare, delle gare che non vanno mai lisce, che l’oro degli Europei indoor dell’anno scorso, a metà strada tra le grosse delusioni del quarto posto ai Giochi di Parigi e l’eliminazione nei turni di qualificazione ai Mondiali di Tokyo, non era stato una coincidenza. Iapichino ha confermato una volta di più che può emozionare, prima di tutto se stessa, come ha ammesso a fine gara: «Quello che in realtà lo sport dovrebbe trasmettere, no? emozioni».
NADIA BATTOCLETTI DANZA NEL CAOS DEL MEZZOFONDO
Il mezzofondo è attualmente un far west, con pochi padroni e tante schegge impazzite. Se questo caos è più evidente in quel pollaio del mezzofondo maschile, anche la controparte femminile sta mostrando i segni di una tendenza verso l’ignoto: nei 3.000 metri Nadia Battocletti cerca di mettere ordine, o usando le sue parole di «danzare nel caos». Per le atlete più forti in griglia non c’è nulla da dover dimostrare: l’australiana Jessica Hull è medaglia d’argento olimpica dei 1.500 metri; Freweyni Hailu, Etiopia, ha già vinto tre medaglie mondiali indoor, un argento e due ori - l’ultimo lo scorso anno a Nanchino proprio sui 3.000 metri. Poi c’è Battocletti, a cui manca solo il metallo mondiale più prezioso dopo due argenti sui 10.000 metri tra Giochi Olimpici e Mondiali di Tokyo e il bronzo sui 5.000 metri sempre agli ultimi Mondiali outdoor. Nel frattempo, è diventata il volto più riconoscibile dell’atletica lasciata in eredità da Jacobs e Tamberi.
La gara di Battocletti è tatticamente impeccabile, come suo solito. Partita dalla rincorsa, si mette subito nel gruppo di testa, e da lì non si schioda. La gara viene impostata a ritmi tranquilli - così tranquilli che Jessica Hull adotta un approccio opposto a quello di Battocletti, e segue il gruppo in fondo, come una nube carica di pioggia pronta ad incombere (o come Ingebrigtsen, vedete voi).
Dopo il primo chilometro percorso a ritmi da maratona, Battocletti decide di non voler rischiare, soprattutto per le gomitate, le spinte e le chiodate che arrivano in mezzo al gruppo - vedi la caduta di Hailu poco prima di metà gara - cercando sempre la posizione più libera possibile, con autorità. Controlla le dirette rivali con la coda dell’occhio, il ritmo incrementa gradualmente e impercettibilmente, e a 700 metri dal traguardo fa una mossa astuta ma poco raccomandabile superando internamente in un pertugio inesistente per mettersi in testa e non perdere la prima azione decisa di Hull.
La volata finale viene lanciata, lunga, da Hull a 300 metri dal traguardo. Una volata in crescendo, senza cambi di ritmo secchi e improvvisi. Nulla di più adatto alle caratteristiche di Battocletti che all’imbocco dell’ultima curva lancia l’attacco vincente in modo così spontaneamente travolgente da far apparire due miler del calibro di Emily Mackay (seconda) e Jessica Hull (terza) - soprattutto l’australiana che vanta il quinto tempo di sempre dei 1.500 metri - come due atlete prive di qualsiasi spunto veloce. Secondo lei «una delle più grandi imprese della mia carriera», arrivata al termine del Ramadan, e per questa stagione estiva, senza appuntamenti mondiali ma solo con dei più rilassati e sereni (e scontati, per lei) Campionati Europei outdoor, suo padre e allenatore ha promesso qualcosa di nuovo, di inedito: con ogni probabilità Battocletti proverà a danzare anche nel caos dei 1.500 metri.
