
Jack Kirby, il creatore di Hulk, sostiene di aver avuto l’idea per il suo personaggio dopo aver visto una donna sollevare una macchina a mani nude per salvare il figlio che ci era finito sotto. È quella che Wikipedia chiama “forza isterica”: “una manifestazione di forza fisica da parte degli esseri umani oltre ciò che si crede essere nelle loro capacità, spesso in situazioni di vita o di morte”. C’è un’intera lista di aneddoti a riguardo. Nel 2006, in Canada, una donna ha combattuto con un orso polare a mani nude per difendere il suo figlio di sette anni dalla sua aggressione. Durante la Prima Guerra Mondiale un soldato ottomano ha trasportato tre bombe da 276 chili a mano mentre era in combattimento. «Sarei capace di farlo di nuovo solo se esplodesse di nuovo una guerra», ha dichiarato dopo il fatto, posando per una foto accanto alle bombe.
A questa lista di aneddoti, da oggi se ne può aggiungere un altro: la Juventus, sotto di un uomo per un cartellino giallo discutibile e una revisione VAR ancora più cervellotica, che va vicina a rimontare uno svantaggio di tre gol contro una squadra contro cui una settimana fa sembrava non avere risorse. È una situazione di vita o morte sportiva, ovviamente, ma fa sorgere domande simili alle manifestazioni di forza isterica vera e propria. I 120 minuti di ritorno contro il Galatasaray, che per lunghi tratti ci sono sembrati un’allucinazione, erano già dentro la Juventus, nell’orizzonte delle sue possibilità? Senza il cartellino rosso di Kelly, il senso di ingiustizia che ne è derivato e che è andato a posarsi su giorni di polemiche e rabbia per il cartellino rosso di Kalulu contro l’Inter; senza la sensazione di essere davanti a una situazione da ora o mai più, la Juventus sarebbe stata capace ugualmente dell’incredibile prova di forza che abbiamo visto ieri?
Ieri, nella conferenza pre-partita, Spalletti aveva dichiarato che «il futuro viene dopo questa partita qui», creando di fatto il contesto psicologico da ultimo treno all’interno del quale si è giocata la partita. Nei primi 27 minuti il possesso della Juventus ha sfiorato il 60%, grazie a un pressing che non permetteva al Galatasaray di gestire il pallone dal basso e una catena sinistra che si è rivelata di fatto incontenibile per la squadra turca.
Gli isolamenti di Yildiz, le continue sovrapposizioni sia interne che esterne di McKennie, le conduzioni lunghe di Thuram, ieri in serata di grazia, permettevano alla squadra di Spalletti di schiacciare gli avversari dentro la propria area, o di farli scalare faticosamente in orizzontale con cambi di gioco verso Conceição, puntualmente appostato sul lato debole. Così è arrivato per esempio il colpo di testa mandato alto da Koopmeiners da posizione ravvicinatissima, al decimo minuto. D’altra parte da quel lato il Galatasaray aveva un’ala adattata a terzino in una difesa a quattro come Roland Sallai e un esterno molto offensivo come Baris Yilmaz: il mismatch era prevedibile.
Non si può in questo senso parlare dell’eccezionalità della prestazione della Juventus senza considerare l’eccezionalità speculare di quella del Galatasaray, in negativo. Una squadra che in questa stagione è stata capace nel giro di poche settimane prendere cinque gol dall’Eintracht Francoforte e di battere il Liverpool mantenendo la porta inviolata, di fermare l’Atletico Madrid sul pareggio e di perdere con l’Union Saint-Gilloise nonostante uno stadio di fuoco, e che arrivava a questa partita dopo aver incassato un’inquietante sconfitta in campionato contro il Konyaspor tredicesimo in classifica - appena la seconda della sua stagione. Ecco, è stata questa squadra a dare ai suoi avversari la possibilità per rientrare in gioco, proprio dopo aver resistito alla prima mezz’ora di furia della Juventus senza concedere occasioni clamorose.
Il Galatasaray è in un certo senso immagine e somiglianza del suo allenatore, Okan Buruk, che a bordo campo sembra un uomo sceso in strada da un palazzo in fiamme in cerca d’aiuto. Una squadra che deve stare sempre al massimo, spesso oltre il massimo, per non sprofondare sotto il minimo. Ieri, invece di abbassare i toni, il Galatasaray ha da subito incendiato l’energia dello stadio con perdite di tempo più o meno palesi e ha mandato Osimhen a fare la guerra con Gatti, che non vedeva l’ora che qualcuno venisse a fare la guerra con lui.
Una strategia che ha portato Spalletti a citare Galliani, minacciando il quarto uomo di ritirare la squadra e che quindi ha caricato ulteriormente la Juventus, che di certo non aveva bisogno di essere caricata. È in questo contesto che è arrivato un calcio di rigore che a rivederlo oggi sembra coreografato. Prima dell’incomprensibile scivolata in area di Torreira, contagiato dal clima da ora o mai più che aleggiava sullo stadio, nonostante il Galatasaray avesse un vantaggio di tre gol da gestire, Davinson Sanchez tenta un tunnel con la suola spalle alla porta che è telefonato persino per le condizioni di forma di Koopmeiners nelle ultime due stagioni. Un momento di leggerezza che è comprensibile solo dentro al momento che stavano vivendo le due squadre.
