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Çalhanoğlu e altri dieci
22 apr 2026
Un'altra rimonta della squadra di Chivu su quella di Fabregas, che vale la finale di Coppa Italia.
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10 min
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IMAGO / ABACAPRESS
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In estate l’Inter è stata molto vicina a Césc Fabregas come nuovo allenatore. Era stato scelto come l’uomo attorno a cui riavviare l’Inter dopo il ciclo di Simone Inzaghi, chiuso da un finale di stagione intenso e tragico. Sarebbe stata una rivoluzione. Dopo anni di 3-5-2 e di allenatori che - in modi diversi - portavano avanti la tradizione tattica italiana, era stato scelto un tecnico di scuola spagnola, che gioca preferibilmente con la difesa a quattro e vuole vincere le partite controllando il pallone.

Alla fine di trattative ingarbugliate, Fabregas decise infine di rimanere al Como e di rifiutare l’Inter. I nerazzurri ripiegarono su Christian Chivu, ex tecnico della Primavera, e sembrava la scelta di un club senza soldi e senza idee, piuttosto disperato. Non in molti avrebbero scommesso che arrivati ad aprile l’Inter sarebbe stata ancora in corsa per due obiettivi su tre; molto vicina alla vittoria dello Scudetto e in finale di Coppa Italia. Entrambi gli obiettivi Chivu li ha avvicinati battendo il Como di Fabregas, l'allenatore che era stato scelto prima di lui. Lo ha battuto in partite confuse e spettacolari, dentro cui però si legge piuttosto chiaramente il carattere - tattico ed emotivo - della sua squadra.

Dieci giorni fa in campionato ha rimontato uno svantaggio di 2-0 spingendosi addirittura sul 4-2 (per poi vincere 4-3). Martedì nella semifinale di Coppa la situazione pareva ancora più compromessa. A inizio secondo tempo l’Inter aveva subito il 2-0 e, arrivati praticamente a venti minuti dalla fine, non dava segni di vita. Non aveva costruito nessuna occasione credibile, nessun tiro pulito e non sembrava avere soluzioni per aprire un Como difensivamente molto ordinato.

Come ci eravamo arrivati?

La prima sfida tra Chivu e Fabregas era finita in massacro. L’Inter aveva vinto 4-0 facendo passare la palla tra le orecchie del solito pressing aggressivo del Como. La squadra di Fabregas era parsa naïf, a voler applicare i propri principi senza compromessi, anche contro un'avversaria così forte. L’Inter gli aveva ritorto contro quella hybris come tante volte l’Inter ha fatto contro avversari che non avevano la forza di pressarla senza pagarne le conseguenze. Fabregas aveva definito «imbarazzante» un gol subito da Thuram da calcio d’angolo. A fine partita aveva commentato sconsolato: «Noi facciamo tante cose bene ma loro sono talmente bravi che ti trovano sempre la soluzione».

Non si può dire che Fabregas non impari dai propri errori. Nella successiva sfida contro Chivu, nell’andata di Coppa Italia, si è schierato con un baricentro più basso, le linee più strette, un'ambizione minore. Dieci giorni fa Fabregas ha scelto un piano tattico ancora più prudente, con un 5-2-3 insolitamente cauto. Era passato a una linea difensiva a tre che assicurava un uomo in più dietro e che richiedeva un grande sforzo - fisico e tattico - a Diao e Valle schierati a tutta fascia. A centrocampo Sergi Roberto doveva compensare difensivamente Diao. Il Como era stato aggressivo a momenti, e aveva gestito meglio le transizioni dell’Inter. Dopo essere andato in vantaggio aveva scoperto un’inedita scaltrezza tattica, non disdegnando di mettersi basso e giocare in transizione.

Aveva funzionato finché l’Inter non aveva alzato l’intensità, e finché la sua forma fisica non era calata.

Nella partita di martedì di ritorno ha alzato ancora l'attenzione difensiva. Sull’esterno destro non c’era più Diao ma Van der Brempt e dietro tre centrali di ruolo (Carlos, Kempf e Ramon, indisponibile in campionato). La linea a cinque era chiara.

Il 5-2-3 difensivo del Como.

L’Inter aveva più facilità a uscire dal basso, ma poi andava a sbattere su questa linea all’altezza della trequarti, finendo - come spesso le capita, in questa versione offensivamente un po’ impoverita - di inondare l’area di cross (14 nel primo tempo). Alla mezz’ora improvvisamente però il Como alza il volume, aggredisce in alto una rimessa di Martinez, l’Inter è pigra e addormentata col pallone tra i piedi. Inizia un attacco posizionale che sfocia nel dribbling di Van der Brempt su Dimarco - come sempre in difficoltà nell’uno contro uno difensivo. Sul cross basso all'indietro Baturina segna il vantaggio del Como.

