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Marocco-Senegal è stata persino più assurda di quanto avete visto
19 gen 2026
Una partita che non dimenticheremo facilmente.
(articolo)
8 min
(copertina)
IMAGO / STEINSIEK.CH
(copertina) IMAGO / STEINSIEK.CH
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Quando Brahim Diaz, al 114’, ha vanificato la possibilità del Marocco di vincere la Coppa d’Africa in casa dopo cinquant’anni, pensavamo di aver già visto di tutto. Una partita tesa, a tratti spettacolare, ma che sul finale ci aveva regalato una scena già di per sé surreale. Sadio Mané - numero dieci e leader maximo del Senegal, che aveva già annunciato dopo la semifinale contro l’Egitto che questa sarebbe stata la sua ultima partita in carriera in Coppa d'Africa - che cerca disperatamente di convincere il suo CT, Pape Thiaw, e i compagni a non ritirarsi dal campo.

Il Senegal stava avverando i sogni di tutti quei tifosi che nel corso della propria vita si sono sentiti defraudati dall'arbitro, rischiando una sanzione molto pesante. In questo caso, il casus belli era stato prima un gol annullato su un calcio d’angolo per un fallo dubbio su Achraf Hakimi; e poi il rigore concesso al Marocco per un fallo altrettanto contestato su Brahim Diaz. Tutto in pochi secondi e dopo una direzione di gara già discutibile da parte dell’arbitro congolese Jean-Jacques Ndala, designato a meno di 24 ore dal fischio d’inizio.

Nonostante tutto questo, Mané ha dimostrato una freddezza e una saggezza da vero leader, chiedendo ad alcuni giocatori in panchina di richiamare la squadra, invitandola a disputare ciò che restava dell’incontro «da uomini». Come tutti i saggi, Mané ha chiesto consiglio: a una grande istituzione del calcio africano come Claude Leroy, e una leggenda del calcio senegalese come El Hadji Diouf. Entrambi gli hanno consigliato di continuare a giocare. E come tutti i momenti di lucidità estrema, anche questa ha mostrato delle sfumature di preveggenza: Mané sapeva cosa sarebbe successo? Il numero dieci del Senegal aveva già visto la scelta scellerata di Brahim Diaz di tentare un cucchiaio senza nemmeno fintare troppo il tiro? La sua faccia di pietra dopo la fine della partita, quando è stato premiato sadicamente con la scarpa d'oro del torneo?

Come confermato da diversi elementi della nazionale senegalese nelle interviste in zona mista, la determinazione di Sadio Mané ha avuto un peso decisivo, non solo nel riportare il Senegal in campo, ma nel fargli vincere questo torneo, nonostante tutto. Tirato a lucido per la Coppa d’Africa dopo le critiche sul presunto calo del suo rendimento con i "Leoni della Teranga", Mané era fiducioso che il vento sarebbe girato a favore del Senegal. E come nella finale del 2022, quando tutti si erano stretti in un abbraccio collettivo intorno a Mané prima del rigore decisivo, anche questa volta il Senegal si è affidato al suo leader.

La finale di ieri è però stata persino più incredibile di quanto si è visto in TV dall'Italia, e ve lo racconto dopo averlo visto con i miei occhi da dentro lo stadio, mentre le telecamere guardavano altrove. Poco prima del cucchiaio infausto di Brahim Diaz, a pochi metri dal giocatore del Real Madrid, avveniva infatti di tutto.

I tifosi senegalesi, furiosi per quello che stava succedendo, sono scesi dal settore ospiti, collocato dietro alla porta difesa in quel momento da Yassine Bounou, e hanno cominciato a lanciare di tutto in campo, persino i pali in alluminio legati da una corda che solitamente delimitano lo spazio per le interviste flash post-partita. Un cordone di steward si è quindi frapposto tra loro e il terreno di gioco, dando il via a una rissa durata diversi minuti. Se ciò non bastasse, i tifosi marocchini che circondavano il gruppo di senegalesi hanno reagito a loro volta, lanciando oggetti, in particolare bottiglie, contro gli avversari. La situazione, potenzialmente molto pericolosa, ha richiesto l’intervento di un numero ingente di poliziotti, schierati fino alla linea di fondo campo durante il calcio di rigore di Brahim Diaz e rimasti sul posto finché tutti i tifosi senegalesi, eccetto quelli portati via di forza, non sono rientrati nel proprio settore.

Su X sta iniziando a circolare qualcosa.

Mentre dall’altra parte del campo i tifosi senegalesi tentavano di invadere il terreno di gioco e si scontravano con steward e polizia antisommossa, Mané si è inginocchiato a pregare, come a invitare i compagni a non perdere la fede. Il cucchiaio di Brahim Diaz finito docilmente tra le mani di Mendy è sembrato (stato?) davvero un intervento divino facendo precipitare l’intero Marocco - inteso come Paese e non solo come squadra - in uno stato di agitazione simile a quello che si prova in un incubo.

Alcuni tifosi marocchini hanno lasciato lo stadio Prince Moulay Abdellah prima ancora dell’inizio dei tempi supplementari, scossi da quanto appena accaduto; molti altri lo hanno fatto dopo il gol del vantaggio di Pape Gueye, come se avessero già capito come sarebbe andata a finire. Nel frattempo, come se tutto questo non bastasse, il secondo portiere del Senegal era impegnato a difendere l'asciugamano di Mendy dall'aggressione dei raccattapalle marocchini, che cercavano come piccoli folletti dispettosi di farglielo sparire.

