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Da dove vengono i problemi del Milan
15 mag 2026
I rossoneri sono in crisi di risultati e rischiano di perdere la qualificazione in Champions.
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15 min
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IMAGO / sportphoto24
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Il Milan è in una situazione nera: non vi sto certo dando una notizia. La società rossonera è nel bel mezzo di una crisi istituzionale che, ancora prima dei risultati, mina ogni ambizione progettuale sul futuro. Ancora una volta il Milan arriva in primavera chiedendosi se non sia necessario ripartire da zero. Le indiscrezioni di questi giorni, con il dissidio tra Allegri e Ibrahimović deflagrato non appena la squadra ha avvertito un calo di rendimento, sono solo le ultime testimonianze di una gestione priva di una direzione precisa, dove i confini delle mansioni sono nebulosi.

I tifosi, in tutto questo, si sentono smarriti e nella turistificazione di San Siro sembrano quasi ospiti sgraditi a casa propria. Alla crisi dirigenziale, insomma, se ne aggiunge una di tipo identitario, che rischia di compromettere ulteriormente il futuro: rendere conto al vero tifoso del Milan significa dover pianificare, prima o poi, per ottenere risultati concreti sul campo. Farlo per qualcun altro, con la convinzione che il fascino del brand prescinda dal successo sportivo, probabilmente no.

I problemi di campo dipendono da quelli dirigenziali, quindi, ma quelli di campo esistono e sono gravi. A inizio marzo, dopo il successo nel derby, la squadra di Allegri vantava 9 punti di vantaggio sul quinto posto: un margine più che rassicurante, visti i risultati altalenanti di Juventus, Roma e Como tra marzo e aprile. Il Milan, però, è stato capace di fare molto peggio: oggi si ritrova appaiato al quarto posto con la Roma, tenuto col proverbiale musetto davanti solo dagli scontri diretti. L’inerzia, però, è totalmente sfavorevole, e così dopo l’ultima agghiacciante serie di risultati, domenica mattina si presenterà in casa del Genoa senza gli squalificati Leão, Saelemaekers ed Estupiñan, e con Pulisic e Bartesaghi acciaccati.

Ma com’è possibile che il Milan abbia vinto solo due delle ultime otto partite? Dove iniziano le responsabilità di staff tecnico e gruppo squadra, le uniche componenti, alla fine dei conti, che possiamo vedere all’opera di settimana in settimana?

QUESTIONE DI MOTIVAZIONI?
Una delle ipotesi più diffuse sul crollo rossonero riguarda l’assenza di obiettivi. Dopo la vittoria nel derby dell’8 marzo, il Milan si era portato a sette punti dall’Inter. I nerazzurri erano reduci dall’eliminazione in Champions League e stavano vivendo il momento più critico della loro stagione. Lo Scudetto era lontano, ma pensarci non sembrava un’eresia. Allegri, ovviamente, aveva fatto da pompiere: «Lo Scudetto? Sette punti sono tanti e l'Inter è la squadra più forte». Impossibile sapere se il messaggio, nello spogliatoio, fosse diverso.

Cardinale, ad esempio, in un’intervista uscita stamattina sulla Gazzetta dello Sport prima ha detto che «siamo stati in corsa per lo scudetto fino alla partita con la Lazio» e poi che «non aver vinto lo Scudetto è una delusione». Se però quelle del presidente possono suonare come dichiarazioni a posteriori, ciò che è certo è che la presunta ambizione di titolo, eventualmente, è durata solo una settimana. Nel turno successivo, infatti, i rossoneri hanno perso in casa della Lazio e a quel punto ogni discorso sulla vittoria del campionato è evaporato.

Da lì in poi si è innescata una crisi che dura ancora oggi. Per questo, secondo molti, quella sconfitta avrebbe distrutto psicologicamente il Milan: senza poter competere per la vittoria, ma con un vantaggio rassicurante sulle inseguitrici, i rossoneri avrebbero messo in folle, ignari, però, che la strada non era ancora sufficientemente in discesa.

