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Jannik Sinner: fragile e invulnerabile
29 mag 2026
Da dove arriva il crollo al Roland Garros?
(articolo)
13 min
(copertina)
Foto IMAGO / NurPhoto
(copertina) Foto IMAGO / NurPhoto
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Alle 14.12 Jannik Sinner era a un game dalla vittoria, e dal passaggio al terzo turno. Un’ora dopo saluta la folla del Philippe Chatrier, eliminato. Una scena assolutamente inimmaginabile, prodotta nel giro di poco più di un’ora. Quello che è successo nel mezzo non ha strettamente a che fare col tennis, e più col tentativo di sopravvivenza di un corpo a condizioni atmosferiche estreme, al burnout psicofisico o semplicemente a una giornata storta.

Alle 14.12 Sinner serve per il match contro Juan Manuel Cerundolo, fratello minore di Francisco. Minore d’età, di classifica e talento. Sinner aveva condotto il match placidamente, sforzandosi soprattutto di non sforzarsi. Non sembrava una partita degna d’attenzione. Molti di noi non stavano nemmeno guardando, giusto una sbirciata in pausa pranzo, per controllare che tutto stava andando secondo i piani, alla solita velocità di crociera. Uno di quegli esercizi di economia delle forze in cui Sinner sembra vincere partite in uno stato di coscienza al di sotto della veglia, facendo vincere i punti al suo corpo, mentre la sua anima sta riposando in stanza.

Eppure qualcosa si è già inceppato. Sinner era avanti 5-1, poi si è fatto recuperare un break in uno strano game in cui è sembrato, come dire, fuori sincrono. Aveva forzato tutte le soluzioni fino a issarsi fino allo 0-40, per concludere con un doppio fallo. Uno di quei doppi falli in cui sembra esserci qualcosa che non va, visto che la seconda palla è un fazzoletto appallottolato che non raggiunge i cento chilometri orari ed esce di quattro metri.

Sinner non riusciva più a vincere punti. Ha cominciato a muoversi stranamente male, in ritardo. Sono tornati tutti gli indizi che abbiamo imparato a riconoscere, quando Jannik Sinner non è più davvero in controllo della sua macchina: gli occhi stropicciati, la camminata da anziano, il suo tennis che deraglia tutto. Cerca vincenti sconclusionati, corre in avanti appena può, è in ritardo su tutto - lui che di solito vive in anticipo.

Serve per il match e già non è in sé. Solo un corpo che replica automatismi vuoti, eseguiti senza energie, meccanicamente. Un fantasma. Un minuto dopo è sotto 0-40. L’ultimo scambio è stato lungo e buffo, giocato a una velocità che sarebbe bassa anche per un palleggio anti-agonistico. In quel momento ha perso gli ultimi quindici punti consecutivi - contro Juan Manuel Cerundolo. Allora si ferma: usa la racchetta come stampella, si piega in avanti, nell’unico spicchio d’ombra che il campo concede, addossato ai teloni. Prova a camminare ed è tutto un crampo. Si tocca la coscia, il gluteo, la schiena.

La giudice di sedia scende per capire cosa vuole fare: deve riprendere a giocare, non può fermarsi nel mezzo di un game. Si informa con lei riguardo le conseguenze: cosa può succedere? Gli possono dare dei punti di penalità? Dei game? Può perdere? Sinner sta già facendo un’altra partita: non contro Cerundolo, ma contro sé stesso. Una battaglia molto più imprevedibile, e quella che teme di più: l’unica in cui non è davvero in controllo.

Chiede l’intervento del fisioterapista, e non potrebbe farlo. Sono chiaramente dei crampi, una situazione di malessere generale legata al calore. Il regolamento vieta l’intervento del fisioterapista in mezzo al set se non si tratta di infortuni. Sinner lo ha già fatto contro Medvedev a Roma: lo fanno tutti, perché il regolamento è vago, e perché non è semplice distinguere dei crampi da un indurimento, e un indurimento da uno stiramento, e dei crampi da… cosa? Cosa ha Jannik Sinner?

In termini scientifici si definisce “Ipotermia”, un “colpo di calore”. Il corpo umano non riesce a scendere a compromessi con le elevate temperature esterne e una sua parte va in cortocircuito. Non funziona più la funzione termoregolatrice. I sintomi sono mal di testa, nausea, vomito, crampi, spossatezza generale.

