
In metropolitana a New York, nello spazio pubblicitario stretto e lungo che sovrasta le teste dei passeggeri e le porte scorrevoli, c’è una foto di Serena Williams e del suo braccio. La posa assomiglia a quella del poster “We can do it!”, simbolo di un certo femminismo liberale prêt à manger. L’operaia dell’immagine originale mostra il muscolo in una posa da macho e ci sfida a fare una generica “cosa”, la rivoluzione magari, chi può dirlo.
La popolarità dell’immagine è frutto di un falso storico: prodotta durante la seconda guerra mondiale per risollevare il morale delle operaie – e degli operai – della Westinghouse Electric, non aveva le velleità di riscatto sociale che le sono state attribuite poi. Era solo parte di una serie di illustrazioni (la maggior parte delle quali raffiguranti uomini) commissionate dalla fabbrica statunitense e pensate per non fuoriuscire dalle sue mura.
Quindi il noi non si riferisce a tutte le donne, solo quelle già assunte che se la trovavano davanti ogni giorno, senza sentirsi particolarmente ispirate a ribaltare il patriarcato. Non c’era alcun intento di richiamo alla sorellanza, né la “cosa” che invitava a fare andava al di là delle mansioni quotidiane di fabbrica. Negli anni Ottanta l’immagine è stata riscoperta, complice il fatto che fosse di libera diffusione, e ancora oggi infesta l’immaginario comune, cercando di convincerci a fare qualcosa, un it di libera interpretazione.
La posa di Williams, dicevamo, è simile, non identica: non guarda noi, ma il suo braccio, che è più sollevato di quello dell’operaia per mettere al centro della composizione non il muscolo, ma la siringa che lo punge. L’immagine è compressa in uno spazio troppo piccolo, che non dovrebbe contenere quel corpo rivoluzionario, però lo contiene: tagliato e costretto lì, senza un pezzo di testa, senza una mano e un braccio, destinato a essere guardato per ore e ore da milioni di occhi, che non saprebbero dove altro posarsi se non sul pavimento fino alla fine della corsa. I vagoni della metropolitana sono luoghi imbarazzanti per natura, pieni di corpi che si toccano, cercano di resistere alle frenate e alle accelerazioni per non invadere lo spazio vitale altrui. Qualunque pubblicità posta in quel rettangolo stretto e lungo sarebbe in grado di comparire nei sogni di un pendolare. A maggior ragione se il soggetto della pubblicità coincide con l’origine del disagio del viaggio: il corpo. Il corpo troppo grande, troppo ingombrante, pesante, che vorremmo fosse piccolo.

PARTE UNO - GRASSO
Fino a qualche anno fa, a Serena Williams bastava coprire le braccia per confondersi tra la folla. Almeno, così raccontava nel 2015. In occasione dell’inaugurazione di una sua linea di abbigliamento aveva descritto un capo a maniche lunghe dicendo che sarebbe stato comodo per passare inosservata: «Le mie braccia sono molto in forma, ma volevo nasconderle, quando lo faccio la gente non mi riconosce così tanto».
L’aneddoto non fa sembrare più così ridicola la copertura di Clark Kent, che almeno camuffa il volto, oltre ai muscoli. A lei invece pare che bastasse una maglietta a maniche lunghe per perdere lo status di super umana. Non è difficile da credere, da sempre mettiamo in atto un processo di semplificazione estrema per le nostre icone, ridotte ai loro attributi più importanti. La croce di Cristo, il profilo di Dante Alighieri, le sopracciglia di Frida Kahlo, gli occhiali e la cicatrice di Harry Potter, le braccia di Serena Williams. Arti prodigiosi, innati, tanto che la campionessa giurava di non allenarli: «Non tocco i pesi, perché sono già super in forma e super scolpita, e se solo guardo i pesi, divento più grande». Le sue braccia hanno ridefinito il tennis e lo sport in generale. Sempre protagoniste, sempre valorizzate e gloriose, fino a quell’ultima partita, agli US Open del 2022: per l’occasione erano avvolte dalle maniche in mesh del completino dell’addio, abbastanza aderenti e trasparenti da non nasconderle, anzi erano messe in risalto nel loro splendore. Tre anni dopo eccole di nuovo a New York, questa volta illuminate dalla luce fredda e poco lusinghiera della metropolitana, osservati da milioni di occhi, mentre vengono iniettati da una sostanza sconosciuta. Un’immagine blasfema che le scritte intorno provano a spiegare in una lingua che non sembra inglese: “serena’s on ro ↓31lbs”. Poi, più piccolo: “lost on GLP-1s in 8 months”. Non posso fare a meno di pensare che sia malizioso, oppure molto molto ingenuo, associare il gesto di iniettare una sostanza a una parola – “ro” – che assomiglia molto a roids, il nome informale degli steroidi in inglese. A maggior ragione se lo si fa con una come Williams, che ha sempre denunciato di subire più controlli antidoping delle colleghe. Nel 2018 aveva twittato; “Di tutti i giocatori è dimostrato che sono quella che viene testata di più. Discriminazione? Penso di sì. Almeno manterrò lo sport pulito”. Ma facciamo la parafrasi di quello che c'è scritto nel manifesto della metropolitana, ovvero dell’it che we can do in questo caso.
Il GLP-1 è un ormone naturalmente prodotto dall’intestino. È coinvolto nel rilascio di insulina da parte del pancreas, e anche nell’inibizione del rilascio del glucagone, un altro ormone che aumenta i livelli di glucosio nel sangue. In questo caso però la scritta fa riferimento a dei farmaci detti agonisti, che mimano l’azione del GLP-1.Lo scopo originario dei farmaci era quello di trattare il diabete di tipo 2, ma quasi subito è emerso un uso diverso, legato a un altro effetto dei medicinali: agiscono sul sistema nervoso dei pazienti, rallentando la digestione e aumentando la sensazione di sazietà. Secondo un sondaggio dello scorso anno, negli Stati Uniti il 12% degli adulti ha dichiarato di aver fatto uso di un farmaco GLP-1.
ro – con la r minuscola perché è più cool – è un’azienda di cui il marito di Williams, Alexis Ohanian, è uno dei maggiori investitori. È una piattaforma che aiuta a farsi prescrivere questi medicinali. E chi meglio di Williams poteva diventarne il volto, anzi il corpo? L’icona perfetta: perché icona lo è già, e lo è proprio in virtù del suo corpo. Un corpo che le ha permesso di essere e di fare quello che sappiamo, quell’it da poster motivazionale. E che ora invece viene celebrato perché è rimpicciolito.
Si potrebbe obiettare che Serena Williams non è più una tennista da oltre tre anni e che quello che decide di fare del suo fisico è affare suo. Quindi perché parlarne in una rivista di sport, all’interno di un articolo con questo titolo? Ma non si può separare Serena Williams dal tennis, lo sanno tutti. E lo sanno anche gli strateghi di ro, che hanno scelto per l’annuncio a reti unificate il 21 agosto, la vigilia degli US Open – quando la fede è più forte e più orecchie avrebbero ascoltato la parabola. La storia che l’ex tennista racconta si ripete in tutti i salotti televisivi e nelle riviste da cui si lascia intervistare: «Molte persone si sono fatte domande sul mio percorso di fitness e quello che sto facendo. E sono aperta sul fatto che prendo GLP-1. E penso che sia molto importante uscire allo scoperto e dirlo, prendo GLP-1 attraverso ro.co», nel frattempo è apparsa nel sottopancia di Today l’informazione che Serena Williams è una portavoce pagata, un dettaglio mai reso esplicito a voce. Intanto lei continua, dappertutto nello stesso modo, con le stesse parole a dire che esce allo scoperto perché «vuole togliere lo stigma», la sua è una «scelta di salute», «dopo aver avuto la mia prima figlia Olympia e in particolare dopo aver avuto la mia seconda figlia non riuscivo mai a raggiungere un peso salutare». L’intervistatrice, in questo caso di Hollywood Access, la assiste nella sua testimonianza: «Ti abbiamo vista allenarti, nessuno si allena più di te!». No infatti, nessuno – continua Williams in tutte le interviste – era «molto frustrante fare tutte le cose allo stesso modo e non essere in grado di cambiare il numero sulla bilancia o l’aspetto del mio corpo». Una campagna pubblicitaria sfrontata, venduta come una confessione a cuore aperto, dove farmaci diventano un accessorio glamour per tutte (e tutti, ma soprattutto tutte)quelle che non riescono a vincere la battaglia con i chili di troppo. Del resto, “la campionessa di tennis si batte da tempo per la salute delle donne”, come viene ricordato su People, nella seconda frase dell’articolo-rivelazione-spot.