Eppure Allegri, subito dopo la vittoria nel derby, aveva tirato fuori uno dei pezzi forti del suo repertorio, lo stato di forma a marzo: «Abbiamo lavorato 6-7 mesi per arrivare a marzo nelle migliori condizioni», aveva detto, preconizzando, come vorrebbe per tutte le sue squadre, che il Milan avrebbe affrontato il momento clou della stagione al massimo del proprio potenziale.

Niente di più lontano dalla realtà. Da marzo in poi il Milan si è spento e a ben vedere il mese tanto caro ad Allegri, nelle ultime stagioni, ha sempre coinciso con un climax discendente per le sue squadre: sia la Juve 2022/23 che quella 2023/24, infatti, da marzo in poi avevano registrato un rendimento pessimo. Cosa avevano in comune col Milan quelle squadre, a parte l’allenatore e Rabiot? La mancanza di stimoli, o presunta tale.

Nella Juve 2022/23, penalizzata per la vicenda plusvalenze, si vociferava già di un’esclusione dalle coppe europee. Quella dell’anno successivo, invece, aveva fatto le provviste durante l’inverno e alla 21ª giornata, a fine gennaio, si era ritrovata addirittura con 18 punti di distacco sul sesto posto, in quella stagione valevole per la qualificazione in Champions. Nonostante l’ampio margine, però, la Juve da febbraio in poi aveva avuto risultati così magri da riuscire a qualificarsi matematicamente in Champions solo alla 36ª giornata. I bianconeri hanno chiuso quella stagione con sole 2 vittorie nelle ultime 15 partite di gestione Allegri (esonerato dopo la vittoria della Coppa Italia).

Insomma, in questa fase della carriera del tecnico livornese, marzo segna quasi la chiusura della stagione, più che il momento decisivo. Il problema, però, è che mentre la Juve, per situazioni contingenti, poteva permettersi risultati così magri in primavera, il Milan, vista la quota quarto posto e visti i risultati delle contendenti, evidentemente non può farlo.

Se davvero si tratta di una questione psicologica, poi, sorge spontanea una considerazione: l’assenza di ambizione, in queste settimane, deve essersi trasformata in paura man mano che il margine si riduceva. Come sempre, però, tutte queste rimangono ipotesi impossibili da verificare: non possiamo entrare nella testa dei giocatori né nello spogliatoio. Possiamo giudicare solo ciò che vediamo, e le ultime partite, allora, hanno mostrato tutte le storture di cui il Milan è preda non appena il livello delle prestazioni si abbassa.

IL MILAN NON SEGNA PIÙ
Le metriche che misurano le prestazioni di quest’ultimo periodo, dalla sconfitta con la Lazio in poi, sono ovviamente pessime, dopo un peggioramento graduale ma costante.

Che la fase di possesso non fosse il punto forte della squadra di Allegri e che sotto porta ci sarebbe stato un periodo di flessione era preventivabile. L’ultimo periodo, però, è stato un disastro. Se prima della sconfitta con la Lazio, il Milan era quarto in Serie A per NPxG ogni 90’ (1.40; i dati, come tutti gli altri di questo articolo, sono Hudl StatsBomb), da quella gara in poi è diventato quattordicesimo (0.93). Ma gli xG sono solo la statistica più superficiale. Prima della Lazio, ad esempio, il Milan si procurava 2.32 clear shots per 90 minuti (conclusioni in cui tra il tiratore e il gol c’è solo il portiere), cifra ridottasi a 1.63.

I rossoneri hanno un modo particolare di attaccare. Spesso senza una vera punta, la manovra della squadra di Allegri tende a creare passando per le catene laterali, gestite dalle retrovie da Modrić, in cui a scompaginare la struttura avversaria ci pensava una conduzione interna di uno dei giocatori più dotati (Saelemaekers, Leão, Pulisic, Rabiot) oppure la salita senza palla improvvisa e inaspettata di Tomori o Pavlović. Un modo di attaccare più tecnico rispetto alla media della Serie A, ma anche più aleatorio, dove erano queste iniziative a garantire un po’ di fluidità e a porre dubbi agli avversari.

