
Una regola semplice, se già non la conoscete. Nei calci di rigore, quando c’è da calciare la serie di cinque per squadra, chi sbaglia per primo vince. Non è sempre così ma, insomma, quasi. Non arrivo a dire che chi va a calciare il primo rigore per la propria squadra dovrebbe sbagliarlo apposta… ma, insomma, quasi.
Non ci sono statistiche al riguardo - almeno che io sappia - perché sfugge la logica secondo la quale dovrebbe convenire fallire il proprio primo tentativo, mentre ci sono statistiche sul fatto che chi calcia per primo ha un vantaggio (vince nel 61% dei casi). Eppure l’Atalanta ha calciato per prima, e ha perso; la Lazio ha sbagliato per prima, e ha vinto.
È stata la grande serata di Edoardo Motta, ventenne portiere della Lazio, anche se sarebbe potuto essere la terribile serata di Edoardo Motta. Al 60' mette le mani su un pallone mezzo lisciato da Mario Gila in area di rigore, su cui Motta si lancia con entrambe le mani rimbalzando, lui, non il pallone, e lasciando uno spazio d’azione a Krstovic, che con la punta del piede glielo toglie servendolo a Ederson. Sarebbe potuto essere il gol dell’1-0 dell’Atalanta e, magari, se fosse stato anche decisivo, oggi parleremmo dell’inesperienza di Motta, di quella giovane età che gli ha trasformato le mani in mollicce scodelle di noodles lanciate sul pallone.
E invece l’arbitro ha considerato falloso l’intervento di Krstovic e la partita è andata avanti. Motta ha avuto persino un grande momento di rivalsa prima dei rigori, quando con la punta dei guanti è arrivato su un colpo di testa di Scamacca che lo stava scavalcando, togliendolo dalla porta e mandandolo sul palo. Era il quinto minuto di recupero del secondo tempo e questo certamente sarebbe stato decisivo.
Poi - dopo un altro gol annullato all’Atalanta, stavolta per fuorigioco - si arriva ai calci di rigore.

Prima dei rigori, Zaccagni stringe la testa di Motta come se temesse che potesse volare via con una folata di vento mentre all’orecchio gli sussurra parole di guerra e d’amore.
Motta sembra sereno mentre intorno a lui si crea quell’atmosfera religiosa e fatalista tipica dei calci di rigore. Anche se li calciano solo cinque persone per parte sembrano sempre tutti coinvolti, hanno tutti qualcosa da dire, da sussurrare all’orecchio di questo o quel compagno, le parole giuste per far finire la palla dentro la porta anziché fuori. I calci di rigore sono un breve rito collettivo di sospensione della razionalità, non c’è una singola persona, un singolo tifoso di calcio o calciatore, che non finisca nella più oscura scaramanzia.
Motta, almeno apparentemente, no. Sorride ai compagni, sorride a Carnesecchi mentre lo abbraccia, tira in dentro le labbra e guarda serio l’arbitro che gli ricorda le regole. Quando Raspadori è già sul dischetto Motta batte i piedi sul palo, si mette sulla riga e ondeggia sui fianchi. Poi si butta a destra e Raspadori calcia alla sua sinistra. I tifosi bergamaschi, che non conoscono o non credono nella regola citata sopra, esultano. Questo sarà l’unico rigore segnato dall’Atalanta.
Poi è il turno di Nuno Tavares, che si avvicina al dischetto con la faccia di chi sa che deve sacrificarsi per la sua squadra. Nuno Tavares fa la cosa giusta, calcia dal lato dove si sta tuffando Carnesecchi e se lo fa parare. Ha calciato forte e angolato, ma non abbastanza e Carnesecchi si è tuffato in anticipo. Non dico che lo abbia fatto apposta, Nuno Tavares, ma, insomma, chi lo sa.
A questo punto arriva Scamacca, con la sua solita aria un po’ triste. E mi fa pensare a un’altra regola non scritta dei calci di rigore: non piacciono a nessuno. Non ci rinunceremmo per niente al mondo, metteremmo a ferro e fuoco le nostre città se qualcuno provasse a sostituirli con qualcosa di diverso, ma nessuno prova piacere durante i calci di rigore, se non forse i tifosi neutrali che vogliono vedere il mondo bruciare.
Motta non fa niente di particolare se non allargare le braccia come gli animali che in pericolo, o per sedurre la loro controparte, vogliono sembrare più grossi di quello che sono (si tratta comunque di un ragazzo di un metro e novantaquattro). Scamacca prima di calciare ha le mani sui fianchi e, a differenza di Raspadori poco prima, non si prende qualche secondo dopo il fischio arbitrale ma parte subito, come se avesse paura di essere sgridato dall’autorità in maglia giallo fluo. Scamacca tira un rigore burocratico, né forte né lento, angolato ma non troppo, incrociando col destro dal lato in cui si tuffa Motta.
A questo punto, forse, i tifosi dell’Atalanta hanno capito come stanno andando le cose, l’atmosfera si fa pesante e tutto lo stadio sembra fare lo stesso pensiero: ah giusto, come abbiamo fatto a dimenticarlo: chi sbaglia per primo vince! Però poi Cataldi sbaglia il suo rigore, il secondo della Lazio, e qualcuno magari pensa che questo cambia tutto, che azzera il conto.
Prima che Cataldi calciasse il suo rigore, Carnesecchi ha sbattuto i piedi su entrambi i pali, dando dei riferimenti uditivi precisi. Forse l’orecchio di Cataldi ha registrato quel riferimento e calcolato con precisione eccessiva dove mettere la palla, calciando esattamente sul palo.