Il Galatasaray era in uno stato di ipnosi uguale e contrario a quello di esaltazione della Juventus, e che è diventato quasi comico dopo l’espulsione di Kelly all’inizio del secondo tempo. Difficile spiegarsi con ragioni prettamente tattiche i contropiede presi in undici contro dieci, l’assenza di attività cerebrale in area negli uno contro uno che hanno portato la Juventus a fine partita a creare la mostruosità di oltre cinque Expected Goals.
Prima della partita Spalletti aveva dichiarato in maniera profetica che «le difficoltà non ti tolgono il valore, ti costringono a usarlo» ed è sembrato ripensarci dopo il 2-0 di Gatti, che gli ha fatto sfoderare uno sguardo diabolico di chi aveva iniziato a capire che questa era una di quelle serate. Forse l’allenatore toscano non immaginava che le difficoltà fossero quelle di giocare in dieci un’altra partita per una decisione arbitrale assurda, con ancora due gol da recuperare, ma di certo è questo ciò che ha costretto la Juventus ad usare il proprio valore.

A quel punto sono sembrate inevitabili le serpentine di Yildiz a sinistra, le conduzioni di Thuram e infine il 3-0 del solito McKennie. Ma anche i continui errori nella gestione dei contropiede in superiorità numerica del Galatasaray, che superata la metà campo sembrava come perdere la cognizione di ciò che stava facendo. La squadra di Buruk avrebbe potuto chiudere la partita già alla fine dei novanta minuti regolamentari, o all’inizio del secondo tempo supplementare, con delle scelte banalissime, ma sembrava volesse inconsciamente tenere in gioco i suoi avversari, come se avesse bisogno del pericolo per sentirsi viva.
Proprio perché questa era una di quelle partite in cui slegare l’aspetto mentale da quello fisico e tecnico era impossibile, viene da farsi alcune domande sulla gestione dei cambi da parte di Spalletti, che alla fine sono risultati decisivi ai fini dell’eliminazione della Juventus. A posteriori è troppo facile prendersela con l’ingresso di Zhegrova, che ancora prima dell’incredibile tiro deviato da Ugurcan al minuto 110, si era già divorato un’altra occasione gigantesca all'inizio dei supplementari, mancando la porta con un tiro da posizione favorevolissima che infesterà i sogni di tutti i tifosi della Juventus.
Credo sia più legittimo fare un ragionamento generale su quanto un allenatore debba considerare il peso mentale, l’importanza di un giocatore in un determinato momento della partita, rispetto alla freschezza atletica di chi subentra, che a freddo deve sintonizzarsi psicologicamente su una partita che è salita a un livello agonistico da sfida a mani nude con un orso polare.
È un discorso delicato, me ne rendo conto, perché per esempio l’ingresso di Boga al posto di David, la sua freschezza nelle transizioni lunghe che incredibilmente il Galatasaray continuava a concedere ha effettivamente fatto la differenza in positivo, anche se poi è stato Boga a perdere il pallone per il gol del 3-1. Ma quanto ha pesato allo stesso tempo l’uscita dal campo di Thuram, che era stato uno dei giocatori che più era sembrato onnipotente fino a quel momento? Di Yildiz, che anche non al 100% è sembrato veramente voler fare di tutto per ribaltare la partita, e che magari sarebbe potuto tornare utile anche in caso di rigori, quando il pallone sarebbe pesato dieci volte tanto? E poi di Locatelli, pochi minuti dopo il 3-1 di Osimhen che già aveva fatto crollare il mondo sulla Juventus?
Il capitano della Juventus ha fatto una partita mostruosa, forse la migliore della sua vita, ed era stato uno dei fattori che aveva permesso alla squadra di Spalletti di sentire di avere una possibilità in campo. Il gol su rigore, i tre tiri, l’85% di passaggi completati e i 7 contrasti vinti su 7 non riescono a tradurre il peso che ha avuto ieri Locatelli, che ha legittimato definitivamente la fascia da capitano che porta al braccio. Locatelli è stato il giocatore che portava la prima pressione in inferiorità numerica, che ripuliva i palloni sporchi, che dettava le azioni d’attacco. Non è così retorico dire che è stato il cuore della Juventus. Che cosa poteva portare Filip Kostic al suo posto, dopo questa partita, a freddo, con undici minuti di gioco a disposizione? Non voglio suggerire che senza questo cambio la Juventus sarebbe stata capace di segnare un altro gol, ma questa era esattamente una di quelle partite in cui aspetti intangibili come questo potevano fare la differenza.
Come Willie il Coyote che cade di sotto solo quando prende coscienza che sta correndo nel vuoto, o come Weston McKennie che sul dischetto del rigore invece di tirare decide di passare il pallone lateralmente a Zhegrova, anche la Juventus si è fermata esattamente nel momento in cui aveva capito che l’impresa sarebbe stata possibile. Non so esattamente che lezione c’è da imparare in questo, se la Juventus possa ripartire da questa vittoria mutilata, come si dice. Non tutte le partite saranno come quella di ieri contro il Galatasaray, e questa è contemporaneamente una buona e una cattiva notizia.