Col deteriorarsi della forma di alcuni interpreti, però, il gioco offensivo si è anchilosato. A dimostrazione di ciò, anche la percentuale di dribbling riusciti è scesa, dal 55 al 50%. Al Milan non è rimasto molto a cui aggrapparsi. Tanto più in queste ultime giornate, dove ha dovuto rinunciare a Modrić.

Sembra strano dirlo per una squadra che ha fatto della difesa la sua forza, ma un Milan meno piatto con la palla sarebbe stato anche più solido. È una questione di episodi e di inerzia delle gare. Nel calcio è tutto concatenato.

Allegri vuole che nelle partite capitino meno cose possibile, così da far valere la maggior qualità dei suoi nel singolo episodio, portare la contesa dalla sua parte ed amministrare. In queste settimane, però, è accaduto esattamente il contrario. Non solo le palle gol sono diminuite, ma il Milan dalla miseria di 7.43 NPxG dal post-derby ha saputo ricavare soli 6 gol. E così, la squadra che negli scorsi mesi riusciva con regolarità a segnare al primo tiro a disposizione, si è ritrovata a fallire tutte le occasioni che potevano cambiare la storia delle ultime partite: la palla gol di Nkunku sullo 0-0 col Napoli, quella di Leão con l’Udinese, che difatti ha tolto la palla dalla porta pochi minuti dopo aver subito lo 0-1, la traversa di Saelemaekers nello scontro diretto con la Juventus, un altro tiro dal limite fallito da Leão che avrebbe potuto pareggiare i conti col Sassuolo.

Contro l’Atalanta, sullo 0-0, ci si è messa anche la sfortuna, visto che una delle migliori azioni dell’ultimo periodo, propiziata da una conduzione di Saelemaekers e da Bartesaghi che si è accentrato dal lato opposto, si è conclusa con un palo di Rabiot.

Può sembrare semplicistico ridurre tutto a delle occasioni mancate – del resto, chi non sbaglia sotto porta? – ma per un gioco di minimi come quello di Allegri, che punta a sfruttare il singolo episodio più che a crearne con assiduità, mancare determinate occasioni significa non poter giocare come si desidera e, soprattutto, non avere il controllo emotivo della partita.

Per il Milan, segnare al primo tiro o comunque capitalizzare il più possibile (come gli succedeva qualche tempo fa), significava potersi sistemare in difesa, lasciare palla agli avversari e attaccare con più spazio.

Adesso invece, non solo il Milan non segna, ma subisce anche piuttosto presto: addirittura, contro Atalanta e Sassuolo le reti di Ederson e Berardi sono arrivate al 5’. Andare sotto nel punteggio senza la necessaria lucidità per rispondere ribalta le prospettive del Milan: la partita diventa una camminata sui carboni ardenti, perché il risultato impone di giocare in maniera più aggressiva e di tenere di più il pallone.

Senza riuscire a segnare, mantenere la porta inviolata sarebbe ancora più importante, quantomeno per evitare la pressione di dover attaccare. Il fatto, però, è che il Milan è peggiorato anche senza palla. La fase difensiva avrebbe dovuto essere l’ancora di salvezza del Milan, e invece la squadra di Allegri si sta rivelando fragile.

PERCHÉ IL MILAN SUBISCE GOL COSÌ FACILMENTE?
Detto che per tutto marzo fino a metà aprile Gabbia, probabilmente il centrale più importante, è stato assente per infortunio e che in queste ultime due partite è mancato Modrić, spesso una rete di sicurezza davanti alla difesa, il Milan degli ultimi due mesi è diventato ancora più guardingo: la distanza media dalla propria porta degli interventi difensivi è passata da 45.80 metri a 43.41 e oggi il Milan è la quinta squadra della Serie A che effettua interventi difensivi più vicino alla propria porta (prima del derby era dodicesima).