Con queste semplici frasi si vuole vendere il medicinale come l’ultima spiaggia per chi vuole la salute, che coincide sempre con la magrezza. Che significa essere sana? Per la lingua italiana, prendendo la definizione della Treccani: "Di persona, o di animale, che è in buone condizioni di salute, che non ha malattie organiche, lesioni, alterazioni o disturbi funzionali (contrapp. in genere a malato)”. In questa equivalenza salute-magrezza la vittima collaterale è la stessa portavoce, disposta a lasciar intendere che prima fosse, in qualche modo, malata. Nonostante nelle interviste dicesse di mangiare cibi salutari e fare tanta attività fisica. Nonostante gli sforzi, i soldi, il tempo, le opportunità della ex sportiva più importante al mondo. Come se fosse un deficit intrinseco dell’umanità (o almeno di alcune donne) non riuscire a essere magre e quindi, in questa accezione, sane.
Nessuno dei suoi interlocutori, durante gli spot per ro, mette in dubbio le affermazioni di Williams sulla salute: è ovvio che ora sia molto più sana, si sa, si vede. In realtà, l’associazione mentale tra magrezza e salute è abbastanza recente. Nel suo libro Fat shame, Amy Erdman Farrell parla di come sia un’ansia nata nel XIX secolo, quando essere sovrappeso cessò di essere un privilegio per pochi: “Il corpo grasso smise di essere visto come sano, ricco o di successo, finì piuttosto per indicare qualcuno che non riusciva a gestire il mondo moderno”. Essere snelli diventò lo status symbol di chi riusciva a non farsi corrompere dall’abbondanza che derivava dalla nuova ricchezza. Quindi la magrezza diventò un’esigenza: “I pazienti di ceto medio iniziarono a mettere pressioni sui dottori affinché prendessero sul serio il ‘grande male dell’obesità’. […] Per decenni i medici hanno discusso sull’importanza del peso per la salute di un paziente, ma il consenso popolare non ha avuto gli stessi dubbi sulla relazione tra peso e bellezza”. Non fu un caso che William Banting e Helen Densmore, due dei primi a smerciare diete e cure dimagranti (a base di lassativi), avessero rifiutato la sentenza dei loro medici, che prendere peso con la vecchiaia fosse una cosa naturale.
Il grasso iniziò a essere considerato come una sostanza aliena, un parassita da combattere con tutte le forze, mentre la magrezza diventò il manifesto di una superiorità morale, genetica e culturale: “Per scienziati e pensatori del XIX e inizio XX secolo, uno dei principali segni di inferiorità fisica era il grasso. […] Gran parte dei testi di quel periodo descrivevano in dettaglio la grassezza dei popoli ‘primitivi’ e di tutte le donne, usando questa caratteristica come prova di uno stato inferiore. Il grasso è stato chiaramente identificato come un tratto delle persone in fondo alla scala evolutiva: africani, nativi, immigrati, criminali e prostitute”. L’indignazione contro il grasso è nata come un fatto morale, non medico, strettamente legata alla costruzione di un’identità etnica e sociale bianca.
Da solo, il disagio con “i chili di troppo” che Serena Williams dice di aver provato e il sistema che ha usato per risolverlo non basterebbero a legittimare la presenza della sua testimonianza in questo articolo. Ma lei fa un passo in più: «Per me, mi mancava sempre qualcosa, non importava cosa stessi facendo. Stavo letteralmente giocando tennis professionistico!». Il corpo che Williams rinnega per pubblicizzare la piattaforma di suo marito è il corpo che aveva negli ultimi anni della sua carriera. Il corpo che aveva nel 2018, quando è tornata a giocare a tennis dopo una gravidanza che stava per ucciderla. Che è lo stesso che l’ha portata a quattro finali slam e a un passo dal record di Margaret Court. È lo stesso del settantatreesimo titolo e della millesima partita giocata. Lo stesso della peggiore sconfitta in carriera – 6-1, 6-0 da Johanna Konta a San José – ad agosto 2018: un trauma per una talmente competitiva da rifiutarsi di giocare game in allenamento perché perderli sarebbe stata una distrazione troppo grande. E invece, aveva continuato e il mese successivo, a settembre 2018, era in finale agli US Open per la nona volta. È anche lo stesso corpo avvolto nella catsuit nera al Roland Garros del 2018: la tuta, messa per motivi medici (dopo il parto aveva avuto gravi problemi di circolazione), che aveva scatenato la reazione del più ancien regime dei tornei dello slam, che non poteva accettare un tale affronto. L’allora direttore del torneo Bernard Giudicelli aveva detto che non sarebbe stato più permesso un vestito del genere, «uno deve rispettare il gioco e il luogo». Adesso, quel corpo è diventato difettoso e malato. Anche per lei.

Anche all’epoca del ritorno dopo la gravidanza, la sua forma fisica era stata duramente criticata. Nel 2021 Ion Țiriac, l’organizzatore del Master 1000 di Madrid, la aveva attaccata: «A quell’età e col peso che si ritrova, non si muove come quindici anni fa. Serena è stata eccezionale, ma se avesse un minimo di decenza si dovrebbe ritirare». Non erano solo voci esterne, però. Nelle interviste promozionali, Williams ricorda quelle che definisce litigate con il suo allenatore dell’epoca, Patrick Mouratoglou. Già immortalate nel 2018 nel documentario che ha testimoniato il suo ritorno al tennis giocato, ne ha parlato anche il tecnico in una recente intervista al Guardian. «Sì mi ricordo, era dopo la gravidanza – non subito dopo; so che ci vuole tempo per queste cose». Poi ha aggiunto: «Abbiamo fatto qualche litigata. Mi ricordo che non le piaceva quando le dicevo queste cose perché pensava la stessi giudicando. Ma io continuavo a dirle, non mi importa del tuo aspetto. Non è il mio lavoro. Il mio lavoro è il tuo tennis. Se vuoi tornare al top e fare la storia, allora dobbiamo essere efficienti su ogni piano – incluso questo, che per me era l’elemento chiave». L’intervistatore ha quindi chiesto all’allenatore se, ora che finalmente il peso era stato perso, non avrebbe voluto che fosse successo cinque o sei anni fa. Mouratoglou ha detto di non pensare al passato, però i risultati sarebbero stati migliori, secondo lui. Entrambi hanno sorvolato completamente sul modo in cui la perdita di peso è stata ottenuta e l’impressione è che il problema fosse da cercare nelle mancanze di Williams, che avrebbe dovuto, ma non lo ha fatto.
La ventitré volte campionessa slam, nella sua carriera quasi trentennale, è stata oggetto di uno scrutinio eccezionale, come donna nera e non conforme. Sempre, anche prima delle gravidanze. È stata costretta a difendere se stessa e i suoi traguardi da chi la vedeva troppo grande, imponente e muscolosa per competere nel circuito femminile. Troppo forte per essere una donna, quindi per forza di cose “modificata” (quindi dopata) o uomo. Non erano solo i troll su internet, ma anche telecronisti, giornalisti e persone con ruoli di spicco nel tennis, come Shamil Tarpischev, allora presidente della federazione russa, che nel 2014 aveva definito lei e Venus i “fratelli Williams”. Questo e tantissimi altri commenti trasudanti misoginia, razzismo e transfobia hanno accompagnato tutti i traguardi delle Sorelle, provando a rimettere i mattoni nei muri che abbattevano.
