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Abbiamo fatto di tutto per metterci in questa situazione
03 apr 2026
La sconfitta con la Bosnia è stata il frutto di una serie di scelte discutibili.
(articolo)
15 min
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IMAGO / Insidefoto
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A fine partita Gattuso ha gli occhi piccoli e lo sguardo basso. Definirlo triste è riduttivo, dice che se gli facessero una puntura non uscirebbe niente, qualsiasi cosa voglia dire. Il suo dispiacere è profondo e sincero, ed è difficile in quel momento non empatizzare un po’ con lui. Vogliamo tutti bene a Gattuso. Dura un attimo, però, questa lieve commozione, la bocca che va all’in giù all’unisono con quella di Rino, perché siamo troppo arrabbiati, e c’è una parte del suo discorso che ci suona lunare, che ci fa infuriare ancora di più.

Gattuso è orgoglioso dei «ragazzi»: «Per la prestazione, per l’impegno, per l’amore che ci hanno messo». Parla come se ci fosse effettivamente stata una grande prestazione. Dice che «i ragazzi» lo hanno «sorpreso», addirittura che lo hanno «impressionato». Ci ritorna su questa parola, dice che hanno «impressionato pure lui» - non solo noi quindi. Come a dire: sì, avevo fiducia, ma sono riusciti persino a oltrepassare questa fiducia. Gattuso quindi pensava che l’Italia avrebbe giocato bene, ma non così bene.

Viene così confezionata - più o meno consapevolmente - la seguente narrazione: l’Italia ha giocato al massimo delle proprie possibilità, ed è stata punita dal Dio del calcio. «Questo è il calcio», ha concluso, fatalista, Gattuso. Si può fare tutto alla perfezione, al meglio delle proprie possibilità, ma il calcio può essere ingiusto.

Questa narrazione prevede l’idea che l’Italia sia finita in dieci per caso e non per colpa; come se l’errore di Bastoni fosse episodico, fortuito, una beffa, una manifestazione divina. Non, quindi, un errore che è frutto di una serie di scelte, ma un errore individuale che comunque non fa parte della prestazione dell’Italia - ne è esterno. Ci diciamo continuamente che le partite di calcio si giocano sugli episodi, e poi quando gestiamo male un episodio facciamo finta che sia un caso. Un fatalismo degno di certo neorealismo.

Sentendolo esprimere queste idee ci siamo ritrovati nella posizione in cui ci troviamo spesso da appassionati di calcio italiano: siamo matti noi, o sono matti loro? Guardiamo tutti le stesse cose? Perché, se abbiamo giocato con tutto quel cuore, con tutto quell’impegno e quell’amore, se i ragazzi hanno impressionato il CT, se hanno dato tutto, perché non parteciperemo al terzo Mondiale di seguito?

Forse è solo il discorso emotivo di un uomo stravolto, abbiamo pensato, e non ci abbiamo dato troppo peso. Quando però Gravina è andato ai microfoni siamo stati meno comprensivi. «La partita l’avete vista tutti», dice il presidente della FIGC, come se non ci fosse nemmeno da parlare di calcio, come se fosse del resto evidente: l’Italia ha fatto una grande partita: «C’è poco da commentare. Il mister li ha definiti “eroici”, hanno dato tutto quello che potevano dare, esattamente quello che gli abbiamo chiesto». Quindi quello che potevamo dare non è stato abbastanza per battere la Bosnia, o per non finire in dieci.

Quello che colpisce di questi discorsi è certamente l’assenza di autocritica, ma non è solo questo. C’è anche l’espressione di una visione del calcio quasi esclusivamente emotiva, basata su sentimenti e fattori intangibili. Il senso d’appartenenza, il gruppo, il clima che si respira, come se le nostre prestazioni calcistiche potessero essere proporzionali al nostro desiderio; come se il calcio fosse soprattutto un fatto di volere, e che alle tattiche si possa fare a meno se si ha il celebre “potere dell’amicizia”. Come se poi il punteggio fosse un accidente rispetto alle persone brave e simpatiche che siamo.