LA SCALATA DI ZAYNAB DOSSO ALL'ORO MONDIALE
Sui blocchi di partenza della finale dei 60 metri Zaynab Dosso si trova alla sinistra della campionessa olimpica dei 100 metri di Parigi, Julien Alfred. Sono due atlete simili, non troppo alte e compatte, muscolarmente definite, dalla corsa vulcanica e dirompente. Un fisico tipicamente associato a chi può correre forte i 60 metri: atlete brevilinee ed esplosive, eccezionali in partenza e in accelerazione. Dosso è una sessantametrista pura, sui 100 metri è forte ma non (ancora) come sulla distanza più breve (agli ultimi Giochi Olimpici e agli ultimi Mondiali outdoor non è entrata in finale). Alfred con il tempo è invece diventata una velocista completa, competitiva anche sui 200 metri oltre che sui 100 e 60 metri, ma il suo 2025 non è stato eccezionale quanto l’anno olimpico. La sfida è alla pari.
Nelle precedenti due edizioni dei Mondiali indoor, Dosso è sempre arrivata a podio, scalando un gradino per volta: bronzo a Glasgow 2024 e argento a Nanchino 2025 (più una medaglia d’oro agli Europei indoor poche settimane prima). Era arrivata a questi Mondiali di Torun con la pazienza di costruire un risultato in due anni, e la consapevolezza di potersela giocare anche con una delle più forti velociste della storia come Julien Alfred - tanto che a fine gara ammetterà che «una delle soddisfazioni più grandi è stata tenere testa a una campionessa olimpica; la Za del passato si sarebbe un po’ tirata indietro, mentre adesso so che sono pronta a questo palcoscenico».
Nelle batterie e nella semifinale Dosso dimostra di poter mettere in campo un’azione efficace e potente restando in pieno controllo, correndo con il volto rilassato, senza forzature. Si presenta in finale con il tempo più basso di tutte (7.00, il suo secondo di sempre), e un tempo di reazione allo sparo migliorabile anche di uno o due centesimi - che considerando i margini di vittoria millimetrici di questa specialità non è poco. Non ne ha avuto bisogno per vincere la gara.
In finale esce dai blocchi con l’identico tempo di reazione di Alfred - praticamente uguale a quello della semifinale ma il peggiore rispetto a tutte le altre partenti. Nella fase di accelerazione è quella che tra tutte riesce ad esprimere più forza, prende almeno un busto di margine sulle avversarie e riesce a mantenerlo fino al traguardo. Il colpo di reni finale è più simile all’agitazione delle braccia di chi non sa nuotare e cerca di restare a galla, unico momento in cui perde la compostezza che le ha permesso di essere efficace tutta la gara, e di vincere nettamente. Alla fine sono tre centesimi di distanza, lo stesso battito di ciglia che un anno fa le ha imposto di avere pazienza per poter finalmente vincere la medaglia d’oro mondiale. Chissà che sia arrivata l’ora dell’evoluzione anche su quei 40 metri che mancano all’aperto?
In definitiva: è il Mondiale migliore di sempre? La risposta breve è: sì.
L’Italia a un Mondiale (sia outdoor che indoor) non aveva mai vinto tre ori, a cui si aggiungono i due argenti per il primo podio di sempre in un medagliere mondiale (terzo posto dietro Stati Uniti e Gran Bretagna). Un medagliere che ha un peso specifico differente da quello degli eventi estivi - come Tokyo 2020 o Tokyo 2025 - perché per prepararsi durante l’inverno gli atleti e le atlete hanno bisogno di strutture, di palaindoor e impianti riscaldati, soprattutto al nord. L’Italia ha solo due piste indoor da 200 metri, una ad Ancona e una a Padova (un'altra sta per essere terminata a Brescia). Per fare un raffronto con gli altri Paesi europei: in Francia ce ne sono 20, in Germania 17, in Spagna 8. Il presidente della FIDAL Stefano Mei, festeggiando i record, ha ricordato proprio questo: che questo record è arrivato «nonostante la carenza di impiantistica nel nostro Paese».
Quindi sì: è il miglior Mondiale indoor di sempre, ma nonostante.