La ventitré volte campionessa slam per proteggersi aveva dovuto diventare la prima sostenitrice del suo corpo, e di tutti i corpi del mondo. Nel 2015 a Good morning America diceva: «Sono io, e mi amo. Ho imparato ad amarmi. Sono stata così tutta la mia vita e lo accetto. Amo il mio aspetto. Sono una donna intera e sono forte, e sono potente, e sono bella allo stesso tempo. Non ho tempo per farmi demoralizzare, ho troppe cose da fare. Ci sono grand slam da vincere, persone da ispirare, e questo è il motivo per cui sono qui». Ma si possono trovare citazioni simili sparse per tantissime interviste negli anni. Anche quando era difficile – perché non può non esserlo per una che ha gli occhi del mondo addosso da quando aveva quattordici anni. Costretta a condividere lo spazio con la sorella maggiore, a subire il confronto: «Ero diversa da Venus: lei era magra e alta e bella, e io sono forte e muscolosa – e bella, però, sai, era completamente diverso», diceva nel 2018 a Harper’s Bazaar. Serena ha parlato anche in anni in cui l’idea di body positivity era decisamente meno in voga.
Nel 2009 in un’intervista a People (la stessa rivista che sedici anni dopo avrebbe ospitato la sua campagna pubblicitaria per i farmaci dimagranti) in occasione dell’uscita del suo memoir, si era lasciata andare a una rara ammissione di insicurezza: «Penso che sia una cosa che appartenga a tutte le femmine. Pensiamo di essere belle un giorno, e poi il giorno dopo – o il minuto dopo – siamo insicure su qualcosa. Qualche volta mi guardo allo specchio e penso, “vorrei perdere l’interno coscia. Devo fare un’ora di cardio oggi”, o che ne so. Cerco di non farlo, ma l’insicurezza torna certe volte. Voglio ancora essere bella; voglio essere sana». Tra le parti del suo corpo che le piacevano di meno, aveva citato anche le sue braccia, «troppo muscolose, troppo spesse», scatenando lo stupore dell’intervistatore: «Pensavo le considerassi la tua parte migliore». Nell’intervista, WIlliams aveva raccontato anche di essere stata criticata per aver preso peso dopo la tragica morte di sua sorella Yetunde Price, assassinata nel 2003 a trentuno anni dal membro di una gang che l’aveva scambiata per un’altra persona.
L’ossessione con il peso della società occidentale si riversa sulle sportive completamente libera da freni inibitori: il loro lavoro, che si compie per mezzo del corpo, offre un lasciapassare implicito a commenti che in altri contesti sarebbero visti come ingiusti, maleducati, superflui. Un articolo del 2014 del Secolo XIX si intitolava Nel tennis delle modelle, Taylor rilancia le taglie forti. Sottotitolo: Viva la tennista con la pancia. Il pezzo, che peraltro voleva essere celebrativo nei confronti della statunitense, dissezionava il corpo dell’allora diciottenne: “I cuscinetti di grasso sulle braccia, la pancia prominente, le cosce ‘come due tinozze’, per dirla con Mina”. Si inventavano le dimensioni: “Sul sito della WTA non ci sono i dati sul suo peso e la sua altezza, ma indicando 1,70 per 80 chili non andiamo lontani”. Le sue forme erano “politicamente scorrette”. Che significa? Come fa ad esserlo un corpo che semplicemente esiste? Due anni prima, nel 2012, la sedicenne Townsend era la numero uno al mondo della classifica junior. Eppure non ottenne una wild card per gli US Open, neanche per le qualificazioni, solitamente concessa per prassi. Partecipò in ogni caso al torneo junior, ma le fu negato il rimborso spese dalla USTA (la federazione tennis degli Stati Uniti). Il motivo dell’esclusione era la sua forma fisica. Patrick McEnroe, responsabile del settore sviluppo della USTA, ammise: «Ci preoccupiamo del suo sviluppo e della sua salute nel lungo periodo». Eccola ancora, la salute. Dire che Townsend non fosse sana è un insulto a tutte le sue colleghe. E in che modo escluderla dal torneo più importante organizzato dalla federazione avrebbe dovuto aiutarla nella ricerca della salute? Mancava solo un divieto d’accesso alle grasse. Anche perché se poi vincono, come Townsend vinceva, come si sarebbe venduto l’assunto che il tennis è “lo sport più sano del mondo”?
Mentre Marion Bartoli posava con il piatto della vittoria di Wimbledon, John Inverdale, commentatore della BBC, si chiedeva, guardandola: «Chissà se il padre, la persona più influente della sua vita, le ha detto quando aveva magari dodici, tredici anni: “Guarda Marion, non sarai mai uno schianto. Non sarai mai una come Sharapova, non sarai mai alta un metro e ottanta, non avrai mai le gambe lunghe, quindi devi riuscire a compensare in qualche modo”». Bartoli ne era stata crudelmente informata subito in conferenza stampa. Nel giorno più bello della sua carriera, le era stato ricordato ancora una volta che era diversa e brutta.

Incredibilmente, la francese aveva difeso Inverdale dall’indignazione del pubblico, che aveva sommerso la BBC di proteste. Capiva che cosa volesse dire: se una è abbastanza determinata può fare tutto, anche se parte con caratteristiche inusuali. Certo, era rimasta spiazzata che fosse una delle prime cose che le aveva chiesto la stampa – in un momento del genere, poi! Quando lei era così felice che «volava» –, ma capiva: «Non importa, onestamente. Non sono bionda, sì. È un dato di fatto. Ho sognato di avere un contratto da modella? No. Mi dispiace. Ho sognato di vincere Wimbledon? Sì, assolutamente». Aveva cercato di riportare il discorso alla sua vittoria, al mestiere della tennista. Tanto, che fosse diversa dalle colleghe lo sapeva e non se lo sarebbe mai potuto dimenticare, non glielo avrebbero permesso.
Bartoli per anni era stata sminuita per il suo aspetto. Nel 2010, durante la diretta radiofonica dell’emittente Europe 1, si era sentito chiaramente «elle est grosse, Marion Bartoli». Un produttore non si era accorto del microfono acceso, ma alla fine aveva solo ribadito quello che pensavano tutti. Per anni, se si cercava il suo nome su Google, la prima parola suggerita era proprio “grosse”. La francese per tutta la sua carriera aveva oscillato su un pendolo tra oblio (nonostante fosse stabile tra le prime quindici, per anni non aveva uno sponsor) e una notorietà con un retrogusto amaro. Nel 2007 Bartoli era approdata a sorpresa in finale a Wimbledon (poi persa contro Venus Williams) e si era fatta notare per il gioco poco ortodosso (con rovescio e dritto a due mani), ma prima di tutto per il suo aspetto. Alla vigilia degli Us Open di quell’anno, il New York Times le aveva dedicato un ritratto: “Sul campo, mentre saltella sui piedi come se fosse su un pogo stick, con i capelli scuri e lunghi come Raperonzolo che ondeggiano, questa giocatrice non assomiglia alle altre. Non è alta, o senza curve, o allampanata come una modella. Non è veloce o muscolosa come una velocista, o aggraziata come una ballerina”. Subito quello che definisce Bartoli, è un lungo elenco di cose che non è e – come avrebbe detto anche John Inverdale sei anni dopo, mentre la guardava sollevare il piatto di Wimbledon – non sarà mai.