Nella sua incredibile conferenza stampa, Gabriele Gravina era quasi rammaricato che noi non avessimo vissuto la giovialità cameratesca del gruppo squadra: «Molti di voi non hanno avuto la possibilità di apprezzare il clima, l’atmosfera che noi abbiamo vissuto in questi ultimi mesi con loro». Poi ha parlato di “crescita”, ma in che senso? L'Italia non sembra giocare meglio, anzi. Ma infatti lui non parla di calcio ma di un'altra crescita, più umana diciamo: «Come determinazione, come orgoglio come voglia di dare una gioia al nostro Paese, ai nostri tifosi». Poi il suo tono si fa solenne quando dice: «Devo fare i complimenti a Rino Gattuso», come se fosse stupito lui stesso dalla bontà della sua decisione di assumerlo.

È una comunicazione che sintetizza il modo in cui l’Italia ha affrontato questi playoff europei, puntando tutto sullo spirito di gruppo, l’orgoglio nazionale, il desiderio di fare bene, sperando che sarebbero bastate per vincere due partite di calcio. Magari potreste obiettare che questa è solo la comunicazione: la superficie del discorso. Non devono venire da noi a parlare di tattica, di schemi, del modo in cui avevano immaginato - tatticamente - di giocare queste due partite.

Eppure è proprio vedendo queste partite, il modo in cui l’Italia le ha affrontate, si può ipotizzare che non ci fosse molto al di sotto di questi discorsi emotivi e di dei tentativi di gestione umana e psicologica del gruppo. Non c’era molto altro al di là delle bellissime cene e di un attaccamento alla maglia che - va detto - è sembrato evidente e innegabile.

Dietro quei discorsi sul grande cuore dell’Italia allora, sollevandone la superficie, si può forse arrivare al nocciolo dei problemi. Non di tutti i problemi del calcio italiano; è meglio diffidare di chi vuole proporre soluzioni onnicomprensive; però si possono vedere i problemi di questo ciclo dell’Italia, e della gestione di Gennaro Gattuso. Pensare che il calcio sia solo desiderio, sentimenti, voglia di fare, spirito patriottico, attaccamento alla maglia. Tutto il resto può anche essere secondario, ed è stato secondario nelle scelte di Gattuso e nel modo in cui abbiamo giocato queste partite.

Non abbiamo convocato i giocatori migliori, né quelli più in forma, ma quelli che erano già all’interno del gruppo. Abbiamo convocato addirittura quattro portieri per due partite. Avevamo bisogno di un un infortunio a match del portiere per schierarli tutti. Abbiamo tenuto gli infortunati nel gruppo, abbiamo mandato in tribuna a tifare giocatori potenzialmente utili (Scalvini e Cambiaghi) forse perché troppo giovani (?) e costruito un undici seguendo principi che seguono una logica gerarchica. Calafiori deve giocare perché è Calafiori, anche a costo di adattare Bastoni fuori posizione, e Bastoni naturalmente deve giocare anche se è infortunato, fuori forma e fuori ruolo. E Barella deve giocare anche se è fuori forma da mesi. E Retegui deve giocare perché ci ha portati ai playoff, e Palestra non può giocare perché Politano è più esperto, e più affidabile difensivamente (in teoria), specie per coprire un difensore come Mancini che non può essere lasciato da solo in uno contro uno.

Come ha scritto Dario Saltari, è proprio nell’errore di Bastoni che sono venuti a galla i problemi di questo approccio, con un’espulsione che ha compromesso la partita arrivata come prodotto di questa serie di scelte “di gruppo” irrazionali.

Intendiamoci, la Bosnia non aveva molte più idee di noi, ma è sembrata giocare in un una condizione mentale migliore. Abbiamo puntato tutto sulla forza mentale del gruppo, per poi non essere mentalmente all’altezza nel momento decisivo. Le circostanze aiutano. La Bosnia ha potuto giocare da sfavorita e con una pressione mentale giusta per tirare fuori il massimo, mentre noi ci siamo paralizzati, giocando bene solo i brevi minuti di sollievo successivi ai nostri gol. Del resto è proprio nei momenti di massima tensione che avere strumenti tattici e tecnici aiuta a uscire dalle difficoltà. Senza strumenti cosa resta? Solo la tensione, appunto, e la paura di fallire. Abbiamo asciugato il calcio di tutti i suoi aspetti razionali, e controllabili, e siamo rimasti con in mano un osso di nervi e tensione.