Ci sono diversi studi scientifici che ci dicono che le persone con i capelli rossi soffrono, per ragioni genetiche, di più il caldo eccessivo. Il gene MC1R, che determina il colore della pelle e dei capelli, rende le persone con i capelli rossi più sensibili alle temperature. Il loro cervello processa diversamente le temperature e altera la loro percezione. Lo aveva ammesso anche Sinner, qualche mese fa, dicendo con vaghezza che forse il suo pallore lo rendeva più vulnerabile al caldo.

Forse però non è solo il caldo. Per gente abituata al caldo allucinogeno degli Stati Uniti o dell'Australia non può essere del tutto intollerabile. Sinner sembra confuso. Non sa nemmeno lui con cosa sta avendo a che fare, di preciso. Si tocca il gluteo, la schiena, la coscia. Dice di sentirsi disidratato. Dice che forse ha bisogno di uscire a vomitare.

Mentre stava andando in scena questo dramma io ero seduto su un treno. La notizia si è diffusa rapidamente, qualcuno dice: «Sinner sta sotto 0-40». Qualche commento, molto silenzio preoccupato. Inizia un concerto di streaming, la voce di Jacopo Lo Monaco racconta i dolori e i patimenti di Jannik. In tutto il vagone si sparge un clima di apprensione e sorpresa.

Quando si ricomincia a giocare Sinner tira la prima a 160 chilometri orari, la seconda a 130. Si avvicina alla palla cercando di fare meno passi possibili, tira in corridoio un rovescio in back che è il segno della fine. A quel punto immaginiamo il suo ritiro. Come successo già a Shanghai con Griekspoor, a Cincinnati con Alcaraz. Sinner stavolta resta in campo; Cerundolo deve ancora fare tanta strada di punteggio per vincere la partita e Sinner cerca di restare in campo, in attesa di un miracolo; che il suo corpo torni alle sue funzioni vitali, che il suo tennis ricominci a fluire dalla racchetta.

Lascia scorrere il quarto set, e all’inizio del quinto sembra più concentrato, ma non riesce comunque a tenere il servizio. La sua mente e il suo corpo giocano due partite diverse. Spreca anche alcune palla break più avanti. Anche colpendo da fermo, riesce a costruirsi qualche occasione, ma è un fantasma. È un agonia anche per noi vederlo così. Un genere di spettacolo estremo che il tennis purtroppo sta finendo per proporci sempre più spesso. Nel caldo rovente australiano di gennaio, in quello allucinante di New York ad agosto e ora anche al Roland Garros - a maggio - dove nessuno si era mai posto il problema.

A inizio torneo una raccattapalle è quasi svenuta durante il match tra Rublev e Buse. Dopo aver vinto la sua lunga battaglia contro Mariano Navone, Jakub Menšik è crollato a terra per un tempo più lungo del previsto, in preda ai crampi e a un malessere generale dovuto al caldo. Casper Ruud è andato a servire per il match contro Roman Safiullin e ha iniziato a perdere punti, e a soffrire un colpo di calore. Quasi esattamente quello che è successo a Sinner. «Fortunatamente ero avanti due set a uno e ho concesso a me stesso di abbassare un pochino l’intensità per far scendere i battiti e la temperatura corporea il più possibile, per vedere se c’erano chance di finire nel quinto e avere energia in più. Fortunatamente ha funzionato». Nello stesso match, anche Safiullin ha sperimentato un malessere da caldo.

È ironico rileggere oggi certi commenti, come quello di Ben Rothenberg, ex New York Times, che nella sua newsletter aveva sostenuto la tesi secondo cui Sinner era stato inserito in programma a mezzogiorno per proteggerlo dalle alte temperature. Come se a mezzogiorno, all’una, o alle due, facesse fresco.

Fuori dai commenti più lunari, il malessere di Sinner in questo contesto era un spettro a lungo agitato. È stato il tema ossessivo di tutte le conferenze e uno dei nodi della sua preparazione. Sinner ha passato la off-season ad allenarsi a Dubai per abituare il corpo alle alte temperature. Prima del torneo gli hanno chiesto come avrebbe gestito il caldo anomalo di Parigi, e lui aveva detto che non c’era problema: «Sono felice di giocare di notte. Sono felice di giocare di giorno, ovunque mi mettano. Penso di aver gestito molto bene il caldo a Indian Wells, dove quest'anno faceva molto caldo, quindi lì non ho avuto problemi. Ci siamo preparati bene. Ovviamente qui il caldo è diverso, ma l'umidità non è così opprimente come forse in Australia o negli Stati Uniti». Qualcuno, però, aveva lanciato la sua profezia, come Muratoglou o come il tipo che ha twittato così.

