
Lindsey Vonn è caduta. Questo lo sanno tutti, anche chi non sa nient’altro di Lindsey Vonn sa che ha voluto partecipare ai Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina con il legamento crociato del ginocchio sinistro rotto e che dopo una manciata di secondi, a Cortina, è caduta. È rimasta venti minuti in pista a gridare, a gambe larghe e con gli sci incrociati, straziando il silenzio di quelle montagne bellissime.
Lindsey Vonn è quella che a 41 anni, nove giorni dopo essersi rotta il crociato a Crans-Montana (che tutti conoscono per un’altra ragione, ben più tragica), nell’ultima gara prima dei Giochi, ha pensato fosse una buona idea correre la discesa libera senza un legamento crociato. Con un tutore e un po’ di lavoro in palestra. E guardate com’è finita. Avvolta in un pacchetto arancione e portata via dall’elicottero.
Lindsey Vonn, come tutti gli sportivi, si presta alla metaforizzazione immediata. Tutto ciò che fa diventa una lezione di vita, un messaggio inequivoco, senza ambiguità. Che vi sia di insegnamento, questo è quello che succede a non conoscere i propri limiti. Questo è quello che succede a non sapere dove finisce il coraggio e inizia l’incoscienza.
Sembra buon senso, no? Non si scia con il crociato rotto, punto. Si ascoltano i medici, si pensa prima di tutto alla salute. Anche nei commenti che si sforzano di restare un minimo positivi, quelli che cercano comunque di vedere il senso dell’impresa che sarebbe stata, c’è il paternalismo di chi, a posteriori, lascia intendere che Vonn ha pagato le conseguenze delle sue scelte azzardate. Paternalismo, certo, ma anche un po’ di velato maschilismo. Perché il coraggio, si sa, persino l’arroganza e l’incoscienza, sono indumenti maschili.
In fondo, cosa pretendeva? Aveva già avuto una carriera di successo, era una bellissima donna - annotazione che non manca quasi mai nei commenti maschili - perché non si accontentava (sottinteso: perché non mette su famiglia)?
Un paio di settimane fa lo scalatore americano Alex Honnold ha scalato senza corde di sicurezza l’edificio Tapei 101 in diretta su Netflix, un’impresa non così stupefacente per gli esperti ma che ha attirato grande pubblico, soprattutto per il rischio che Honnold potesse cadere ed entrare in un vasetto di marmellata posato sul marciapiede.
Nessuno ci ha visto niente di preoccupante o strano. Nelle interviste che hanno preceduto l’evento Honnold ha parlato delle sue due figlie piccole, dicendo che anche se lui cadesse, e morisse, “sarebbero ben accudite, non rimarrebbero necessariamente traumatizzati per tutta la vita”. Anzi, forse non se lo ricorderebbero neanche visto che sono piccole.
Honnold può dire queste cose, chiaro, perché non è morto, ma anche perché è un padre. Se fosse una madre a parlare così, persino nell’occidente libero e pseudo egualitario, verrebbe trattata da strega.
Poi ci sono gli sciroccati che approfittano di ogni cosa per ricordarci che le donne dovrebbero pensare solo a fare figli e uscire di casa il meno possibile.
Vonn è caduta ma era stata trattata da incosciente ancora prima che scendesse. Anzi, qualcuno ha anche sobillato che magari quel crociato non era proprio rotto, che tuttalpiù fosse una scusa per anticipare un eventuale insuccesso. Questo, nel caso in cui fosse arrivata in fondo, per toglierle ogni eventuale merito aggiuntivo. Se avesse concluso la discesa, o addirittura fosse arrivata a medaglia, significava che il legamento crociato non era veramente rotto, che aveva fatto scena, aveva esagerato (le donne sono isteriche, si sa); ma dato che è caduta allora sì, il crociato era rotto davvero.
Per questo, tra la scelta di correre senza un crociato e la sua caduta, ha avuto pochissimo spazio la notizia delle prove che ha corso insieme alle altre atlete, l’ultima delle quali domenica 8 febbraio, in cui ha avuto addirittura il terzo tempo. Eppure sarebbe una sfumatura interessante da aggiungere, no, alla descrizione della realtà: Vonn, a 41 anni e senza un crociato, avrebbe potuto vincere, ma è caduta alla quarta porta.