Scamacca sorride (quasi dai) forse perché pensa che l’errore di Cataldi cancelli il suo, come se il destino gli avesse fatto un piacere. Scamacca non ha imparato niente di come va la vita, la sua vita, se pensa che il destino gli voglia fare qualche regalo.
A questo punto, se Zappacosta segna il suo rigore, l’Atalanta va sul 2-0 e la pressione sul tiratore laziale, dopo, diventerebbe ancora più forte. Ma è qui che Edoardo Motta ha un colpo di genio. Prova un altro trucchetto percettivo, ma diverso da quello di prima. Anziché farsi tutto grosso, si fa grosso solo da un lato. Alza un braccio, il destro, sperando che la retina di Zappacosta registri l’informazione, come quando con la visione laterale siamo in grado di schivare un pedone che ci attraversa la strada davanti all’improvviso.
E funziona. Zappacosta calcia dal lato opposto del braccio alzato di Motta, e calcia anche piuttosto centrale. Si torna all’inizio: chi sbaglia per primo eccetera. Isaksen che tira il rigore successivo si va a prendere il pallone nervoso, lo asciuga mettendoselo sotto la maglietta, e per un attimo sembra un’esultanza anticipata, quella che si dedica alla propria compagna incinta. Carnesecchi intanto non cambia strategia, calcia su entrambi i pali come prima - e non ne avrebbe motivo, non può avere erba da togliere tra i tacchetti visto quanto poco si è mosso, è chiaro che è un giochetto mentale.
Ma stavolta non funziona. Anzi forse è Carnesecchi che cade nel trucchetto di Isaksen, che mette la palla sulle undici, in avanti e a sinistra, appena appena tangente al dischetto. Effettivamente avrebbe avuto senso che calciasse da quel lato: seppur di pochi millimetri la palla era più vicina alla porta, doveva compiere un tragitto più breve. Carnesecchi si butta da quella parte e Isaksen incrocia, fa compiere alla palla il tragitto più lungo, con una bella parabola arcuata oltretutto.