Un mese dopo la sua vittoria a Wimbledon, Marion Bartoli si era ritirata e ancora una volta i giornali, nel dare la notizia, avevano ribadito quanto fosse diversa. Almeno questa volta non si sarebbe più dovuta giustificare, non avrebbe dovuto più dire che non le importa di quello che pensa la gente, che sa di non essere una modella e va bene così. Dopo il ritiro, aveva perso il peso che le avevano rinfacciato per tutti i suoi vent’anni. Ancora una volta erano usciti degli articoli che parlavano del suo corpo, questa volta con toni preoccupati, perché Bartoli stava scomparendo, arrivando a pesare meno di cinquanta chili. Nel 2016, costretta dai medici di Wimbledon a ritirarsi dal torneo Leggende per le sue condizioni di salute, si era difesa un’altra volta: «Ho un virus a cui i medici non riescono a dare un nome e che mi impedisce di mangiare». Dopo questa crisi, si era ripresa. Aveva provato senza successo a tornare a giocare nel 2017, e poi il pendolo era di nuovo oscillato verso l’oblio. Oggi Bartoli fa la commentatrice, ma resta la verità insabbiata dai media che non era vero che non le importava di quello che dicevano del suo corpo. Nel 2024 ha pubblicato un libro, Keto Queen, che parla della sua scoperta della dieta chetogenica e offre consigli e ricette. Nella descrizione del libro, c’è scritto: “Immaginate. Essere una delle sole tre donne francesi ad aver vinto Wimbledon, e quello che i media preferiscono pubblicare sono foto dei cambiamenti della mia silhouette. Dietro le pubbliche speculazioni, si combatteva una battaglia molto privata. È questa esperienza che ho scelto di condividere con voi”.
PARTE DUE - MUSCOLI
Nel 2015, uscì un articolo del New York Times che indagava il rapporto delle tenniste con il loro corpo, intitolato Le migliori tenniste bilanciano l’immagine con l’ambizione. Il presupposto da cui partiva l’autore era: “Williams ha grandi bicipiti e una struttura muscolare fuori dal comune, che racchiude la potenza e l’atletismo che hanno dominato il tennis femminile per anni. Le sue rivali potrebbero provare a emulare il suo fisico, ma la maggior parte di loro sceglie di non farlo”. Il pezzo riportava le opinioni e le insicurezze di varie tenniste riguardo i loro corpi: che forma avevano, o avrebbero dovuto/voluto avere, per essere forti, o femminili, in un rigido dualismo.
I punti di vista erano sostanzialmente tre: chi ammetteva di voler rimanere “femminile” – e qui per femminile si intende magra e non muscolosa –; a chi non aveva problemi a aumentare la massa muscolare se necessario, come Caroline Wozniacki che aveva detto «posso essere una modella dopo che finisco»; a chi, come Heather Watson (in realtà solo Heather Watson), diceva che i loro corpi fossero «molto più attraenti di quelli smilzi e senza forme». Ciò che le accomuna tutte però, è il compromesso costante, tra quello che le giovani donne dovrebbero essere e quello che queste giovani donne nello specifico sono. Come dice il titolo dell’articolo, è una questione di bilanciamento tra l’essere donne e sportive, femminili e forti, come se le due cose fossero ontologicamente incompatibili. E in un certo senso è così.
Tre mesi fa, a Marta Kostyuk, attuale numero 23 della classifica WTA, hanno chiesto della rivalità con Aryna Sabalenka e Iga Świątek, rispettivamente numeri uno e due al mondo: «Quando guardo a queste giocatrici, io ho le mie abilità, ma alla fine della fiera, sono tutte molto più grosse di me, molto più alte di me, molto più forti di me. Abbiamo tutti strutture biologiche diverse. Qualcuno ha un livello più alto di testosterone, qualcuno più basso. So di giocatrici che sono buone giocatrici che hanno un livello alto dell’ormone. È naturale, non prendono niente. Ne sono sicura. È solo la biologia del loro corpo. Ovviamente, questo aiuta parecchio». Kostyuk, che non è nemmeno così piccola come dice di essere (è alta un metro e settantacinque e la separano sette centimetri da Sabalenka e uno solo da Świątek) attribuisce almeno in parte il successo delle sue avversarie a presunti alti livelli di testosterone, ormone prodotto principalmente dai maschi. Cioè, la bielorussa e la polacca sono più forti di lei – e di tutte le altre, vista la loro posizione in classifica – perché sono strutturalmente più simili a uomini.
La forza appartiene ai maschi. Questa è una verità inconfutabile e indiscutibile, perché non può essere confutata, né discussa: è un dato di natura – quindi eterno e immutabile per tutto il genere umano – e non di cultura. Almeno, questo è l’assunto che ci è stato tramandato nei secoli. L’aggettivo greco antico che significa “maschile”, ἀνδρεῖος, si può tradurre anche come “animoso, prode, forte”. Isidoro da Siviglia, padre della Chiesa e grammatico latino del VI secolo dopo Cristo, scriveva nella sua opera Etymologiæ: “L’uomo è stato chiamato vir perché in lui vi è più vis, ossia più forza che nelle femmine; ovvero perché con vi, ossia con la forza, tratta la femmina stessa”. Invece la donna è mulier, il suo nome per Isidoro conteneva un riferimento alla mollezza: “quasi fosse mollier, con eliminazione o cambio di una lettera”.
Nel suo libro Un altro genere di forza, Alessandra Chiricosta spiega: “La femminilità, che coincide con l’essere sposa e madre, viene spogliata per definizione di ogni forza combattente, addomesticata nella presunzione di una sua naturale docilità, pazienza e mansuetudine”. Nelle società patriarcali e patrilineari, come erano quelle greca e romana – e come è anche la nostra – c’è la necessità del controllo della discendenza. In assenza di certezze fornite dalla tecnologia, come test del dna, il modo più semplice per avere la sicurezza della paternità è quello di limitare il movimento delle donne: “La segregazione però non può da sola essere sufficiente: occorre fondare culturalmente l’impossibilità delle donne di badare a se stesse, di sperimentare sui propri corpi una qualche forma di forza. Occorre che questa necessità politica patriarcale divenga natura”. Quello che ancora oggi è un assunto incontrovertibile, è frutto di un calcolato lavoro di costruzione culturale: cioè la mulier, la donna, è definita per la sua mollezza e se esercita un qualche tipo di forza nega se stessa, agendo come un uomo. E una donna che imita un uomo è una contraddizione inaccettabile nella società del vir, una mostruosità. Non è un caso, per Chiricosta, che uno dei miti fondanti di Atene sia quello dell’Amazonomachia, lo sterminio delle Amazzoni, celebrato nel Partenone, il luogo più sacro della polis: “La donna vista dall’Atene del V secolo non deve combattere per sua stessa natura, ergo le donne che combattono non sono donne. […] La grandezza di Atene sorge dalla sconfitta di ciò che è ritenuto mostruoso e straniero”.
La naturale debolezza della costituzione femminile è stata fino a pochi decenni fa la giustificazione per l’esclusione sistematica delle donne dallo sport. La prima a correre ufficialmente una maratona è stata Kathrine Switzer nel 1967, famosa anche per le foto che la ritraggono mentre sfugge dall’organizzatore che aveva provato a fermarla. I primi incontri legali di boxe sono stati organizzati nel 1988, mentre per le Olimpiadi si è dovuto aspettare fino al 2012 (mentre gli uomini competono dal 1904). Fino all’edizione di Tokyo 2020, gli 800 metri stile libero erano prerogativa femminile, mentre gli uomini nuotavano i 1500.
Il tennis ha avuto una storia diversa: le donne hanno potuto giocare fin dall’invenzione del lawn tennis nel 1875. Per anni, l’attività era un passatempo per divertirsi e flirtare e i vestiti riflettevano la natura dell’hobby, preferendo la moda alla praticità. Tra giacche, corsetti, cappellini e gonne ingombranti probabilmente non si percepiva il pericolo che le donne mettessero in pericolo la loro femminilità. La prima a scuotere l’immagine ingessata dello sport fu la quindicenne Charlotte Dod detta Lottie, che nel 1887 vinse Wimbledon anche grazie alla mise meno restrittiva, concessale in virtù della giovane età.

