
Sabato il wrestling torna a Chicago mentre domani, venerdì, esce la prima puntata di "Wrestling for breakfast", il nostro nuovo podcast sul wrestling condotto da Teo Filippo Cremonini e Andrea Cavaraggio. Se vuoi arrivare carico, puoi iniziarlo a seguire qui per non perderti una puntata.
Della malinconia autunnale mi piace l’idea che non se ne vada mai via. Anche in piena estate, quando ti ritrovi in spiaggia con 45 gradi, o in primavera, mentre sorseggi qualcosa e le giornate cominciano ad allungarsi, questa sensazione resta con te. È legata ai luoghi, alle persone, ma forse anche agli oggetti a cui ci affezioniamo mentre osserviamo i paesaggi intorno a noi.
“Non vedo l’ora che sia ottobre” è una frase che mi torna alla mente camminando tra gli ombrelloni sulle spiagge più calde, quando il sole diventa insopportabile. Mi mancano le foglie secche e quei colori caldi, e forse il cielo azzurro d’autunno crea sempre un momento più personale e introspettivo, mentre in estate il cielo sembra appartenere a tutti.
Nelson Algren è stato uno scrittore statunitense nato a Detroit, ma per gran parte delle sue opere Chicago non era solo uno sfondo: era un vero personaggio. Scriveva “Chicago is an October sort of city even in spring” e con The Man with the Golden Arm vinse la prima edizione del National Book Award. In quel romanzo, forse il suo più famoso, racconta la vita di un droghiere e veterano di guerra tra dipendenza, povertà e marginalità urbana. I quartieri operai, i bar e le strade di Chicago diventano parte integrante della storia, quasi personaggi essi stessi. La citazione racchiude il suo amore e la sua malinconia per la città, un tema che attraversa tutta la sua produzione: Chicago è dura, contraddittoria, ma struggentemente bella quasi come la ricerca dell’autunno in piena estate.
Chicago è una città da “work hard, play hard”. Fredda e tagliente d’inverno, caldissima d’estate. È il cuore politico degli Stati Uniti per i cronisti, ma anche un luogo dove si lavora seriamente per poi godersi il tempo libero senza troppi pensieri. È una città di sottoculture, che spaziano dalla musica allo sport, e di movimenti nati dall’integrazione tra comunità diverse. Qui il wrestling ha trovato terreno fertile, una disciplina capace di intrattenere quartieri interi e generare generazioni di appassionati.
Fin dai primi del 1900, la lotta si affermò come sport di riferimento e come attività organizzata grazie a istituzioni sociali legate ai quartieri. La YMCA (Young Men’s Christian Association) promuoveva competizioni e tornei di lotta a Chicago, come nel resto degli Stati Uniti, mentre le Settlement houses, centri culturali e sportivi nei quartieri urbani, offrivano allenamenti, tornei e attività musicali, includendo la lotta tra le discipline disponibili. Anche i club etnici, rappresentativi delle varie comunità di immigrati, organizzavano gare tra i propri membri e producevano campioni nazionali.
Già dai primi anni del secolo, la disciplina si sviluppava nei playground pubblici, nelle piccole federazioni locali pensate per coinvolgere giovani e adulti, e naturalmente nelle scuole e università. Dal 1926 il wrestling era persino previsto come attività durante il ciclo delle scuole superiori. Tutto questo dimostra che, soprattutto in ambito amatoriale e giovanile, la lotta a Chicago non era uno sport elitario o uno spettacolo da salotto. YMCA, club etnici e palestre di comunità erano veri luoghi di allenamento, inclusione sociale e crescita di campioni, anticipando di decenni il successo del pro wrestling televisivo.
Uno dei club etnici più importanti nei primi decenni del XX secolo era il Chicago Hebrew Institute, da cui nasce la leggenda di Fred Meyer. Nato e cresciuto in città, iniziò a lottare molto giovane con quel club e raggiunse risultati di livello mondiale. Vinse la medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1920 nello stile libero, nel peso massimo, rappresentando gli Stati Uniti, e fu campione nazionale in più categorie AAU. Successivamente divenne un wrestler professionista di grande successo.