La fase di non possesso non è mai stata particolarmente proattiva, quindi arretrare di qualche metro, potrebbe anche non essere un problema. Il fatto, però, è che per fare densità non basta abbassarsi. Occorre rimanere compatti, coordinarsi tra movimenti collettivi e uscite sull’uomo ed essere incisivi a livello individuale: tutto ciò che aveva permesso al Milan di Allegri di competere e che invece è mancato in queste settimane.

La facilità con cui una squadra che vorrebbe difendere in blocco medio o basso si fa bucare tra le linee non è ammissibile: è un controsenso abbassarsi e non saper difendere lo spazio dietro il centrocampo, oppure quello tra terzo centrale e quinto.

A tutto questo si aggiunge un’inedita fragilità nella difesa dell’area di rigore: più si difende vicino alla propria porta, più pesano le conseguenze delle azioni individuali. E, ancora una volta, in un gioco che mira al risultato corto, ogni sbavatura rischia di diventare decisiva. Il gol di Ederson, in questo senso, è indicativo: il modo in cui Raspadori, nel cuore dell’area, ha fatto perno spalle alla porta su De Winter, quasi senza sentire la sua presenza e senza che nessuno accorresse in aiuto del belga, è inammissibile. La diretta conseguenza è stata il rimpallo finito tra i piedi di Ederson prima del gol. Lo stesso De Winter, non proprio il prototipo del difensore allegriano per come si muove in area, si era perso Ekkelenkamp alle spalle nell’azione dello 0-2 dell’Udinese.

Di errori individuali se ne potrebbero citare parecchi, in queste giornate. Il Milan nelle ultime stagioni era stato disastroso dal punto di vista difensivo, e senza troppi giocatori affidabili dietro quest’estate ci si chiedeva quanto questa rosa potesse adattarsi alle richieste di Allegri. Fino a qualche mese fa, il livello di attivazione e di concentrazione aveva permesso di mantenere solidità. Oggi, però, la situazione è cambiata. E così anche Pavlović, che per diversi mesi è stato uno dei migliori del Milan, è tornato a mostrare i limiti di un tempo, riprendendo a perdersi costantemente l’uomo alle spalle.

Le incertezze in difesa posizionale forse sono il problema più grave a cui il Milan deve porre rimedio. Il fatto, però, è che per questa squadra non sembra esserci alternativa a una difesa in blocco medio-basso. I tentativi di pressing e di una fase di non possesso più aggressiva, emersi in particolare quando i rossoneri sono andati sotto nel punteggio, sono stati davvero inefficaci. Del resto, il pressing non si può improvvisare.

Quando il Milan prova ad aggredire uomo su uomo nella metà campo avversaria, lo fa senza riuscire quasi mai ad arrivare a prendere contatto con l’avversario: la coordinazione nelle uscite tra un giocatore e l’altro è pessima, così come il tempismo con cui si va sull’uomo. Quando si riesce ad arrivare addosso all’avversario, poi, il Milan sembra incapace di vincere duelli, in nessuna zona del campo: nel primo tempo contro l’Atalanta, la squadra di Palladino, sulla catena di destra, faceva ricevere spesso De Ketelaere vicino alla linea laterale e spalle al campo, situazione favorevole per provare a togliergli palla, ma i difendenti del Milan non sapevano proprio come mettere la gamba.

Il Milan è così a disagio quando prova a difendere in modo aggressivo che delle volte basta un rinvio dal fondo lungo per sorprenderlo. È accaduto soprattutto contro l’Udinese. I bianconeri lasciavano difensori e centrocampisti vicino ad Okoye, mentre gli attaccanti rimanevano alti, così da costringere il Milan ad allungarsi per seguire tutti gli uomini. Sul lancio in direzione delle punte, a presidio della difesa per il Milan non c'era quasi nessuno, con un buco a centrocampo che significava non arrivare mai sulle seconde palle, con i giocatori in posizioni avanzate, peraltro, troppo lenti a rientrare.

Ma se questi sono problemi di pura fase di non possesso, non si possono lasciare da parte gli squilibri derivati dal gioco offensivo. Nel calcio del 2026, anche in una Serie A che punta a cancellare le fasi di transizione, chi attacca male difende male, perché perdere palla in maniera pericolosa significa esporsi all’iniziativa avversaria.