Da Lottie Dod, lo sport si è evoluto, è diventato sempre più competitivo. Non è uno sport di contatto, ma ogni partita è la simulazione di un combattimento: di posizione, di nervi, e anche fisico, volto a sfiancare l’avversaria. I grunt, i versi che emettono le giocatrici – e anche i giocatori, ma sono sempre ritenuti più fastidiosi quando escono dalla bocca delle donne – somigliano a grida guerriere: danno una dimensione sonora alla forza e alla violenza espresse. E insieme al tennis, sono cambiati anche i corpi delle atlete che lo praticano. Corpi sempre più muscolosi e resistenti, ma anche difficili da abitare. Simili a quelli delle Amazzoni, che andavano uccise per costruire la società.
PARTE TRE - BELLEZZA
Nel già citato articolo del New York Times, sul rapporto tra le tenniste e il loro corpo, c’era un malcelato giudizio nei confronti delle tenniste che avevano detto di voler essere magre, «e con meno cellulite, penso sia il sogno di ogni ragazza». La frase (detta ridendo) era di Maria Sharapova. L’autore la definiva una “russa snella, bionda che è stata per un decennio l’atleta più pagata per le sue sponsorizzazioni redditizie” e, sottinteso, non per i suoi meriti sportivi, che non vengono nominati. Eppure erano straordinari, anche se non paragonabili a quelli di Williams (ma quali lo sono?): nel 2015, quando uscì l’articolo, la russa aveva già vinto tutti gli Slam almeno una volta, cinque in tutto, e le WTA Finals, oltre a essere stata numero uno al mondo a più riprese. Sharapova aveva dichiarato di evitare i pesi nel suo allenamento: «Non riesco a sollevare più di 5 libbre (circa 2,2 kg, ndr.), è fastidioso e troppo faticoso. E per il mio sport, penso che non sia necessario». Messo in una cornice diversa, quello che diceva Sharapova era sostanzialmente identico a quello che diceva Williams, cioè di non sollevare pesi perché non pensava ce ne fosse bisogno. Per la russa era posto come una scelta di superficialità, di mancanza di abnegazione per il suo lavoro; per la statunitense, solo un dettaglio di cui meravigliarsi. La routine di allenamento di Sharapova era stata riportata anche da Kareem Abdul-Jabbar in un pezzo di opinione su Time. Aveva aggiunto – rimuovendo tutta l’ironia dalla dichiarazione della russa –: “Eppure è stata battuta diciassette volte di fila da qualcuno che ha aggiunto quei muscoli necessari per eccellere. Vuole essere l’atleta donna più pagata o la migliore?”.

Quella di essere messe al centro di un campo troppo grande da poco più che bambine è un’esperienza che accomuna la maggior parte delle tenniste, che crescono e cambiano davanti a persone che si sentono in diritto di commentare le loro proporzioni. Nel caso di Maria Sharapova, gli spettatori diventarono milioni nel giro di un solo giorno: il 3 luglio del 2004, quando vinse Wimbledon. Aveva diciassette anni compiuti da poco ed era la terza adolescente a riuscire nell’impresa, dopo Martina Hingis nel 1997 e Lottie Dod nel 1887. La sua avversaria in finale era Serena Williams, numero uno del mondo e già sei volte campionessa slam. Sharapova dopo il match point era caduta a terra in ginocchio, le mani a coprire il volto, in quella che da quel momento in poi sarebbe stata la sua posa. Era salita sugli spalti ad abbracciare il padre, in un gesto che era parte del rituale di una vittoria slam dal 1987, quando Pat Cash lo aveva inventato. Infine, quando sarebbe stato il momento degli obblighi cerimoniosi che l’All England club impone, era stata ripresa mentre armeggiava con il cellulare nel tentativo fallimentare di chiamare sua madre rimasta negli Stati Uniti. Un cellulare in mano a una campionessa di Wimbledon è un oggetto dissonante: posiziona troppo bene nello spazio e nel tempo un’istituzione che vorrebbe presentarsi eterna e sempre uguale a se stessa, come la tradizione, la religione e la monarchia. Il gesto, così adolescente e fuori luogo, le aveva procurato un contratto multimilionario con Motorola.
Era stato subito chiaro il potenziale commerciale della nuova campionessa di Wimbledon, come si legge negli articoli dell’epoca, come questo di Sports Illustrated, intitolato: Una star (che è anche una bellissima bionda alta un metro e ottanta con colpi impressionanti) è nata. La russa divenne subito la sportiva più pagata e lo rimase per undici anni di fila, record interrotto solo dalla sospensione per doping del 2016. Perché era brava, ma soprattutto perché era bella, come avevano sottolineato tutti i media all’indomani della sua vittoria. Sul Corriere della sera si scriveva: “Lei longilineo peso piuma contro un donnone tonico come Serena, è entrata nel cuore della gente con malizia e furbesca sensualità”, come “Anna Kournikova, la prima Lolita russa doc”. Nell’articolo la diciassettenne veniva definita “top model di Siberia”, “magnifica mannequin”, e, il mio preferito, “Sharabona, nel gossip maschile da spogliatoio”. La Gazzetta dello Sport la chiamava “la sirena bionda”, che “sembra una modella col suo metro e 83 per 59 chili”. Su Repubblica, Gianni Clerici ricordava della prima volta che aveva posato gli occhi sulla quindicenne Sharapova: “Era il 2002 che il fotografo yankee Art Seitz mi mostrò una serie di foto di una pin up bionda, abbandonata sul bordo di una piscina. In alcune delle immagini la sirena pareva baloccarsi con una racchetta, credo una Prince, color argento. ‘Bellissima ragazza - non tardai a esclamare - sarebbe delizioso che fosse davvero una tennista’. Art scoppiò in una risataccia omerica. ‘Vedrai tra due anni’ annunciò. Due anni son passati, e quella deliziosa bambola ha appena battuta, e di brutto, la povera Serenona Williams, soverchiata sino ad apparire goffa”.

Leggere oggi le cose che vent’anni fa venivano scritte su una ragazzina così giovane è un’esperienza di scambio culturale col passato. Ci troviamo subito catapultati nei primi anni del Duemila, quando essere una giovane donna sotto i riflettori era un’esperienza brutale. Gli articoli, carichi di allusioni, sono tutti circondati dalle foto di Sharapova: inginocchiata a terra dopo il match point, in una smorfia impegnata a colpire di rovescio, sorridente tra le braccia del padre, mentre ridacchia con il piatto in mano. In tutte queste istantanee, salta all’occhio quanto fosse piccola. Ma, e questo forse è l’aspetto più sconfortante, o almeno invecchiato male, l’essere così visibilmente piccola non faceva che aumentarne il fascino agli occhi di media, tifosi e sponsor.
Una frase che tornava spesso, nelle considerazioni su Maria Sharapova, era il costante paragone con Anna Kournikova. Entrambe erano russe, belle, famose. Kournikova però, e c’era un certo godimento nel ricordarlo, non aveva mai vinto niente.
Anna Kournikova ebbe una breve carriera, conclusasi per problemi fisici a ventidue anni nel 2003, quando l’astro di Maria Sharapova iniziava a formarsi. Prima degli infortuni, era stabile tra le prime quindici al mondo e una doppista di grande talento (sedici tornei vinti, tra cui gli Australian Open due volte). Anche se la maggior parte delle persone la ricorda perché era molto, molto bella. Per questo, anche molto famosa, e molto pagata, a tratti anche la più pagata in assoluto. Nonostante fosse una perdente (per quanto possa considerarsi tale una Top 10). C’era una sorta di vendetta karmica nelle sconfitte di Kournikova, che rappresentava un po’ il manifesto del privilegio che viene con la bellezza. Soldi, contratti, fama erano tutte cose immeritate e il solo fatto che le appartenessero era un via libera per la stampa e le persone per essere crudeli.