La sua storia racconta molto di più di un atleta vincente: mostra come le associazioni legate a comunità etniche, in questo caso la comunità ebraica, fossero spazi di allenamento, formazione e crescita per atleti di alto livello già negli anni ’10 e ’20, molto prima che lo sport assumesse l’organizzazione e la struttura che conosciamo oggi.
WORK HARD, PLAY HARD
Quando ti avvicini allo sport e non sei troppo alto per pensare a cosa ti piacerebbe fare, né troppo basso per restare chiuso in casa in una normalissima giornata autunnale, la cosa più spontanea da fare è andare dove vanno i tuoi compagni di scuola, i tuoi amici per intenderci. In questo modo puoi svolgere attività extrascolastiche all’interno dello stesso gruppo di persone con cui passi le giornate.
Altre volte, però, la scuola non è altro che un luogo comodo per i propri genitori, dove appoggiarsi prima di andare a lavorare. Così, banalmente e con un po’ di spietatezza, la tua vita di quartiere e le attività extrascolastiche non ti metteranno a contatto con le stesse persone che stai imparando a conoscere, ma con altre, con legami già formati e nuove storie da scoprire. Lo sport, come spesso accade, non nasce sempre da un desiderio personale, ma da fattori pratici: comodità, opportunità o semplicemente la voglia di non restare in casa in una giornata autunnale che diventa buia già alle 15.45, mentre tua nonna prepara la cena con sette ore di anticipo.
A Chicago, lo sport è viscerale, profondamente sentito. Sia a livello professionistico, con i Bulls o i Bears, sia a livello amatoriale, c’è una forte competitività ma anche un grande senso di comunità. Tifare per la squadra locale è quasi un rito, un modo per sentirsi parte di qualcosa di più grande. Nei quartieri, le feste di strada e i mercati locali contribuiscono a creare legami sociali solidi perché i cittadini di Chicago, i cosiddetti Chicagoans, sono molto orgogliosi della loro città e dei suoi simboli. Il fiume, il lungolago, lo skyline e le specialità culinarie - avete presente la deep dish pizza di Chicago? guai a toccargliela… Questo orgoglio porta a frasi come “only in Chicago”, usate per indicare eventi o tradizioni che non si trovano da nessun’altra parte.
Frederick Koch era uno dei tanti giovani che praticavano wrestling nei primi anni del XX secolo, tra i playground cittadini e durante le scuole superiori. Di origini tedesche, trascorreva il suo tempo tra il locale di famiglia, un club sociale situato nel North Side di Chicago chiamato Koch’s Hall, e i primi lavori alla YMCA locale o come operatore di macchine in fonderia.
Fu un promoter dell’Iowa a decidere di chiamarlo “Fred Kohler”, ispirandosi al suo modo di muoversi sul ring in modo teatrale ed esasperato, proprio come l’attore omonimo di quell’epoca. Fred iniziò così a muovere i primi passi come promoter locale, organizzando piccoli match all’interno del club di famiglia e riuscendo a creare un legame tra YMCA, playground cittadini e altri sotterranei di quartiere attivi in quegli anni.
Il suo nome arrivò presto alla ribalta nazionale grazie a un evento organizzato allo Chicago Stadium nel 1936, considerato da molti il primo momento storico in cui il wrestling, fino ad allora frammentato tra stati e titoli diversi, trovò un punto di incontro. Si trattava del match tra Ali Bab e Everette Marshall per il titolo mondiale dei pesi massimi. Da quel momento, Fred Kohler divenne il punto di riferimento del wrestling a Chicago, con uno sguardo e ambizioni che guardavano anche al territorio nazionale.