In conferenza Sinner nega il ruolo del caldo: «Secondo me oggi era proprio una cosa diversa». «Faceva caldo, ma non terribile». Secondo Sinner è un insieme di fattori ma li riassume con un’idea tanto generale quanto assoluta: «Oggi non avevo energia». Racconta di essersi sentito male dalla mattina. Su questo malessere, spiega, ha costruito la strategia dei primi set, dove ha cercato di giocare in risparmio energetico: «Colpivo bene la palla». Ai microfoni sembrava soprattutto rammaricato di non aver trovato «Una via d’uscita», rispetto ad altre volte. A Melbourne, in una giornata di caldo estremo, contro Spizzirri, era sembrato vicino al collasso. Poi ci fu un interruzione per chiudere il tetto - come il protocollo contro il caldo prevedeva - e lui ritrovò quel poco di energie sufficienti a vincere.

Stavolta non è intervenuto nessun fattore esterno a salvarlo, e la temperatura nel corso del match ha continuato a salire, e lui probabilmente non si sentiva bene dalla mattina, e probabilmente la striscia di TRENTA vittorie consecutive ha portato il conto. Il suo corpo e la sua mente erano più logore del solito, e di fronte a uno stress ambientale così grande, Jannik Sinner è andato in panne. Quello che abbiamo visto è stato un burnout, un esaurimento totale.

Tutto il commento di Sinner post-partita è sembrato minimizzare il malessere fisico, molte sue espressioni sembrano un eufemismo: «Oggi ero un po’ piatto fisicamente». La situazione, però, era un po’ più grave di così. Per chi non ha visto la partita, ecco un video piuttosto esplicativo.

Questa sua lettura stride con i toni macabri che si leggono in queste ore su social e giornali. “Jannik Sinner, che cos’è il ‘malore oscuro’”, “Sinner, crollo choc”, “Cos’è successo a Sinner: la lotta contro il suo “fantasma””.

L’analisi più onesta che si può fare è fidarsi delle sue parole, e credere a un insieme di fattori, di cui il caldo è solo uno di questi. Vincere Indian Wells, Miami, Montecarlo, Madrid e Roma, di seguito, giocando un tennis ai limiti della perfezione, deve averlo consumato. Deve avergli appannato le idee e indebolito i muscoli. Probabilmente non sa nemmeno lui di preciso cosa sia successo, e sta anche al suo team ora analizzarlo e capirlo.

Nella sua conferenza, però, mi sembra ci sia anche un tentativo di controllare la comunicazione - verso l’esterno e verso l’interno. Sinner forse voleva seguire la regola morale per cui i campioni dello sport non cercano scuse ma soluzioni. Se fa caldo, bisogna trovare il modo per reagire al caldo; se ci si è svegliati male, bisogna trovare il modo di sentirsi bene; se il proprio tennis non c’è, bisogna fare con quel che si ha. Non mostrarsi deboli, mai, né a sé stessi né agli altri. Concentrarsi su ciò su cui si può essere in controllo.

Per questo Sinner si è focalizzato sulla sua mancanza di energie: il problema non è stato il caldo, ma il non aver trovato energie per trovare una via di fuga. Reagire alle avversità, esprimersi attraverso di esse, è uno dei valori dello sport, e del tennis in particolare. Le condizioni ideali non esistono, sono un’astrazione, e i tennisti devono trovare il modo per far scendere a compromessi il proprio tennis con le variabili esterne.

È forse uno dei pochi aspetti su cui Sinner sente di poter ancora migliorare: gestire meglio i malesseri fisici, i crolli di forma, gli acciacchi. Anche per questo - forse - stavolta ha scelto un comportamento diverso. Non si è ritirato, si è lamentato poco in campo, ha cercato di fare tutto il possibile. Anche per questo, forse, nella sua conferenza, non ha cercato scuse e ha persino minimizzato certi problemi. La sua onestà non è una novità, dopo brutte sconfitte: è una delle chiavi del suo miglioramento costante, il modo in cui trasforma le sconfitte in occasioni di crescita. Lo ha detto pochi giorni fa: «Non penso che un tennista abbia raggiunto il suo picco a 24 anni. Io spero di arrivarci tra un po’ di tempo».

Il Roland Garros era l’obiettivo stagionale dichiarato. La primavera doveva essere la sua stagione di vendetta: vincere tutti i tornei a cui non aveva partecipato per la squalifica, tutti i Master 1000 mancanti, e poi prendersi la sua rivincita a Parigi. Per questo l’eliminazione deve essere particolarmente bruciante, ma a 24 anni, dopo aver dimostrato di essere stabilmente uno dei due migliori giocatori su terra al mondo, le occasioni per vincere ancora saranno tante.

