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Federica Brignone ha vinto un oro semplicemente miracoloso
12 feb 2026
In SuperG, a Cortina, un'impresa inimmaginabile.
(articolo)
8 min
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Foto IMAGO / ABACAPRESS
(copertina) Foto IMAGO / ABACAPRESS
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Primo agosto 2021. In quelli che sono stati etichettati come i venti minuti più belli della storia dello sport italiano, alle Olimpiadi di Tokyo vincono l’oro prima Gianmarco Tamberi nel salto in alto e subito dopo Marcell Jacobs nei 100 metri. Quella di Jacobs è chiaramente la vittoria più prestigiosa di sempre di un azzurro, ma non è esagerato definire l’oro di Federica Brignone nel Super-G di Milano-Cortina 2026 come un’impresa quanto meno paragonabile. Quindi: una delle imprese più notevoli dello sport italiano degli ultimi anni.

Il capolavoro di Brignone non ha bisogno della prova del tempo per poter essere già adesso accostato alle altre medaglie d’oro leggendarie dello sport italiano. Quelle di Pietro Mennea nei 200 metri a Mosca 1980, di Livio Berruti nella stessa specialità ma a Roma 1960, di Gelindo Bordin e Stefano Baldini nella maratona rispettivamente a Seul 1988 e Atene 2004, della pallavolo femminile a Parigi 2024. Nel contesto delle Olimpiadi invernali, senza nulla togliere a tutti gli altri grandi campioni (Armin Zöggeler, Arianna Fontana, Giorgio Di Centa), solo gli ori di Alberto Tomba in gigante e in slalom a Calgary 1988, l’ultimo dei quali ha letteralmente interrotto il Festival di Sanremo, possono essere paragonabili, per prestigio, a quello di Brignone.

E non si tratta di stabilire naturalmente una gerarchia di importanza o di difficoltà tra i vari sport, tra le varie epoche, ma piuttosto di definire quanto la bellezza di una vittoria sportiva dipenda molto anche dal contesto, dalle circostanze, dalle premesse. L’oro di Brignone non è certamente il primo della storia dello sci alpino femminile italiano e non lo è nemmeno in Super-G: nella specialità lo avevano già vinto Debora Compagnoni ad Albertville 1992 e Daniela Ceccarelli a Salt Lake City 2002. Ma è qualcosa di irripetibile per via del suo recupero impossibile dal terrificante infortunio ai campionati italiani di gigante dello scorso 3 aprile, soltanto dieci mesi prima.

Saltata la possibilità di difendere la Coppa del Mondo che sarebbe cominciata a ottobre, si è deciso di procrastinare l’obiettivo di rientro proprio verso le Olimpiadi, quando anche solo una partecipazione come portabandiera sarebbe sembrato un successo, perfino un’innaturale forzatura dettata solo dalla riconoscenza. A un certo punto della stagione si è perfino paventata l’ipotesi che Brignone, annunciata come portabandiera il 19 gennaio, avrebbe potuto lasciare il suo posto a sciatrici azzurre che in quel momento sembravano più competitive. Sono passati pochi giorni, e come suonano lontani quegli scenari.

LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE
Per comprendere la gravità dell’infortunio basta leggerne la diagnosi che è spaventosa anche per chi non abbia la minima esperienza in materia. Testuale: “Frattura pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra, oltre a una lesione del comparto capsulo-legamentoso mediale e una lesione del legamento crociato anteriore”, in questo caso del ginocchio.

«Vediamo se tornerò a camminare bene», disse dopo il primo intervento chirurgico, «mi sono procurata un danno permanente, non recupererò mai la piena funzionalità del ginocchio». Sua madre Ninna Quario, anche lei sciatrice in passato, ha detto che sulla gamba di Brignone «c’era un rischio reale di amputazione». Il quadro che emerge, a posteriori, è quello di una vera e propria resurrezione come già accaduto ad altri suoi illustri colleghi. Come la sua rivale Lindsey Vonn, che con un ginocchio bionico questo inverno ha vinto due discese libere in Coppa del Mondo a 41 anni. E come soprattutto Hermann Maier, anche lui vittima di un infortunio a una gamba a rischio amputazione, stavolta in motocicletta, capace però di rivincere un’altra Coppa del Mondo generale nel 2003/04. Parliamo solo di leggende, e a questo punto anche Brignone lo è.

Ritornare dopo un incidente di questa portata è un'impresa che ci parla soprattutto della potenza mentale di questi atleti. È un equilibrio sottile tra l’assoluta conoscenza del proprio fisico - supportata certo anche da équipe mediche di assoluta eccellenza - e quel filo di incoscienza che soprattutto chi ha a che fare con la velocità non può permettersi di perdere. Lo sanno molti motociclisti ultratrentenni, rallentati di uno-due decimi al giro dopo essersi rotti malamente qualcosa, e lo hanno sperimentato proprio anche Vonn e Brignone negli ultimi tempi.

È questo il contesto attorno a un’impresa che ha le tinte della tipica storia da film americano. L’oro olimpico era l’unico tassello mancante nel palmares di Brignone e si è trasformato nell’ossessione del suo rientro in pista anche quando solo l’ipotesi sembrava una completa follia. Ma l’aspetto ossessivo a quel punto riguardava più che altro la ferrea volontà di partecipazione per la prima e ultima volta alle Olimpiadi in Italia. Non si trattava più di vincere. Forse però il fatto che l’infortunio sia arrivato nel momento migliore della sua carriera, anziché essere un rammarico maggiore, si è trasformato per Brignone nella convinzione di poter recuperare almeno una parte di quel margine di vantaggio che aveva sulle sue colleghe, soprattutto in gigante e in Super-G.