E poi ci siamo meravigliati di fronte a una squadra che ha giocato partite folli: il 4-5 assurdo contro Israele, in cui abbiamo subito due gol a due minuti dalla fine per andare 4-4 (con un autogol di Bastoni) per poi vincere nei minuti di recupero. La partita di paura contro la Moldavia, sbloccata a due minuti dalla fine con un colpo di testa; lo sfaldamento totale in casa contro la Norvegia, in cui siamo stati in vantaggio fino all’ora di gioco, per poi perdere 1-4 - con 3 gol concentrati nell’ultimo quarto d’ora. Tutte partite che abbiamo giocato in modo disperato, rincorrendo una differenza gol utopica, sempre lunghi e sparpagliati per il campo, fragilissimi. L’Italia di Gattuso è stata una squadra emotiva, umorale, che ha provato a giocare solo attraverso i nervi e che non aveva alcuna intenzione di costruire qualcosa.

L’espulsione di Bastoni ci ha probabilmente condannati, ma ci ha anche offerto un contesto psicologico comodo: a quel punto eravamo legittimati a fare una gara di puro sacrificio e disperazione. Non ci siamo chiesti nemmeno per un attimo se ci fosse un modo più razionale di stare in campo, o più intelligente di gestire l’uomo in meno. Anche in undici ci schiacciavamo bassi e passivi verso la nostra area, con un lavoro estenuante e autolesionista dei due esterni, per garantirci più difensori possibili in area. Ci siamo limitati a sommare i corpi più grossi che avevamo davanti a Donnarumma, finendo mangiati dal nostro stesso conservatorismo. I rigori li hanno sbagliati un centravanti giovane messo dentro per fare la lotta con i difensori e un centrocampista poco tecnico, con zero rigori tirati in partite in carriera, entrato perché forte di testa.

L’espulsione di Bastoni ci ha probabilmente condannati, ma ci ha offerto anche la narrazione consolatoria perfetta: quella di una squadra che ha dato tutto, e che è stata sfortunata e che ha un cuore grande.

Non è questo il punto che voglio dire, però. Il fatto è che, per paradosso, si nota una specie di progettualità in questo percorso della Nazionale italiana. Abbiamo puntato tutto sul livello emotivo e per niente su quello tecnico-tattico, e lo abbiamo fatto fin dall’inizio di questo ciclo. Lo abbiamo scelto. È il motivo stesso per cui fu preso Gattuso: fare una terapia d’urto a una squadra ansiosa e disperata.

Proviamo a tornare indietro di qualche mese. La sconfitta contro la Norvegia a giugno era apparsa sorprendente e inevitabile allo stesso tempo, e l’Italia sembrava già arrivata a un punto di non ritorno. Almeno questa era la percezione, di una squadra svuotata di tutto e che doveva ricorrere a misure d’emergenza. Gattuso allora come un commissario della protezione civile che interviene a disastro compiuto; uno psicanalista che deve aggiustare le menti di una squadra traumatizzata. Giocare a calcio? Impossibile. Proviamo a salvare la pelle in un modo o nell’altro: evitare a tutti i costi questa mancata qualificazione ai Mondiali. I calciatori infantilizzati, come del resto aveva fatto già Spalletti, e trattati come un gruppo che ha bisogno di protezione e a cui non vanno messi troppi grilli tattici per la testa. Come se avessimo una squadra irrimediabilmente scarsa, e non una di giocatori di alto livello, come oggettivamente dovremmo riconoscere. Con dei difetti e senza grandi attaccanti, siamo d'accordo, ma una squadra molto più forte di come abbiamo voluto raccontarci - forse perché dirci che siamo scarsi è l'alibi di partenza per poter rinunciare a qualsiasi tentativo di praticare il gioco del calcio.