Un altro dettaglio su cui lavorare: come mettere il pallone sul dischetto: avanti, indietro, dalla parte dove si calcia, su quella opposta…
Quando deve calciare Pasalic, Motta fa la stessa cosa di prima ma leggermente diversa. Prima alza entrambe le braccia, poi abbassa il braccio destro, lasciando quello sinistro alzato. Poi di nuovo tira su anche il destro, poi riabbassa solo quello. Chissà, forse è qualcosa che Motta ha studiato a scuola, fatto sta che ancora una volta il cervello di Pasalic recepisce il messaggio che vuole lui: a sinistra c’è meno spazio, c’è un ostacolo, un ingombro, meglio calciare dall’altra parte.
Palla alla destra di Motta, parata.

Voglio dire, messa così non sembra esserci altra possibilità: se un portiere alza un braccio il suo avversario DEVE calciare dalla parte opposta.
Perché Carnesecchi non ci ha fatto caso? Perché non ha provato a imitarlo? Perché ha insistito a calciare sui pali? Questa serie dei rigori ci insegna una cosa: è meglio alzare un braccio che sbattere i piedi sui pali. Carnesecchi avrebbe almeno potuto provare a sbattere i piedi su un solo palo, così da creare un fastidio uditivo da una parte e spingere Kenneth Taylor a calciare da quella opposta, spingendolo inconsciamente verso la pace sonora, verso la quiete.
Poi Carnesecchi fa una cosa ancora più assurda. La finta di una finta. Mentre Taylor sta già finendo la propria rincorsa, Carnesecchi fa un passo da un lato. Mette il peso sulla gamba destra, come a voler spingere Taylor a calciare dalla parte opposta, cosa che effettivamente Taylor fa, solo che Carnesecchi si scorda della sua stessa finta e si tuffa proprio da quel lato. Mah.

Poi dice che i calci di rigore sono una lotteria. E no, se si fanno questi errori non è mica colpa della sfortuna, signora mia!
Il rigore di De Ketelaere è già decisivo. Se lo sbaglia, la Lazio vince. Motta a questo punto alza il braccio quasi con arroganza, da sbruffone, già sapendo cosa succederà. De Ketelaere guarda quel braccio come ipnotizzato, è impossibile per lui non fare quello che il braccio di Motta gli sta chiedendo. Oppure De Ketelaere, confuso da quello che ha fatto Carnesecchi prima, si sta chiedendo: non è che vuole farmi pensare che si tufferà alla sua sinistra e invece poi si tufferà alla sua destra? Non è che magari anche questa è una finta di una finta?
Ma Edoardo Motta non sembra un ragazzo subdolo. Si tuffa dove il suo braccio diceva che si sarebbe tuffato e De Ketelaere gli calcia ancora addosso. Sono quattro rigori parati su cinque. Non mi spingo a dire che il primo, quello di Raspadori, lo abbia lasciato entrare apposta, solo perché sapeva che il primo che sbaglia vince, ma insomma, non possiamo neanche essere certi che non sia così.
Edoardo Motta è diventato titolare per una strana coincidenza: la Lazio ha venduto il proprio secondo portiere a gennaio e subito dopo si è infortunato il primo. La sua storia ci riconcilia con i nostri fallimenti ricordandoci che in fin dei conti siamo pupazzi nelle mani del destino, ricordandoci che magari prima o poi avremo anche noi la nostra occasione. Certo Motta stava già facendo una grande stagione con la Reggiana in B ed era pur sempre il portiere della Nazionale Under 21.
In quindici partite in Serie A, Edoardo Motta è diventato il portiere con la percentuale di tiri in porta parati più alta di tutti insieme a Maignan (79%), quello in assoluto che ha salvato in percentuale più gol (15% secondo i dati Hudl Statsbomb) e con più gol salvati di tutti (in rapporto agli post-shot xG subiti): 0.32 in media ogni 90 minuti - per fare un confronto, il secondo è sempre Maignan con 0.23.
Qualche qualità, cioè, anche al di là del braccio alzato, Motta sta dimostrando di averla. Detto questo, se vi trovate davanti Motta con un braccio alzato, vi conviene calciare dall’altra parte. No, scusate, volevo dire da quella parte. Lo vedete, è impossibile anche solo scriverlo. Forse Motta ha trovato il trucchetto definitivo.