È come se nelle situazioni di equilibrio l’Inter accettasse passivamente la forza dell’avversario. Di recente è successo nel primo tempo contro la Roma, nel primo tempo contro il Como in campionato e anche in Coppa Italia. È sempre stata una squadra che va a più velocità, ed è stata spesso la sua forza. L’impressione quest’anno è che la versione di Chivu abbia più picchi in alto, con aggressioni alte anche molto intense e assertive, ma anche in basso, con momenti di addormentamento.

Una situazione tattica che spiega questa passività. Mentre Nico Paz tende a fare da riferimento centrale sulla trequarti, muovendosi sempre in funzione della palla, Baturina esplora l'ampiezza a sinistra, cercando poi di smarcarsi nei mezzi spazi. Chi lo deve prendere? Luis Henrique è su Valle, Barella stringe al centro per coprire la zona, quando Çalhanoğlu esce su Paz. Dovrebbe uscire Akanji, che però non si fida a rompere la linea in avanti. Baturina ha la prima occasione della partita, segna il gol dell'1-0, e in generale viene sempre trovato con dei passaggi in diagonale con metri di campo davanti - come nelle seguenti situazioni.

L'occasione di Baturina, la prima della partita.

In generale il primo tempo è soprattutto Baturina che si sbraccia per chiedere palla mentre l'Inter lo guarda.

Il secondo gol subito, a inizio secondo tempo, dice invece di alcuni problemi di posizionamento nella fase offensiva. Quando Zielinski si abbassa insieme a Çalhanoglu per costruire l’Inter svuota troppo il centrocampo; senza Lautaro è più raro vedere un attaccante muoversi incontro per offrire una linea di passaggio, così la squadra esagera nelle costruzioni laterali.

In questo caso Dimarco è andato a esplorare un corridoio più profondo e centrale per creare parità numerica nella difesa del Como, Carlos Augusto sale per prendere il suo posto e offrire una linea di passaggio, Zielinski è sciatto nel passaggio e Nico Paz intercetta. Poi c’è una grande giocata dell’argentino, che si prende una pausa, non si accontenta di una linea esterna per Da Cunha e lo serve in verticale dentro l’area. È un'occasione che mostra i passi indietro dell'Inter quest'anno, che con Chivu ha perso complessità nei meccanismi di uscita dal basso (Acerbi negli anni scorsi poteva compensare i centrocampisti che si abbassavano salendo, per fare un piccolo esempio) e ha insistito molto sulle catene laterali.

All’ora di gioco Chivu fa due cambi: entrano Diouf e Sučić per Dimarco e Zielinski. Non solo in quel momento toglie due dei giocatori più opachi della partita, ma cambia il modo di attaccare dell’Inter. La squadra passa da due esterni e a piede naturale a due a piede invertito, con Luis Henrique che passa a sinistra. L’Inter alza l’intensità, il Como la abbassa.

La partita comincia a giocarsi attorno all’area del Como, e la squadra di Fabregas comincia a fare una partita che non è davvero in grado di fare: stare in area, gestire la grande forza fisica e tecnica dell’Inter. Il Como aveva usato bene un po’ di reattività fino a quel momento, ma negli ultimi venti minuti i ruoli si ribaltano: è la squadra di Fabregas a essere passiva, mentre l’Inter sale di intensità nei duelli, nella convinzione. Prima ancora di segnare il primo gol si vede che la linea a cinque del Como scivola con troppa facilità in area, lasciando spazi pericolosissimi dal limite.

Un minuto dopo questa azione arriva il gol dell’1-2 con un tiro dal limite dopo una conduzione di Diouf a destra che schiaccia in basso la difesa del Como e crea spazio fuori dall'area.

La partita, però, la cambia davvero un giocatore che era già in campo, e che in questa fase della stagione dell’Inter sembra onnipotente: Hakan Çalhanoglu. Negli scorsi giorni ne aveva parlato il CT della Turchia Vincenzo Montella. Le sue qualità sono talmente influenti che quando mancano nella squadra si apre un vuoto impossibile da riempire: «Il problema non è che non ce l’hai tu come allenatore, ma non ce l’ha la squadra. I giocatori dell’Inter si appoggiano su di lui: dà i tempi, quando accelerare, quando rallentare. In Nazionale è lo stesso. Il problema grande non è che non ce l’hai, ma che senza di lui perdi un pezzo di squadra. I compagni si sentono meno sicuri».