Quando Gattuso viene assunto nel ruolo di CT, Buffon la definisce «la scelta migliore», anche se pare strana a chi cerca di portare argomenti oggettivi - più i tifosi che i dirigenti o gli opinionisti mainstream. Non solo Gattuso non ha un curriculum all’altezza ma anche in quanto a gestione psicologica degli ambienti, cioè quello che sembra essergli richiesto, è sembrato troppo caotico nella sua carriera. Incendia facilmente gli ambienti, o li porta all’esaurimento. Nell’articolo del giugno scorso lo avevamo definito “una falena attirata dall’intensità delle cose”: "uno di quelli che vuole metterci la faccia anche solo per il gusto di venirti a dire che è uno che ci mette sempre la faccia”. Un allenatore che in carriera è sempre stato una calamita di eventi caotici e al limite, di squadre in equilibrio precario tra un gioco propositivo (ma anche rigido) e l’andare in pezzi. Squadre sempre abbozzate a matita, senza idee chiare.

E infatti quando fu assunto all’Italia nessuno si chiedeva come avremmo giocato, si parlava solo del suo carattere. Buffon aveva parlato di un’«intensità emotiva» che va «ricercata, voluta e coltivata». Le reazioni della stampa erano state entusiaste, nonostante fosse impossibile immaginare quali concetti di campo avrebbe portato Gattuso. Alcuni titoli di quei giorni: “L’Italia ringhiò”, “L’Italia. A tutta grinta”, “Gattuso nel nome di Lippi”, “L’Italia all’ultimo ringhio”. Sulla Gazzetta esce un’editoriale in cui Gattuso viene praticamente paragonato a un negromante “in grado di risvegliare l’animo della Nazionale". In un altro del Corriere della Sera si commenta con soddisfazione la rassicurazione di Buffon sul fatto che in caso di fallimento di Gattuso si sarebbe dimesso: “Può sembrare scontato, non lo è: quante dimissioni abbiamo visto nonostante progetti in frantumi, promesse disattese? Pochissime, e nemmeno usa dichiararsi pronti a darle dopo aver sottoscritto un progetto. Gigi lo fa ed è apprezzabile”. Con Rino condivide "lo stesso modo di vivere la Nazionale: passione, rispetto e trasparenza". La cosa che piace di più al Corriere della Sera, però, è sempre il carattere di Buffon e Gattuso che in questo momento ci rassicurano di più della tattica: “Ha in comune l’essere vero e verace, di questi tempi garanzia più di tattica e gestione”.

Insomma: scegliendo Gattuso (e Buffon e Bonucci) abbiamo deciso consapevolmente di fare a meno di competenze consolidate, esperienza e curriculum. Abbiamo preferito rimandare al futuro una visione più ampia, una progettualità, delle idee. Abbiamo scelto soprattutto dei simboli, dei personaggi carismatici, delle persone a cui vogliamo bene. Dei custodi dei nostri valori, dei numi tutelari che potevano mettere una pezza a una situazione già compromessa. Gattuso come allenatore caporale, tutto sangue e sudore, capace di negare la dimensione concettuale del calcio (ai nostri occhi almeno).

Alla fine Buffon si è dimesso, e nel suo messaggio ha scritto di aver costruito "tanto a livello di spirito e di gruppo con Rino Gattuso".

Cosa ci si aspettava, allora, da una Nazionale costruita con queste premesse? Abbiamo scelto una strada completamente emotiva, e abbiamo fallito perdendo la partita più emotiva degli ultimi anni.

Stiamo vivendo dei giorni di autocritica, e forse dovremmo anche parlare del racconto emotivo del nostro calcio, del modo in cui spesso si schiaccia tutto su concetti intangibili come il coraggio, il desiderio, la determinazione, lo spirito di sacrificio, la cattiveria agonistica. Concetti magari usati con più cautela quando si parla di calcio per club, ma che in Nazionale raggiungono il parossismo. Anche i nostri grandi successi, a posteriori, vengono raccontati come momenti in cui ha trionfato l’amicizia: il desiderio di riscatto dei ragazzi dell’82, la voglia di stare insieme dei ragazzi del 2006.