Nel 2002 la BBC pubblicò la registrazione integrale di un momento di tensione tra la tennista allora ventunenne e un giornalista. La russa – scesa molto in classifica per una serie di infortuni al piede sinistro – aveva perso al primo turno a Wimbledon e non aveva reagito bene al suggerimento dell’intervistatore di tornare a giocare tornei challenger: si era alzata e aveva chiesto di ricominciare l’intervista da capo, permesso non concesso. Poi si era riseduta e aveva risposto alle domande successive. Secondo la WTA si era trattato di una trappola dell’emittente britannica: “L’intervista era registrata e Anna aveva tutto il diritto di chiedere che la domanda fosse riformulata”. La BBC, per tutta risposta, aveva rigirato la questione ai lettori, creando una piccola capsula del tempo contenente tutto il disprezzo latente di una parte del pubblico nei confronti della russa. TM dagli Stati Uniti scriveva: “È così abituata ad averla vinta con il suo aspetto fisico, ma questa volta non è successo. I media l’hanno creata e i media la possono distruggere, se non sta attenta”. Secondo Sarah, dalla Gran Bretagna: “Se fare la modella è la sua scelta allora dovrebbe dedicarcisi e non mettersi in imbarazzo cercando di dipingersi come la perfetta sportiva!”. Poi, ancora dalla Gran Bretagna, Tobias: “È un peccato che le sue abilità a ‘tennis’ non siano pari alla sua bellezza, che chiaramente lei ha sfruttato in passato per guadagnare. Torna indietro, cresci e impara a giocare a tennis!”.
Non tutti i commenti erano dalla parte della BBC, o contro Kournikova: in molti si erano resi conto del tono provocatorio e sarcastico delle domande. Ad esempio, John dal Regno Unito scriveva: “Gary Richardson (il giornalista, ndr.) è l’epitome di tutto quello che c’è di riprovevole nella stampa britannica – il loro piacere nell'innalzare star solo per schiacciarle”. John coglieva con estrema lucidità una tendenza del suo presente, quella che era la vera grande trappola – per riprendere il termine usato dalla WTA – di dare soldi, fama e opportunità a giovani donne giovani per poi rinchiuderle in una gabbia d’oro e mettersi a guardare ogni loro passo. A sperare che cadessero per poterlo filmare, fotografare e godere della piccola vittoria riequilibratrice di vedere fallire una che non si merita quello che ha.
Nel 2021 il New York Times ha rilasciato il documentario Framing Britney Spears, sulla battaglia legale della popstar per uscire dal regime di amministrazione di sostegno in cui si trovava dal 2008. Il film ha aperto una finestra di introspezione (almeno negli Stati Uniti) su come Spears era stata trattata per anni, perseguitata, sfruttata, dissezionata fino a crollare. L’obiettivo fisso su di lei in lacrime, accusata da persone con il doppio della sua età di aver fatto soffrire i loro figli perché ha spezzato il cuore di Justin Timberlake. Lei incinta a chiedere scusa all’America per aver guidato con suo figlio in braccio in fuga dai paparazzi. Lei che si rasa i capelli da sola in un salone di bellezza e poi dice “non voglio che nessuno mi tocchi, sono stanca di tutti che mi toccano”. Lei che ammacca con un ombrello la macchina dei paparazzi che erano andati a immortalare il suo dolore perché non poteva vedere i figli. La distruzione lenta e inesorabile di una giovane donna che aveva tutto e poi non aveva più niente, ed era stato bello partecipare in entrambi i processi. Un contenuto che consumavamo passivamente, senza senso critico o tentativo di immedesimazione. La parabola di Spears era l’estrema conseguenza di come nei primi anni Duemila venivano trattate le giovani donne famose, come lo era anche Kournikova. Non è esagerato il paragone: nel 2001 il suo nome era il più cercato al mondo su Google nella categoria sport (più di Tour de France e Wimbledon), e l’ottavo tra le donne (la prima era proprio Britney Spears). Nei tabloid, ma anche nei giornali più istituzionali, tutti seguivano la storia del “triangolo amoroso” con due giocatori di hockey. Lei aveva diciotto anni, loro ventotto e trenta. Poi la relazione con Enrique Iglesias – diventato in seguito suo marito –, nata sul set di un video musicale. La russa era diventata velocemente una star più grande del suo sport e tutti volevano un "pezzo di lei”, per dirla come Britney Spears.
Nella copertina del numero di giugno 2002 di Penthouse c’era scritto a grandi caratteri: “Esclusiva, Anna Kournikova beccata da vicino su spiaggia nudista”. La “notizia” era stata riportata anche dal Corriere della sera per avvisare tutti i fan: “Da oggi comincerà un vero e proprio conto alla rovescia. In attesa di quelle che si prospettano come immagini davvero “bollenti”. Si tratterebbe di un clic “rubato”. Già l’anno scorso Kournikova era stata ripresa all’interno della sua abitazione mentre con indosso solo il pezzo inferiore del bikini”. Infatti, come ci ricorda l’occhiello al pezzo: “Finora la bellissima della (sic.) racchetta era apparsa solo in topless”. La donna in questione non era lei e Penthouse si scusò con entrambe le vittime. Non per aver pubblicato la foto, ma solo per lo scambio di persona. Come rivela l’articolo del Corriere forse scritto con la mano sinistra, non era la prima volta che venivano pubblicate delle fotografie – vere o meno poco cambia – della russa. L’intrusione nello spazio personale, più intimo e privato, era parte dell’accordo col diavolo in forma di notorietà.
La fama di Anna Kournikova ha trasceso il tennis, al punto da metterlo del tutto in secondo piano: per anni dopo il suo ritiro è rimasta la sportiva più cercata su Internet. Che non avesse mai vinto un torneo in singolare era solo la ciliegina sulla torta: già da quando aveva diciannove anni ed era la numero quindici al mondo, molti la davano come una causa persa. Per qualcuno però, la breve carriera di Kournikova ha avuto un impatto completamente diverso e immanente al tennis. Una di queste persone è Svetlana Kuznetsova. Nel 2017, hanno chiesto alla tennista chi includerebbe in un libro sul tennis femminile russo: «Anna Kournikova è al primo posto di sicuro. Per me, ha portato un grande popolarità al tennis russo, al tennis femminile. Tutte dopo di lei, erano solo dopo di lei. Per me, è stata una grande spinta». A parte la nazionalità, non sembra ci sia niente che accomuni Kuznetsova a Kournikova: la prima non è stata esattamente un personaggio mondano, ha avuto una carriera lunga e di successo, e quando penso a lei, la prima cosa che mi viene in mente sono le battaglie violente, lunghissime, gridate con Francesca Schiavone – più di tutte quella agli Australian Open durata quasi cinque ore, vinta da Schiavone per 6-4, 1-6, 16-14. Eppure, per la due volte campionessa slam la questione è chiara: «Tutti dicevano non ha mai vinto un torneo, hihi haha, e io penso ok, siete stati in top 10? Avete impugnato una racchetta? Se ottieni qualcosa nella vita, nello sport o qualunque lavoro, sai quanta dedizione ci vuole. Penso fosse grandiosa». Nel 2004, a un anno dal suo ritiro, alle WTA Finals cinque giocatrici su otto erano russe: Anastasija Myskina, Svetlana Kuznetsova, Elena Dementieva, Vera Zvonareva e Maria Sharapova.
Alle Finals del 2004 Sharapova incontrò per la seconda volta in una finale importante Serena Williams e per la seconda (e ultima) volta la sconfisse, come a rimarcare ulteriormente la distanza che la separava da Kournikova. Lei sarebbe stata la più vincente tra tutte le russe presenti a Los Angeles. Ma nel 2015, a undici anni di distanza dal suo primo slam e uno solo dall’ultimo, ci si chiedeva se si fosse meritata i soldi guadagnati, e fino a che punto fosse veramente dedita al suo lavoro perché diceva di non sollevare pesi.