“Domani sarò al cancelletto di partenza sapendo di essere forte”, scriveva lei stessa su Instagram. “Sapendo di credere in me stessa. Sapendo che le probabilità sono contro di me, per l’età, per l’assenza del crociato e per un ginocchio in titanio — ma sapendo anche che continuo a crederci. E di solito, quando le probabilità sono più contro di me, riesco a tirare fuori il meglio di quello che ho dentro”. Il suo allenatore, Aksel Lund Svindal, quando le hanno chiesto come stava, ha risposto: “Abbastanza bene da poter vincere”.
Su La Repubblica, dopo la caduta, hanno intervistato un ortopedico italiano di fama mondiale: “È stato un azzardo e purtroppo l’ha pagato subito”. Si spinge addirittura a ipotizzare che Vonn abbia scelto di correre contro il parere dei medici, che “certamente l’avranno avvertita dei pericoli ai quali andava incontro”. Prima della gara altri medici però dicevano che, pur esistendo rischi di complicazioni, era perfettamente possibile per Vonn sciare: «Da un punto di vista puramente fisico o biomeccanico, è possibile se sei una sciatrice di alto livello gareggiare a livello olimpico. Lo sci è molto diverso da altri sport. I movimenti sono relativamente predicibili e sollecitano meno i legamenti durante i cambi di direzione».
Il fatto è che Lindsey Vonn non aveva bisogno che nessuno le spiegasse i rischi che correva. A 41 anni, con 45 ori nella discesa libera (e 17 argenti, e 9 bronzi, e una quantità simile di medaglie nel Super-G e in altre specialità), la sua carriera è costellata di brutte cadute e infortuni gravi. Non è la prima volta che si ritrova a strillare di dolore aspettando l’elisoccorso in mezzo alla neve. Nel 2019 Lindsey Vonn si era ritirata perché non riusciva neanche a fare le scale, a camminare senza zoppicare, per i problemi che aveva al ginocchio destro. Nell’aprile del 2024 si è operata e le hanno sostituito parte dell’articolazione con una protesi al titanio, grazie alla quale è tornata a sentirsi bene al punto da voler tornare a competere. Tra dicembre 2025 e l’inizio del 2026 ha vinto altre due discese libere.
Come si concilia l’interpretazione secondo cui Vonn ha corso un rischio troppo grande con la realtà nella quale Vonn, quel rischio, lo aveva già corso nelle prove e non era successo nulla? Come si concilia con la realtà di una carriera, con uno sport, quasi interamente fondato sull’accettazione di un rischio superiore al “normale”, a quello che comunemente accettiamo quando scendiamo le scale e ci muoviamo per le città? Nello stesso articolo citato prima, pubblicato su Yahoo, un medico dice: «Nessun dottore incoraggerebbe una persona normale ad andare a sciare, figuriamoci a livello competitivo».
A quanto pare, poi, la caduta di Vonn non ha niente a che fare con la complicazione di un ginocchio meno stabile del solito. Ha semplicemente stretto troppo la traiettoria, finendo impigliata col braccio nella porta dopo aver preso un dosso che l’ha fatta saltare. Kristian Ghedina, che in fondo a quella pista è cresciuto, ha analizzato l’accaduto: «Dopo quel salto il tracciato è super piatto, quindi l'obiettivo era essere il più vicino possibile a quel cancelletto e lei ha davvero centrato la curva, ma era troppo vicina e ci è rimasta agganciata».
Poteva succedere a chiunque, in qualsiasi momento. È successo a lei, nove giorni dopo essersi rotta il crociato in un’altra gara. Ma ammettiamo anche che il ginocchio abbia un minimo influito, resta il fatto che non era scontato che finisse in questo modo. Che il rischio che Vonn ha corso era comunque di poco superiore a quello che corre sempre chi si mette gli sci e scende a più 140 chilometri orari l’Olimpia delle Tofane di Cortina d’Ampezzo. O qualsiasi altra pista del genere.
Il gusto che proviamo a vedere questi sport sta proprio in questo limite. È un disprezzo sottile nei confronti della vita - o, a volte, per niente sottile, come nel caso di Honnold - che in un certo senso è persino salutare. Ci ricorda che viviamo per fare cose e non solo il contrario. Che le cose eccezionali sono sì rischiose, ma ne vale la pena.
Le storie di sci hanno sempre a che fare col rischio e col coraggio. Sofia Goggia nel 2022 ha vinto il bronzo poche settimane dopo una distorsione al ginocchio. Federica Brignone sta partecipando a questi Giochi dopo che a luglio scorso è stata operata per la seconda volta allo stesso ginocchio infortunato ad aprile. Nessun atleta di alto livello, specialmente in questo genere di discipline, è mai del tutto al riparo del rischio, quasi mai stanno totalmente bene. Abbastanza bene da poter vincere, è la condizione richiesta. E quante volte, poi, un atleta che sta al 100%, ed è sicuro di vincere, è andato incontro a un terribile incidente?