Non voglio certo negare che le emozioni e la psicologia hanno una loro importanza nel calcio, ma le squadre devono sempre trovare un equilibrio tra una parte più emotiva e una più razionale, che non sono mai isolate. Le migliori squadre sono quelle capaci di sviluppare un’intelligenza emotiva. Senza riferimenti razionali che ci aiutano a navigare una realtà complessa - come è quella di uno spareggio per non fallire la terza qualificazione ai Mondiali - diventiamo preda delle nostre emozioni peggiori. Siamo ostaggio di paura, ansia, paranoia.

Lo abbiamo visto sul campo, nella partita contro la Bosnia, ma lo abbiamo visto anche nelle scelte dirigenziali che ci hanno portati fin qui. Senza una visione d’insieme, senza progettualità, siamo diventati ostaggio della nostra paura di fallire, e le nostre scelte sono state emotive. Abbiamo letteralmente assunto una persona solo perché gli vogliamo bene (o almeno questa è la sensazione).

La paura del rischio nel calcio italiano è visibile in come giocano le squadre, ma anche in come si scelgono i giocatori, si costruiscono gli undici, si mettono in carica gli allenatori. Forse è tutto collegato al rischio, alla nostra paura per il rischio, ed essa è forse collegata alla nostra ossessione per i risultati e alla paura di fallire. Qualcosa che forse un tempo era una nostra forza, ma che a furia di fallimenti si è trasformata in una paranoia. Forse è a partire da questo nocciolo duro di terrore e ansia e paranoia che nascono tutte le nostre scelte.

Il nostro calcio militare, il nostro gioco paranoico, la nostra fissazione per la forza - il parametro più visibile e rassicurante. E forse per questo nel momento della massima necessità abbiamo fatto un atto di fiducia cieca verso un gruppo di uomini, prima che di calciatori, ignorando tutti i segnali di pericolo razionali (come per esempio le cattive prestazioni di Bastoni in quel ruolo da anni).

È forse anche da questo nocciolo di ansia che nascono le nostre scusa preventive, le lamentele sul campo di Zenica, la vasca criogenica poco professionale, l’erba tagliata male, il clima “infernale”. Tutti commenti che contengono anche un vago senso di superiorità razzista, anche considerando lo stato di gran parte dei nostri stadi. Da quel nocciolo interno si producono gli alibi sugli arbitraggi, e le lamentele perenni di allenatori sempre più esauriti.

Il risultato, poi, è spesso abbracciare un rischio ancora più grande - anche se in quel momento non ci sembra tale. Ne avevamo scritto anche a giugno a proposito delle scelte degli allenatori delle squadre di Serie A, conservative o comunque di corto respiro. Commentando la scelta di Gattuso scrivevamo: “Noi possiamo limitarci a notare che non sembra esserci uno schema razionale e coerente dietro la scelta di Gattuso: ex grande calciatore, persona carismatica, leale, onesta, simpatica, passionale, generosa. Nel mezzo, però, anche un allenatore”.

Una cosa mi ha impressionato, guardandomi indietro, rileggendo anche le varie dichiarazioni, riguardando le partite, ricostruendo la strada che ci ha portati fin qui. Mentre prendevamo questa serie di scelte irrazionali, rischiose, non ce le siamo raccontate come tali. L’intensità di Gattuso, l’idea di una squadra con poche idee e in preda alle proprie emozioni, ci sembrava la scelta più logica. Allo stesso modo l’idea di un gruppo che doveva “sfangarla”, facendo ricorso a tutto il proprio spirito patriottico, ci sembrava l’unica strada possibile. Abbiamo trasformato la nostra ideologia più distorta in una forma di realismo allucinato.

Per paradosso, però, è proprio da questa consapevolezza che dovremmo provare a rimetterci in marcia - a condizione di abbandonare le nostre ansie, il nostro fatalismo, il nostro nichilismo. La mediocrità in cui siamo finiti non è una condanna ma il prodotto di una serie di scelte che abbiamo fatto noi, profeti di sventura di noi stessi.

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