Buoni contro cattivi, storie drammatiche e chiari riferimenti a figure locali: tutto era pensato per creare tensione e coinvolgimento nella classe media della città. Questo era il Chicago Wrestling promosso da Fred Kohler. Non si trattava solo di uno sport, ma anche di intrattenimento, ed è proprio con questa visione che decise di investire nella televisione, proponendo lo show Wrestling From Rainbo.
Negli anni ’40 e ’50, quando il wrestling arrivò nelle case di molti abitanti di Chicago grazie alla TV, la disciplina assunse un ruolo di socializzazione ancora più forte. Se prima serviva a far aggregare i giovani nelle attività extrascolastiche e a farli distrarre dalle problematiche della città, ora i quartieri interi si ritrovavano davanti al televisore per seguire gli show insieme. In alcune zone persino i negozi esponevano i televisori per permettere ai passanti di guardare gli incontri. Questo contribuì a rendere il wrestling parte integrante della vita comunitaria e familiare, e gli eventi dal vivo andavano quasi sempre sold-out.
In quegli anni, Kohler non cercava lo scontro con altri promoter. Al contrario, operava in collaborazione con Vincent J. McMahon, padre di Vince McMahon, che gestiva l’area del Nord-Est (New York e dintorni) attraverso la Capitol Wrestling Corporation. Entrambi facevano parte della National Wrestling Alliance (NWA), un’alleanza di promotori regionali che si dividevano i territori negli Stati Uniti.
Hey, Colt Cabana, how you doing?
Chicago è considerata una delle città con più traffico al mondo. Durante i giorni lavorativi molte persone si spostano con i mezzi pubblici, ma nelle ore di punta, soprattutto all’ingresso degli uffici, l’automobile resta un mezzo molto utilizzato – in particolare dalle famiglie, perché il meccanismo è semplice: o si va a scuola vicino a casa oppure vicino al luogo di lavoro dei genitori.
Scott Colton è nato e cresciuto a Deerfield, una cittadina benestante a nord di Chicago, e per raggiungere il cuore della città bisogna percorrere circa 40 chilometri. È orgogliosamente ebreo, la comunità è molto presente dentro e fuori Chicago e non ha mai nascosto di provenire da una famiglia benestante in grado di sostenerlo nelle sue scelte.
Per avvicinarsi al wrestling locale Scott deve affrontare viaggi lunghissimi, quasi 50 chilometri all’andata – fino a due ore di automobile attraversando la città – e altrettanti al ritorno. Se con il passare degli anni, soprattutto dopo la morte di Fred Kohler, Chicago ha perso centralità come capitale del wrestling statunitense a favore dell’espansione della famiglia McMahon, la scuola e la rete di comunità attorno al wrestling sono rimaste intatte, diventando anzi ancora più autentiche.
Il pubblico di Chicago è considerato esigente e smart, quindi ben consapevole di tutti i meccanismi che stanno dietro alla costruzione di un match, e mentre in città si continua a parlare e a seguire il wrestling, una parte della popolazione continua a viverlo come una vera e propria cultura.
Scott Colton diventa Colt Cabana già alla fine degli anni Novanta, allenandosi nelle palestre locali durante gli anni dell’università. In quel periodo conosce un giovane Phillip Jack Brooks, già ribattezzato CM Punk, con cui sviluppa una rivalità che li porta a combattere in tutto l’hinterland cittadino all’interno di quella che sta diventando una piccola scena di culto del wrestling DIY.
I due funzionano perfettamente come antagonisti. Punk è il ragazzo urbano, ruvido e oppositivo, Cabana il ragazzo di periferia, orgogliosamente ebreo, con un approccio ironico e sarcastico. Il suo personaggio rompe gli schemi del wrestling tradizionale, non è un culturista, non colpisce per fisicità e non è un big man come quelli che dominavano i contesti più popolari, ma un performer capace di unire storytelling, comicità e grande tecnica sul ring. Face o heel dipende dal pubblico, lui resta sempre fedele al proprio personaggio.