Çalhanoglu è sempre importante, ma quando può giocare negli ultimi trenta metri, con la squadra in pressione offensiva, diventa devastante. È un maestro nel gestire l’attacco posizionale, leggere le seconde palle, tirare da fuori. Cosa c’è di più faticoso, per una squadra che sta cercando di restare concentrata nelle marcature in area di rigore, che preoccuparsi di un giocatore che tira da fuori con la facilità di chi tira un calcio di rigore?

Il Como si abbassa e l’aumento dei tiri di Çalhanoglu ne sono un termometro. Tira la prima volta al 57’, poi al 65’ e fa gol. Poi, ancora, al 69’, al 74’, all’86’. Aumentano i tocchi, i passaggi nella metà campo avversaria, ronza attorno all’area di rigore portando un senso di minaccia costante. A fine partita Fabregas dirà: «Sono innamorato di Çalhanoglu, quando giochiamo contro l'Inter guardo per prima cosa se gioca lui oppure no e da lì costruiamo la partita».

La sua influenza cresce insieme alla capacità degli esterni dell’Inter di portare palla. Diouf resta efficace anche nelle situazioni in cui si sposta a sinistra, ma è soprattutto a destra che fa danni, con quel suo modo di portare palla frenetico, sgraziato, random. Diouf è arrivato in Italia come una mezzala d’inserimento; ora è usato da Chivu come questo strano insetto-stecco apri-difese. Porta palla con l’esterno sinistro a piccoli saltelli rapidi e non sembra davvero poter combinare qualcosa di pericoloso. Le difese, però, retrocedono. Al 71’ passa in mezzo a tre giocatori del Como ipnotizzati che non sanno bene come fermarlo.

L’Inter, come sappiamo, in questi anni si è inventata un modo di giocare bene a calcio facendo a meno del dribbling. In partite come questa vediamo però come basti anche poco - e cioè un portatore di palla che non è nemmeno un dribblatore come Diouf - per avere vantaggi tattici che liberano la squadra. Le aprono delle possibilità.

A dire il vero, dopo il gol dell’1-2 c’è una lunga fase in cui l’Inter non ha grandi occasioni. Anzi, la possibilità di segnare più importante ce l’ha il Como con Diao, che però si scontra su una bella uscita di Martinez.

Poi arrivano i tre minuti in cui l’Inter completa la rimonta. Il Como è sempre più basso mentre l’Inter è intimidatoria. Entrano anche Esposito e Dumfries. A quel punto la squadra di Chivu attacca con una specie di 3-3-4 piuttosto pauroso. Sučić e Çalhanoglu banchettano negli spazi al limite dell’area, e costruiscono il secondo gol. Il turco segna addirittura di testa, con un inserimento alla Giulio Migliaccio in teoria lontanissimo dal suo repertorio. Çalhanoglu però è un giocatore diverso: più della somma delle sue incredibili qualità tecniche. Il suo carisma, la sua intelligenza, la sua comprensione emotiva delle partite lo rendono decisivo.

A quel punto la partita sembra su un piano inclinato piuttosto letteralmente; nel senso che il campo sembra scendere in discesa verso la porta di Butez e il Como non pare avere più risorse per evitare un esito ormai inevitabile. All’89’ Sučić porta palla dal limite sinistro dell’area di rigore, lo stesso da cui ha servito l’assist. Guarda al centro e fa per caricare il cross, è una finta, rientra verso il centro, scarica per Çalhanoglu e poi si fa ridare palla. Il passaggio del turco sembra facile ma passa tra quattro paia di gambe. Lo stop di Sučić sembra banale, ma lo fa su una moneta, e in modo da girarsi per calciare col destro.

Chissà come ha preso Fabregas, la seconda rimonta subita dall’Inter in dieci giorni. Nei suoi piani gara ha dimostrato una flessibilità tattica che gli viene poco riconosciuta, ma forse ha finito per pagare il grande sforzo tattico chiesto alla squadra, che ha giocato partite fuori dal proprio spartito. In fondo succede così, quando una squadra più debole affronta una più forte: la coperta sembra sempre corta.

A fine partita Chivu ha citato la “pazza Inter”, un archetipo anni ’00 che non tutti i tifosi amano. Evoca i tempi in cui la squadra era divertente ma inaffidabile; gli anni in cui l’Inter aveva la fama di squadra bella e perdente. Quanto siamo lontani da quel momento? L’Inter ha vinto come una squadra “perdente” non farebbe mai. Ha mostrato i muscoli, ha accumulato forza e talento e li ha usati come un ariete sulla difesa avversaria. Ha giocato con la convinzione di essere più forte nei momenti in cui le partite le vincono le squadre più forti.

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