Ci sono volte in cui il Milan, addensando uomini sulle catene e alzando tanti giocatori sopra la linea della palla, perde il possesso senza poter riaggredire. Accade quando qualcuno prova una conduzione interna, ma i compagni sono rimasti alti e fermi senza fornire supporto con i movimenti, e allora per gli avversari è facile ripartire. Oppure quando si forza la verticalizzazione: il Milan non ha specialisti nel gioco spalle alla porta, e così quando si prova a servire in verticale qualcuno sulla trequarti, è facile rimanere preda dell’aggressività dei difensori; anche perché non ci sono movimenti incontro per dettare uno scarico veloce. Perdere palla nel corridoio centrale e concedere una transizione.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che, per attitudine, i giocatori, difensori compresi, non sono abituati ad accorciare in avanti (nonostante le caratteristiche di alcuni di loro lo suggerirebbero).

Il risultato di tutto ciò è che gli xG concessi su azione di gioco sono passati da 0.59 per 90 minuti a 0.80. Numeri che - uniti a un periodo in cui Maignan è stato meno miracoloso e, anzi, ha mostrato qualche incertezza, soprattutto sul proprio palo - hanno portato il Milan da 0.71 gol subiti per 90 minuti fino al derby agli 1.50 di oggi, più del doppio.

Dopo la partita contro l’Atalanta, nelle interviste Allegri ha ripetuto in maniera piuttosto ossessiva un concetto: «Non ha senso parlare di cosa è successo fino ad oggi».

Se è vero che ormai non c'è più tempo per lavorare, e per i calciatori è meglio isolarsi ed evitare di affliggersi pensando al vantaggio dilapidato, forse però almeno qualcuno nella dirigenza dovrebbe guardare al passato, per programmare meglio il futuro.

Allegri magari non sarà più l’allenatore capace di ribaltare i pronostici e imporsi in Europa anche di fronte ad avversari di livello più alto, non possiamo saperlo. In questa fase della sua carriera, però, dovrebbe almeno garantire una base di rendimento solida alle sue squadre. Del resto, a chi lo accusa di essere rimasto indietro, si può rispondere come in realtà sia il calcio italiano ad essergli andato incontro, per il modo in cui si è sviluppato nelle ultime stagioni. Il problema, però, è che il Milan delle ultime gare è stato così passivo, ha avuto un margine di manovra sulle partite così ridotto, che quella base di rendimento sembra essersi sgretolata completamente.

Per provare a rimettere le cose in sesto, il Milan questa settimana ha scelto di andare in ritiro. Non era la prima volta con Allegri, era accaduto almeno altre due volte.

L’ultima nel 2013/14, in circostanze tragicomiche: nel giro di pochi giorni il Milan aveva prima per 3-0 un’amichevole col Caen, squadra di seconda divisione francese, e poi per 1-0 contro la Primavera allenata da Inzaghi. La squadra era andata in ritiro e al ritorno in campo aveva battuto l’Udinese con gol di Birsa. Nel corso di quella stagione, poi, Allegri era stato esonerato.

La volta precedente, invece, era accaduto nel 2012/13. Al primo anno di banter era, dopo la smobilitazione voluta da Berlusconi con le cessioni di Ibrahimović e Thiago Silva, il Milan aveva giocato un girone d’andata disastroso. Il ritiro venne imposto a fine ottobre, dopo una sconfitta con la Lazio. Al rientro, ad aspettare il Milan, c’era il Genoa, proprio come questa settimana. Arrivò una vittoria, anche se per il Milan la crisi continuò almeno fino a gennaio, quando l’arrivo di Balotelli e una ritrovata solidità rimisero in carreggiata la stagione: la qualificazione in Champions arrivata al culmine di quel campionato, in quelle condizioni, forse è il più grande capolavoro di Allegri in rossonero, anche più dello scudetto del 2010/11.

Si dice che la storia si ripete sempre due volte. Vediamo, dopo questi giorni di ritiro, quale piega prenderà per Allegri e per i suoi.

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