L’ascesa della Ring of Honor rende Colton e Punk due dei nomi più importanti del circuito indipendente mondiale e, nei primi anni del nuovo millennio, contribuisce a riportare Chicago non solo come laboratorio in cui si formano wrestler all’interno di una dimensione comunitaria e familiare, ma come vero e proprio centro della cultura indipendente legata al wrestling.
Di lì a poco le cose cambiano. La WWE, da sempre attenta ai movimenti delle sottoculture emergenti, decide di metterlo sotto contratto. È il 2007 e la carriera di Scott Colton ai massimi livelli sembra in rapida ascesa. Arriva alla firma in un’epoca senza il supporto dei social network, la sua fama nasce dal passaparola digitale primitivo, dai match caricati su YouTube dai fan e, in alcuni casi, dalle cassette che circolano tra appassionati. L’idea di un ragazzo qualunque, senza doti fisiche straordinarie, capace di essere protagonista sul ring accende l’immaginazione anche del team creativo della federazione.
L’esperienza a Stamford però non è delle più semplici. Colt Cabana diventa Scotty Goldman e il controllo creativo del personaggio passa ai producer della compagnia, nel giro di pochissimo tempo arriva il licenziamento senza momenti memorabili o veri picchi. Scott tornerà a vivere con i genitori a nord di Chicago, dopo aver fallito l’occasione che migliaia di wrestler aspettano da una vita con la compagnia più in vista, economicamente e non solo, al mondo.
La vita di un musicista indipendente si sa, è frastagliata. Si passa dalle sale prove ai palchi improvvisati, si monta, si suona, si smonta e poi, nel fine settimana, si carica il furgone per macinare chilometri. Spesso davanti a locali vuoti, altre volte con la piccola vittoria di qualche persona che si ferma al banchetto del merchandising, abbastanza per tenere in piedi il progetto e continuare a crederci. Migliaia di chilometri attraversando un autunno perenne fatto di porte in faccia, ma anche di soddisfazioni minuscole e decisive, quelle che tengono accesa la fiamma.
Scott Colton è su un divano mentre i genitori lo chiamano a tavola. Ha quasi trent’anni e vuole fare il wrestler. Continua a lottare a modo suo, portando il proprio mondo sul ring, ma la possibilità dei grandi guadagni e della popolarità è svanita da un paio d’anni. È tornato al punto di partenza, solo con qualche cicatrice in più e una visione più chiara di quello che vuole essere.
Internet, intanto, è diventato il luogo in cui discutere, far circolare le storie, costruire passaparola e cercare qualcosa che vada oltre il semplice racconto delle proprie abitudini. Sono gli anni di Facebook, del profilo personale che prende il posto dei forum, delle community che si frammentano in tanti piccoli cluster. Ognuno ha il proprio spazio, la propria rete, e dentro quelle reti si formano micro-scene capaci di generare attenzione e tendenze. È il momento in cui tutti vorrebbero emergere, ma in pochi riescono davvero a farlo.
In questo contesto nasce nel 2010 The Art of Wrestling, uno dei primi show a raccontare il wrestling dall’interno con un tono intimo e umano. Ispirato al formato confessionale dei podcast comedy americani, diventa in poco tempo molto più di un progetto parallelo. È uno strumento economico, promozionale e creativo che aumenta i booking, fa crescere le vendite di merchandising e dà visibilità non solo a Cabana ma a un’intera generazione di wrestler.
In un’epoca in cui la carriera dipende quasi esclusivamente dalle federazioni, dimostra che esiste un’altra strada, costruita sui contenuti propri, sul rapporto diretto con i fan e sull’autoproduzione. Un approccio totalmente DIY che lo rende, di fatto, l’equivalente nel wrestling di un musicista indie in tour permanente, sempre in viaggio, sempre con il proprio banchetto da montare, sempre con una storia nuova da raccontare e la nuova serie di magliette da vendere perché c’è da pagare la benzina per tornare a casa.