Nel 2025 Brignone ha infatti vinto di nuovo la Coppa del Mondo generale, stavolta “sul campo” e con più godimento di quella interrotta per il covid nel 2019/20. Sempre la scorsa stagione aveva anche trovato le prime vittorie in carriera in discesa libera, oltre alla prima coppa di questa specialità. Della sua figura sono emerse non solo la sua incredibile longevità, ma anche e soprattutto la sua capacità di completarsi in età così avanzata, al punto da aver fatto sorgere il sospetto che in passato non fosse riuscita per qualche motivo a esprimere tutto il proprio potenziale.

Federica Brignone è la sciatrice più anziana – prendendo in considerazione anche gli uomini – ad aver vinto la Coppa del Mondo assoluta, a quasi 35 anni. Rimanendo solo nel panorama femminile, è anche la più anziana vincitrice di una gara di Coppa del Mondo di gigante e Super-G, oltre a essere la seconda vincitrice più anziana di sempre in discesa libera dopo Lindsey Vonn. Oggi diventa anche la più anziana medaglia d’oro di sempre nella storia dello sci alpino alle Olimpiadi, uomini compresi: compirà 36 anni a luglio.

VINCERE IN PISTA
La retorica sul suo irreale percorso di recupero si sarebbe però scontrata contro la dura realtà della competizione sportiva, se non fosse arrivata almeno una medaglia di bronzo nelle tre discipline in cui Brignone ha deciso di gareggiare a Cortina. Poteva scegliere solo il gigante, quella dove aveva ottenuto subito al rientro il miglior risultato – un clamoroso sesto posto – nelle due gare di Coppa del Mondo che ha disputato in preparazione. Avrebbe potuto aggiungere il Super-G ma magari escludere la discesa libera, visto che dopo il Super-G di Crans-Montana ha dichiarato di aver perso feeling con la velocità.

Si è trattato di un processo di riscoperta progressiva del proprio fisico e delle sue risposte, di creazione di un nuovo equilibrio sia corporeo che mentale. Dopo i primi allenamenti Brignone aveva in realtà dichiarato che le migliori sensazioni le aveva avute proprio sul veloce perché costretta a utilizzare molto meno spesso, e con angoli meno acuti di piega, la gamba convalescente. Il diciottesimo posto a Crans-Montana, comparato al sesto del gigante del Plan de Corones, aveva invece suggerito che alla fine la gara è sempre un mondo a parte rispetto all’allenamento e che per Brignone le curve del gigante, quando è sotto pressione, resteranno sempre il suo habitat naturale.

Brignone ha scelto alla fine di correre tutte e tre le specialità, forse con la convinzione che la libera, la prima in cui avrebbe gareggiato, le sarebbe servita proprio come allenamento per ritrovare confidenza con una gara veloce. Ha chiuso decima, a 1”19 dall’oro di Johnson e a 6 decimi esatti dal bronzo di Sofia Goggia. Di fatto, dopo i lunghi mesi di stop, aveva disputato tre gare in tre specialità differenti, chiudendone due in top 10. Già questo poteva bastare per certificare la qualità del suo rientro, del fatto che valesse la pena forzare i tempi, provarci anche con pochissima preparazione.

Nel Super-G della pista olimpica di Cortina di un anno fa, in Coppa del Mondo, Brignone aveva stravinto con più di mezzo secondo su Lara Gut-Behrami e più di un secondo sulla terza classificata, Corinne Suter. «È sempre stato un Super-G nelle sue corde», ha sottolineato anche Sofia Goggia dopo la gara. Il Super-G è una disciplina particolare, dove ci si butta a uovo e ci si deve fidare del proprio controllo ad alte velocità, ma senza effettuare prove ufficiali come avviene nella discesa libera. Ci sono poi tratti più curvi, più simili al gigante, e sono principalmente quelli dove Brignone fa la differenza.

La vittoria a Cortina nel 2025.

Daniela Merighetti, durante la telecronaca Eurosport della gara, sottolineava come Brignone stesse passando lontano dai pali anche nella parte più tecnica. Lo ha confermato alla Rai anche la stessa sciatrice, sottolineando come quella di tenere linee più larghe, sacrificando la traiettoria in nome di una maggiore velocità di percorrenza in curva, fosse una scelta precisa. È stata un'interpretazione vincente del tracciato e magari anche della neve, che i commentatori Rai hanno definito non ghiacciata, quindi anche un pochino morbida.

Il resto lo ha fatto anche la parte mentale. Avere già fatto due gare veloci – Super-G a Crans-Montana e discesa libera alle Olimpiadi – ha sbloccato di nuovo il feeling di Brignone con la velocità, vista la sicurezza che è sembrata tenere nella posizione a uovo anche nei tratti più tecnici e ciechi. A questo si aggiunge, più in generale, una sorta di pacificazione interiore già raggiunta: «Mi sentivo una outsider, arrivare da favorita sarebbe stato logorante», ha detto. Ma anche, in senso più ampio nella sua carriera: «Forse ce l’ho fatta anche perché non sentivo che l’oro olimpico mi mancasse, sapevo di aver già fatto il massimo».

Se sono numerose le storie olimpiche di successo come culmine di un processo fortemente ossessivo – non ultima quella di Novak Djokovic a Parigi 2024 – Brignone ci ha insegnato che si può vincere anche lasciandosi andare, in tutti i sensi. Lo sport ad alti livelli è sempre un delicato equilibrio di psicologie complesse che si intrecciano e si scontrano, ma solo le grandi leggende riescono sempre a trovare la chiave giusta per sbloccare ogni contesto. Federica Brignone, e non da oggi, è seduta a questo tavolo.

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