C'è stato un che di profezia che si autoavvera in questo disastro finale del Marocco. Il desiderio del popolo marocchino di conquistare la seconda stella si è trasformato in un’ossessione tossica molto prima di questa finale, e le pressioni che si sono accumulate prima e durante il torneo sulla squadra di Regragui a un certo punto hanno reso inaccettabile qualsiasi esito diverso dalla vittoria.

La delusione è stata tale che la Confederazione africana di calcio (CAF) è stata costretta ad annullare la conferenza post-partita del CT del Senegal, Pape Thiaw, per motivi di ordine pubblico. I giornalisti marocchini, infatti, avevano accolto il Thiaw alzandosi dai propri posti, fischiandolo e invitandolo ad andarsene scatenando la reazione scomposta di alcuni colleghi senegalesi. Alla fine, quando la conferenza era stata già annullata, alcuni di loro si sono ritrovati in piedi sul palco dove si sarebbe dovuta tenere la conferenza, dando vita all'ennesima foto surreale.

Non a caso, il clima incandescente di Rabat ha provocato diverbi e colluttazioni non solo nel settore ospiti, ma in diversi punti dello stadio. Anche in tribuna stampa dove stavo io e nei settori adiacenti: lì, a un certo punto, un uomo si è alzato di scatto ordinando alla famiglia di dirigersi verso l’uscita, nonostante il disappunto del figlio. Nei minuti finali della partita, di fatto, sono rimasti soltanto i tifosi del Senegal, in particolare il contingente diviso in tre gruppi colorati di verde, giallo e rosso come la bandiera del Paese. Muniti di tamburi, dopo i violenti scontri con la sicurezza e qualche componente portato via di forza, hanno continuato a danzare e cantare come se nulla fosse successo, per celebrare i loro beniamini, arrivati alla terza finale e al secondo trionfo nelle ultime quattro edizioni.

Ciò che è più beffardo oggi per il Marocco è che il successo del Senegal arriva alla fine di un percorso avviato nel 2015 che è simile a quello tentato dalla federazione nord-africana. Per nove anni, infatti, il Senegal ha puntato su Aliou Cisse come commissario tecnico, prima di proseguire con Pape Thiaw, già vincitore nel 2023 della Coppa d’Africa riservata ai calciatori che militano nel continente. Proprio in quella competizione l’attuale CT aveva lanciato il diciannovenne Lamine Camara, uno dei tanti talenti che ogni anno sbocciano nelle innumerevoli accademie senegalesi, in particolare Generation Foot e Diambars. Questi ragazzi, una volta maggiorenni, partono per completare la loro formazione in Europa, specialmente in Francia, lì dove è nata la maggior parte dei figli della diaspora che integrano la rosa che oggi domina la scena africana.

Walid Regragui ha più volte ribadito di apprezzare il lavoro svolto dal Senegal e di considerare la nazionale dell’Africa occidentale un modello da seguire per costanza e risultati. Per il momento, però, il tecnico marocchino non è ancora riuscito a dare ai "Leoni dell’Atlante" quella marcia in più capace di trasformare lo storico exploit dei Mondiali 2022 nel carburante necessario per compiere il salto di qualità e conquistare finalmente un titolo. Che alla fine è l'unica cosa che manca a un processo di rinnovamento che ha portato il Marocco molto lontano.

Regragui ha provato ad abbassare i toni nel post-partita, sostenendo che l’obiettivo debba essere quello di arrivare in finale con regolarità e che questa sconfitta servirà da lezione, ma la stampa locale non l'ha presa bene e d'altra parte l'aveva preso di mira già prima di questa partita durissima. Il CT è stato investito da una raffica di domande velenose: il primo giornalista gli ha chiesto se si sarebbe dimesso la sera stessa o la mattina seguente; il secondo se fosse consapevole di essere responsabile della tristezza di tutti i bambini marocchini, molti dei quali erano stati esonerati dal Ministero dell’Istruzione dagli esami della scuola primaria e secondaria il giorno successivo alla finale. Mancano cinque mesi dall'inizio dei Mondiali, ma per Regragui (se riuscirà a salvarsi da questa tempesta) saranno probabilmente equivalenti a cinque anni.

Leggero come una piuma è invece sembrato Sadio Mané, ormai indiscutibilmente il più grande calciatore senegalese della storia. A rendere omaggio al ruolo che l’ex Liverpool riveste per il suo Paese ci hanno pensato il capitano, Kalidou Koulibaly, e il suo vice, Idrissa Gana Gueye, consegnandogli la fascia e lasciandogli alzare al cielo la coppa. Un momento simbolico e che ha fatto venire qualche brivido anche a chi guarda il calcio senegalese solo da lontano.

Nella conferenza pre-partita, Pape Thiaw aveva rilasciato una dichiarazione criptica ed evocativa, affermando che la decisione di Mané di continuare a giocare per la Nazionale non spettava davvero a lui. Dopo la partita anche questa è sembrata una specie di premonizione e al CT senegalese ha fatto eco Cherif Ndiaye: «La scelta spetta a noi e a tutto il popolo senegalese. E noi vogliamo che lui rimanga altri trent’anni».

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Marocco-Senegal è stata persino più assurda di quanto avete visto