CHICAGO MADE PUNK
Su Phillip Brooks, meglio conosciuto come CM Punk, si è scritto di tutto e anche il contrario di tutto. Anti-eroe urbano della città di Chicago, nasce in una famiglia segnata da diverse problematiche e in condizioni non favorevoli. La passione per l’alcol del padre lo porta ad abbracciare la filosofia straight edge, legata anche al suo amore per il circuito punk rock indipendente.
Phillip Brooks inizia il suo percorso nella Steel Domain Wrestling School, una scuola di wrestling di Chicago diretta da Ace Steel, Danny Dominion e Kevin Quinn, dove incontra Colt Cabana. Il rapporto instaurato con quest’ultimo porta entrambi ai vertici dell’immaginario del wrestler indipendente hardcore. Un chiarimento storico, però, è doveroso: CM non sta per “Chicago Made”, come spesso si è detto, ma per un soprannome nato proprio in palestra insieme a Cabana, “Chick Magnet”. Il merchandising WWE e il culto per la città di Chicago hanno poi contribuito a consolidare la leggenda delle iniziali legate alla città.
Tuttavia, circa una decina di anni fa, questa amicizia si interrompe a causa di una lunga causa legale scaturita da un’ospitata di Punk nel podcast di Cabana, che rappresenta simbolicamente l’ultimo “match” tra i due. Sul futuro di CM Punk non si hanno mai certezze, anche perché nella sua carriera ha sempre abituato tutti a colpi di scena e sorprese. La rivalità con John Cena nel 2011 e il celebre discorso passato alla storia come Pipebomb, rivolto a Vince McMahon e alla WWE, rendono il mito di Punk quasi inarrivabile. In seguito arrivano le MMA, con una serie di sconfitte dure, poi il ritorno al wrestling in AEW, l’ascesa all’interno della federazione e, infine, il personaggio che diventa troppo ingombrante: lo spogliatoio sceglie di rigettarlo, portando al licenziamento.
CM Punk torna quindi in WWE, posa per le foto con Triple H con il titolo in mano e si riprende i vertici della federazione. In tutto questo emergono le contraddizioni di una città come Chicago, divisa tra la fronda anti-sistema legata a Colt Cabana e un’altra parte appassionata del personaggio pro-Punk, capace di diventare egli stesso parte del sistema.
Cena vs Punk a Chicago, 2011 con in palio il titolo di campione indiscusso WWE.
È sempre Nelson Algren, in Chicago: City on the Make, a descriverla come “una città che non è mai stata buona con chi era buono con lei”, ma allo stesso tempo “una città che si può amare per le ragioni sbagliate”, non quella dei grandi grattacieli e dell’economia prospera, bensì quella dei vicoli e delle sale da gioco. Una città che vende sogni, ma soprattutto vive di fallimenti.
Qui a Chicago si sviluppa il più grande sistema sociale attorno a una disciplina come il wrestling. Ma è anche attorno al Metro (prima conosciuto come Smart Bar), al Cubby Bear, all’Oz / O’Banion’s e soprattutto nei primi spazi DIY dei sobborghi della working class che nascono band come Naked Raygun, Articles of Faith e Big Black, capaci di rappresentare il punk più politico d’America, diffidente verso il successo commerciale ma allo stesso tempo in grado di creare una profonda rete tra il centro cittadino e la periferia.
È una città che ha sempre incluso le minoranze, dove le comunità LGBTQ+, latine e afroamericane hanno avuto la possibilità di ballare fino al mattino la Chicago house degli anni Ottanta, prima di tornare al lavoro. La working class bianca del mondo punk e le comunità black della house music, tra rabbia e liberazione, tra drum machine e chitarre, vivono insieme il perenne autunno in cui questa città sembra essere avvolta.
Si parla di cultura di resistenza urbana, di etica DIY e di movimenti nati dal basso: nei quartieri, nelle strade, negli spazi autogestiti. Insieme al wrestling ovviamente, che qui è davvero una cosa seria.