Nel 2003, la sedicenne Sharapova iniziava a essere notata nel circuito: aveva vinto due tornei, raggiunto il quarto turno a Wimbledon ed era stata eletta “emergente dell’anno” dalla WTA. Da subito, era stata anche comparata a Anna Kournikova, con tutto quello che implicava. Sports Illustratedle aveva dedicato un ritratto, che si chiedeva se ci trovassimo di fronte a una stella del futuro, o un’adolescente che si sarebbe persa come tante altre. Per il giornalista, Sharapova non aveva protestato per il paragone con la connazionale, ma aveva espresso un desiderio: «Ora potrebbero essere il mio aspetto o i miei grunt [che attirano l’attenzione], ma tra qualche anno, se divento una grande giocatrice, il punto non sarà il mio aspetto o i miei grunt. Sarà come sono diventata una campionessa».
Sono passati dieci anni dal 2015. Maria Sharapova era l’atleta più pagata al mondo per l’undicesimo anno di fila, e poi non lo sarebbe stata più. Serena Williams la seconda. Era stato un anno incredibile per Williams: aveva compiuto il secondo Serena slam della carriera (quattro titoli in 365 giorni), e, a un passo dal Grande slam, era stata sconfitta in semifinale degli Us Open da Roberta Vinci. In ogni caso, non le era bastato sfiorare l’impresa sportiva più importante del tennis per fare più soldi della rivale di sempre: Williams si era fermata a 24,6 milioni, cinque in meno di Sharapova (29,7 per essere precisi).
Nella lista redatta da Forbes dei cento atleti più pagati dell’anno c’erano entrambe, rispettivamente al ventiseiesimo e quarantasettesimo posto. Per trovare la terza più pagata, Caroline Wozniacki, bisogna cercarla in un’altra classifica, dedicata solo alle donne. L’uomo più pagato era il pugile Floyd Mayweather Jr., che secondo Forbes aveva incassato 300 milioni, oltre dieci volte quelli di Sharapova. Mayweather era fuori scala, praticamente doppiava Manny Pacquiao che era al secondo posto con 160 milioni. Come fuori scala – rispetto alle colleghe – era anche Sharapova, che guadagnava la stragrande maggioranza dei suoi soldi dalle sponsorizzazioni (23 milioni su poco meno di trenta). La posizione di Williams almeno si poteva giustificare: poco meno della metà dei soldi proveniva dal tennis. Addirittura, se consideriamo solo i contratti pubblicitari, la russa era più ricca di Mayweather e Pacquiao, che avevano guadagnato solo 15 e 12 milioni fuori dal ring. Nel 2024 nessuna sportiva era nella lista Forbes dei cento più pagati, quindi dobbiamo fare riferimento a quella dedicata alle donne. Più di metà – undici su venti – erano tenniste. La più ricca in assoluto era Coco Gauff (con 34,4 milioni), mentre Aryna Sabalenka, numero uno del ranking WTA, era al quinto posto (18,7 milioni). Un dato interessante è che di queste venti, solo quattro avevano guadagnato più “in campo” che fuori. Nel tennis, Sabalenka e Jasmine Paolini; nel golf, Jeeno Thitikul e Lydia Ko. Per le altre, gli sponsor erano la principale fonte di reddito. Nel complesso, i soldi incassati sul campo — 68 milioni di dollari tra tutte — erano appena il 26% del totale. Dall’altra parte la situazione era quasi esattamente opposta: tra i primi venti uomini erano i soldi delle sponsorizzazioni a valere meno, mentre il campo pesava per il 72%.
Possiamo anche essere d'accordo che non fosse giusto che Maria Sharapova guadagnasse così tanto, o almeno più di Serena Williams. O che nel 2024 Emma Raducanu e Naomi Osaka abbiano guadagnato cinque milioni in più di Jasmine Paolini, che ha raggiunto due finali slam. Il problema, in una profezia che si autoavvera, è che lo sport femminile viene largamente svalutato e le più pagate quasi sempre guadagnano i loro soldi da fonti esterne. Che una donna bianca, bionda, alta e magra come lo era Maria Sharapova, o, ancor meglio, Anna Kournikova, valesse più soldi di Serena Williams – e un numero non quantificabile di soldi in più di Marion Bartoli – è una manifestazione di un sistema che nessuna delle interessate ha creato. Se il mondo fosse giusto, probabilmente non ci sarebbero nemmeno tenniste così in alto nella lista. Magari ci sarebbero esponenti di sport tradizionalmente più ricchi, come calcio, basket o boxe. Caitlin Clark, la star della WNBA, nel 2024 era la tredicesima più pagata con 8,1 milioni, di cui 0,1 guadagnati giocando a basket.
PARTE QUATTRO - CONSIDERAZIONE
Venerdì 8 novembre 2024 era giornata di semifinali alle WTA Finals. Barbora Krejčíková ci era arrivata con fatica: qualificata di diritto grazie alla vittoria di Wimbledon, si era dovuta ritirare dal WTA 500 di Ningbo per un infortunio alla schiena a meno di un mese dall’ultimo appuntamento importante della stagione. Contro tutti i pronostici, aveva battuto Coco Gauff (che poi avrebbe vinto il torneo) e Jessica Pegula e aveva superato il girone a Riyad. Venerdì 8 novembre quindi, giornata di semifinali, era arrivata la sconfitta contro Qinwen Zheng e insieme la fine dell’anno. Ma la storia non è quella della sua ennesima rinascita.
Domenica 10 novembre 2024 la ceca aveva interrotto le sue vacanze per pubblicare una dichiarazione dal suo profilo X: “Magari avete sentito dei recenti commenti fatti su Tennis Channel durante la copertura delle WTA Finals che si focalizzavano sul mio aspetto piuttosto che sulla mia performance. In quanto atleta che si è dedicata a questo sport, è stato deludente vedere questo tipo di commento poco professionale”. La vincitrice di Wimbledon si riferiva a quanto detto da un giornalista durante un collegamento televisivo. L’uomo, che era in videochiamata con lo studio, pensava che la sua inquadratura distorcesse la sua fronte al punto da farla apparire come quella della tennista. Senza sapere di essere in onda, l’aveva irrisa: «Chi credete che sia? Barbora Krejčíková? Guardate la fronte quando Krejčíková e Zheng scendono in campo». Non si erano accorti i media, ma gli spettatori sì, e quindi anche la diretta interessata. Il tweet della ceca continuava: “Questa non è la prima volta che qualcosa del genere succede nel mondo dello sport. Spesso ho scelto di non parlarne, ma credo sia ora di affrontare la necessità di rispetto e professionalità nei media sportivi. Questi momenti distraggono dalla vera essenza dello sport e dalla dedizione che tutte le atlete portano sul campo. Amo profondamente il tennis, e voglio vederlo rappresentato in un modo che onori la dedizione che ci mettiamo per competere a questo livello”.
C’è forse una parabola in questa rassegna sul modo in cui sono percepiti e raccontati i corpi delle sportive – in questo caso delle tenniste, come misura di tutte le altre perché sono le più viste in assoluto. E da tutto questo lungo racconto della narrazione ingiusta possiamo trarre due considerazioni.
La prima è che probabilmente tanta parte dei commenti fuori luogo non esisterebbe se ci si concentrasse su quello che le atlete fanno sul campo. I cosiddetti scivoloni non sono altro che manifestazioni del fatto che l’ecosistema che ruota intorno al tennis, composto principalmente da uomini, considera il valore delle gesta delle sportive troppo scarso per essere al centro della narrazione. Commentatori e giornalisti, non sapendo come riempire il vuoto, creano storie, spostano il focus o improvvisano su quello che si ritrovano di fronte, cioè i corpi delle sportive troppo grassi, magri, belli, sensuali, brutti, struccati. Un vuoto di cui sono loro, cioè gli stessi commentatori e giornalisti, i primi responsabili.