Commentiamo il tennis sempre confusi dal recency bias. Ci sentiamo in uno stato di cose sempre immutabile. Quando l’era dei Big-3 era al tramonto ci sembrava impossibile un’altra era di rivalità titaniche e campioni in grado di dominare. Tre anni dopo stavamo già commentando il dominio di Sinner e Alcaraz come qualcosa di potenzialmente noioso, a cui avremmo dovuto abituarci per anni.

Ora, arrivati a metà 2026, non abbiamo ancora visto una finale Slam tra Sinner e Alcaraz; Jannik non ha ancora vinto uno Slam e Carlos è fuori fino almeno alla stagione su cemento a causa di un rognosissimo problema al polso. Ciò che ci sembra impossibile, è sempre dietro l’angolo; quel che pare immutabile, può cambiare anche molto in fretta, e dovremmo essere più aperti all’imprevisto di quanto facciamo sempre nei nostri discorsi. Lo sport è quasi sempre più interessante di come ce lo raccontiamo.

Ce lo ricorda proprio Sinner, molto spesso, quando con tono a metà tra saggezza e fatalismo dice che: «Tutto può cambiare da un momento all’altro». Per lui la sfida sembra questa: capire fin dove può spingersi il proprio controllo, fino a che punto i fattori esterni possono essere compresi e addomesticati.

Sinner ci fa sembrare lo stato di grazia nel tennis facilmente raggiungibile, i fattori esterni irrilevanti. Ma è un’illusione: è il suo talento, ed è il suo lavoro, a far sembrare facile ciò che è difficile. Quello stato di perfezione laboratoriale che il suo tennis raggiunge, è il prodotto di un lavoro su sé stessi incessante - come ripete sempre. Viene in mente una lezione di Roger Federer, un tennista per molti aspetti simile a Sinner, nel suo celebre discorso alla Dartmouth University: «Effortless is a myth», «Giocare senza sforzo è un mito».

Per anni Federer si è sentito ripetere che i suoi risultati erano il prodotto del suo talento naturale, e che quindi non gli costavano alcuna fatica. Era anche criticato per non lottare abbastanza, quando le cose non andavano bene. Gli davano del viziato, di fatto. La realtà è che quel senso di assoluta naturalezza del suo tennis, era soprattutto il prodotto del lavoro che aveva fatto su sé stesso. Giocare senza sforzo è un risultato, non una qualità divina. La supremazia che Sinner riesce a esprimere in certe partite, in alcune fasi della stagione, viene spesso raccontata come il prodotto di una forza intrinseca, che nel suo caso non è naturale ma artificiale. Sinner è un robot. E un robot non ha cali di forza e concentrazione, non ha distrazioni o vulnerabilità. Un robot incarna una forza ignota e incommensurabile perché aliena. È una forza anti-emotiva, gelida e implacabile.

Per questo nella sua conferenza Sinner ha ripetuto, un’altra volta, ciò che dovrebbe esserci evidente «Non sono un robot». La sua supremazia è frutto del lavoro, dell’impegno, di uno sforzo che riesce a tenere nascosto nel suo tennis fluido, decontratto, in piena armonia con la realtà. Ma è un’illusione.

Ogni tanto la fatica di quel livello di perfezione fuoriesce. Nel secondo set della sua semifinale contro Medvedev, a Roma, faticava a recuperare un respiro regolare. Erano le dieci di sera, non poteva essere il caldo. La fatica del tennis strabiliante degli ultimi mesi lo aveva portato vicino al collasso. Il petto di Sinner si alzava e scendeva ipertrofico, come un cuore visto da troppo vicino. E cosa stavamo guardando davvero? Cosa succede a Jannik Sinner?

Resta sempre uno scarto, tra ciò che vediamo e ciò che sappiamo. Cos’ha veramente Jannik Sinner? Cos’è questa ombra che lo affligge in alcuni momenti della sua carriera? Il tennista che sembra inscalfibile, e poi improvvisamente fragile. Così fragile. C’è un mistero in Jannik Sinner. Un mistero che ha probabilmente a che fare con lo sforzo metafisico che il suo tennis gli costa. Un mistero che condivide con altri giocatori che nella storia non si sono accontentati, e che in certi momenti hanno sentito possibile ciò che non lo è: la perfezione. Prometei che in certi momenti si sono tesi verso questo ideale, e forse lo hanno sfiorato. Federer, Borg, McEnroe, forse nessun altro.

La ricerca della perfezione, però, ha sempre un prezzo.

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