Nel 2010, a 25 anni, Vonn ha vinto la sua unica medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Vancouver, dando più di mezzo secondo alla sua rivale dell’epoca, Julia Mancuso. Vonn ha corso quella gara pochi giorni dopo essersi infortunata in allenamento, aiutata dal maltempo che ha fatto slittare la gara di qualche giorno.
“Il momento prima che si aprisse che il cancelletto ho provato una sensazione che non scorderò mai. Sapere di essere lì e avere la possibilità di vincere era una vittoria di per sé”. Questo, Vonn, lo ha scritto dopo aver comunicato di doversi sottoporre a più operazioni per mettere a posto la frattura alla tibia che si è causata cadendo.
“Non voglio tornare a casa con il rimpianto di non averci provato”, aveva detto nella conferenza stampa in cui aveva annunciato di voler scendere senza crociato. Forse la lezione da trarre dovrebbe essere questa: le conseguenze per averci provato sono comunque più sostenibili del rimpianto per aver rinunciato. Almeno per gli esseri umani come Lindsey Vonn.
Mio padre era un grande fan di Lindsey Vonn. Non mi ha mai portato a sciare ma diceva di essere un ottimo sciatore, lui, e in ogni caso seguiva tutte le gare. Io non sono mai riuscito a seguire il calendario dello sci ma ogni tanto mi trovavo con lui nel momento importantissimo in cui doveva guardare la discesa libera o lo slalom gigante, maschile o femminile, non importava. Non si poteva fare niente in quei casi, non si usciva di casa per nessuna ragione al mondo.
Mio padre diceva che Lindsey Vonn era la migliore sciatrice mai esistita, anche se confrontata agli uomini. E mio padre è morto dieci anni fa, giusto per rendere l’idea della longevità di Vonn. Non gli ho mai chiesto niente di Lindsey Vonn, perché secondo lui era così eccezionale, e me ne pento. Superficialmente ho pensato che l’ammirazione di mio padre fosse esagerata per via della sua bellezza. Oggi so che non è così, ma lo sci resta uno sport inaccessibile per me, che non so sciare e che non lo seguo veramente. Posso arrivare fino a un certo punto nell’apprezzarlo, nel capirlo, ma non oltre. Lui mi avrebbe potuto aiutare.
Grazie a lui, e a quelle mattine passate a guardare montagne baciate dal sole e gente che si tuffava a proiettile giù per quelle discese con nomi alieni, ho comunque capito che lo sci è uno sport di dettagli. Non solo perché si gioca su decimi e centesimi di secondo, ma perché nel modo in cui un atleta approccia una curva, l'angolo tra le ginocchia e il terreno, la curva del busto, la posizione delle braccia con in mano le bacchette; nell'aggressività con cui entra nelle porte, nell'eleganza e nell'esplosività con cui asseconda e contraddice la superficie scivolosa, nella naturalezza con cui disegnano linee sulla neve, come fosse un'unico tratto di penna, interrotto a volte da frenate brusche ed espressive; in tutta quell'infinità di piccole sfumature che ogni sciatore gestisce in modo diverso, si nasconde l'unicità degli esseri umani, la nostra più vera e profonda bellezza.
La bellezza di Lindsey Vonn, la sua unicità, non sta solo nei suoi capelli biondi, ma anche, appunto, nel modo in cui scende con gli sci lungo discese ripide. Non so cosa avrebbe pensato mio padre della sua caduta, ma so che sarebbe stato davanti allo schermo in trepidante attesa. So che il momento in cui il cancelletto doveva ancora aprirsi, in cui Lindsey Vonn era lì con la possibilità di poter vincere, sarebbe stata di per sé una vittoria anche per lui.
Lindsey Vonn non era solo quella col crociato che ha scelto di correre lo stesso. Ma un’atleta con una storia che abbraccia due decenni, una delle più grandi di sempre nella storia dello sci alpino. Avrebbe meritato, merita, più rispetto e più contesto, quando si parla di lei. Lindsey Vonn che decide di correre anche con il ginocchio infortunato, senza legamenti, a me ricorda soprattutto una cosa: che non siamo sostituibili, che ognuno di noi è unico e che se al posto suo ci fosse stata qualsiasi altra sciatrice americana, beh, non sarebbe stata la stessa cosa. C'è sempre qualcuno che può scendere al posto nostro. Che può prendere il rischio al posto nostro. Ma non è la stessa cosa.