Nel 2012, in conferenza stampa a Wimbledon, Gilles Simon (ex numero 6 ATP) aveva ammesso che secondo lui il tennis maschile era più bello di quello femminile. Due anni dopo, confermò la sua posizione: «Quello che mi ha infastidito era trovarmi nella grande sala stampa di Wimbledon di fronte ai media che mi chiedevano di giustificarmi quando loro per primi avevano scritto per anni sei pagine sul tennis maschile ogni due su quello femminile. E dai ragazzi, prendetevi un po’ di responsabilità!». La dichiarazione di Simon è lo yin, la risposta di Krejčíková ai commenti sulla sua fronte lo yang: esprimono con punti di vista e toni opposti un unico problema, cioè che i media che trasmettono il tennis femminile sono i primi a non rispettarlo. Pensano che sia intrinsecamente meno bello – quindi incapace di esaurirsi in se stesso – e avviano nel processo un corto circuito quasi impossibile da disinnescare senza una presa di coscienza.
La seconda considerazione, è che lo scrutinio che subiscono le tenniste sul loro corpo, il racconto oggettificante, o sminuente, ignorante, è molto difficile da scardinare (nonostante ci siano stati dei miglioramenti) perché è inserito in una tradizione secolare. Si può dire che ne è una dimostrazione in un ambiente controllato, una piccola società dentro la società che abitiamo. La convinzione che il gioco degli uomini sia sempre la versione migliore è radicata, proprio come che il grasso sia una manifestazione di malattia e amoralità, o che la forza appartenga solo agli uomini: ne è un sottoprodotto. Il corpo delle donne è sempre inferiore, anche nella sua forma più performante va comunque sempre messo in relazione a quello degli uomini. Il fatto che le donne siano state escluse così a lungo dallo sport, e poi siano state sistematicamente pagate meno, raccontate peggio, serve a riconfermare costantemente il loro posto nel mondo. Il limite del loro successo è sempre la loro inferiorità biologica, che va costantemente ricordata.
Un esempio chiaro di questo processo è quando viene prodotto dal braccio di una tennista il colpo più forte in un torneo, e improvvisamente la velocità non conta più, o va messa in prospettiva, o addirittura – con un giro incredibile – è solo la conferma della loro inferiorità. Agli Us Open 2024, era uscita la statistica che il dritto di Aryna Sabalenka era il più veloce in assoluto: in media circa 129 chilometri all’ora, contro i 127 di Alcaraz. Inaccettabile. Ecco allora Patrick Mouratoglou (ex allenatore di Serena Williams e fino a qualche mese fa di Naomi Osaka) correre su Facebook a contestualizzare il dato: “Ho visto le statistiche. Potrebbero essere sorprendenti per voi, ma non per me. La differenza chiave tra tennis maschile e femminile è come il gioco è giocato: gli uominiusano più rotazione e traiettorie più alte, rendendo la palla più difficile da controllare ma consentendo un gioco più strategico, mentre le donne si affidano a forza e potenza per mettere sotto pressione le avversarie”, e altre giustificazioni non richieste. Si potrebbe pensare ingenuamente che Mouratoglou stesse solo facendo un’analisi da esperto, ma basta leggere i commenti per capire che cosa leggono le persone: “E se gli uomini gridassero forte come Sabalenka?”; “È ora di guardare cosa ha nei pantaloni”; “Ecco perché il tennis maschile è più divertente”. A prescindere dall’intenzione, un esperto, che peraltro allena donne, dovrebbe sapere che tipo di persone sta invitando e che il suo commento serve solo a dare argomenti per sminuire le tenniste, ma anche tutte le donne che non saranno mai, mai forti e brave come un uomo. A luglio di quest’anno, è uscito un articolo proprio su Sabalenka sul Wall Street Journal intitolato La numero 1 al mondo che colpisce così forte che si allena con gli uomini. La numero uno del mondo è talmente forte, che deve essere rimpicciolita, fino a ridurla al simbolo per antonomasia dell’inferiorità femminile.
Ci sono ancora tanti misteri che circondano la salute e il corpo delle donne. Ad esempio, si parla ancora poco dell’impatto di una gravidanza sulle atlete: spesso vengono commiserate se in difficoltà, o definite “mamme in missione” se vincono. Come Belinda Bencic, tornata a giocare un anno fa dopo aver partorito. La svizzera, che era ripartita dai tornei ITF a novembre 2024 (sette mesi dopo la nascita della figlia), ha chiuso il 2025 all’undicesimo posto della classifica WTA, vincendo il 500 di Abu Dhabi e raggiungendo la semifinale a Wimbledon. A gennaio 2025, ben prima dei successi, l'Athleticle aveva dedicato un lungo articolo che riportava altri esempi di madri tornate a competere ed esplorava le risorse, come il ranking protetto (istituito solo nel 2019), o l’assistenza all'infanzia nei tornei. Una sezione del pezzo era dedicata ai cambiamenti del suo corpo post partum e agli allenamenti per ritrovare coordinazione, mettere su massa muscolare e rinforzare il pavimento pelvico. Bencic parlava di come era stato strano abituarsi al suo corpo durante la gravidanza, e poi «non sei più incinta, allora diventa strano».
Un altro argomento di cui non si vuole sapere niente è il ciclo mestruale. Dico che “non si vuole” perché le sportive ne hanno parlato e ne parlano da tempo, senza l’imbarazzo con cui ancora si vorrebbe soffocare la “questione” – che è l’esperienza di vita di più di metà della popolazione mondiale. Ne scrive Tiziana Scalabrin, nel suo saggio in Fondamentali dedicato al sangue: “Spesso le dichiarazioni delle atlete sono trattate come una rivelazione scottante, un virgolettato a effetto. […] Non c’è nulla di più lontano dal sensazionalismo rispetto al normalizzare una componente fisiologica naturale. Non c’è modo migliore di dire che ‘è caduto l’ultimo taboo’ per fare in modo che non cambi nulla”.
Ci sono ancora tanti misteri. Eppure svelarli sarebbe facile, basterebbe chiedere e ascoltare.
Il numero di ottobre 2025 di Elle China, intitolato “the power issue”, aveva Zheng Qinwen in copertina con un lungo vestito bianco senza maniche che metteva in risalto il suo braccio. Un braccio muscoloso, abbronzato, adornato dal segno bianco lasciato dal polsino. Sembra un bracciale naturale e averlo è un trofeo della fatica fatta sotto il sole più caldo dell’estate da gennaio a novembre. Il suo corpo è il simbolo del suo impegno e irradia bellezza. L’interesse della Cina per il tennis è sempre passato per le donne. Prima c’era Li Na, oggi la sua naturale erede è proprio Zheng, medaglia d’oro a sorpresa alle Olimpiadi di Parigi. Oltre a riaccendere l’interesse per lo sport, Zheng sarebbe anche responsabile senza volerlo di una piccola rivoluzione culturale. Il giornalista Bendou Zhang a novembre 2024 aveva riportato su X le parole della tennista: «Cerco sempre di migliorare la parte fisica, perché quelle ragazze hanno le spalle larghe, io sembro così magra in campo, e non mi piace». Il giornalista concludeva il tweet con una considerazione: “Di solito le ragazze cinesi vorrebbero essere magre e avere la pelle chiara. Ora il trend sta cambiando. Perché forte è bello”.

Il pezzo era iniziato con un braccio magico che veniva mortificato per pubblicizzare un farmaco dimagrante. È giusto concluderlo con un altro braccio, non altrettanto magico ancora, ma capace di sovvertire anche solo un po’ i rigidi standard di bellezza che vorrebbero le donne sempre più piccole, a occupare meno spazio possibile. È stato sufficiente metterlo nella cornice adatta.


