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17 domande sul calcio italiano per uscire dalla crisi
02 apr 2026
Il punto di vista di un allenatore sull'ennesimo fallimento della Nazionale.
(articolo)
8 min
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IMAGO / NurPhoto
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L'unica cosa più frustrante della mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali è affrontare il dibattito del giorno dopo. Ciascuno ha sempre una propria spiegazione, più o meno attinente al reale, più o meno in buona fede, e giustamente si affretta a condividerla col prossimo. In fin dei conti è anche da qui che si vede l’importanza del calcio per questo Paese, al di là di vetuste e nocive retoriche nazionaliste. La Nazionale italiana è catalizzatrice di momenti di condivisione, emotiva e razionale, ha la capacità di renderci un corpo unico ma multiforme, proprio in un’epoca frammentata che va incontro a un’atomizzazione della società, che ricerca la presunta emancipazione dell’individuo rispetto alla sua dimensione sociale.

La terza disfatta degli Azzurri l'abbiamo affrontata anche a La Riserva, in una puntata terapeutica che passa dalla rabbia alla delusione.

La Nazionale può essere qualcosa in cui identificarsi insieme, in maniera certamente critica ed eterogenea, ma è comunque un’esperienza da vivere con gli altri, un’occasione per condividere lo spettro di emozioni possibili attraverso il calcio. Un tipo di aggregazione che raggiunge il culmine proprio con un evento come il Mondiale. È fisiologico, quindi, sentirsi abbattuti per questo ennesimo fallimento.

Ancora una volta gli italiani dovranno fare a meno di condividere questa esperienza, e sicuramente non è una bella cosa, anche se ci sono problemi ben più gravi. Però chi vive il calcio da vicino, o dal suo interno, questo giorno della marmotta sta diventando estenuante. Personalmente, questa volta la nausea del dover rileggere le solite considerazioni al riguardo, persino quelle che condivido in pieno, è stata più forte del solito. Credo sia dovuto al fatto che se già per ben due volte (senza considerare quindi i due Mondiali fallimentari nel 2010 e nel 2014) il tonfo non è servito a rialzarsi allora non ci rimane più neanche la speranza che uno shock possa servire da impulso per un tanto agognato cambiamento. Se non tutto il male viene per nuocere, quand’è che si comincia a stare meglio?

Io faccio l'allenatore e nel mio piccolo da anni cerco, insieme ad altre persone a vari livelli, di dare voce a una prospettiva diversa di questo gioco. Una visione più sistemica e complessa di come possa essere inteso il calcio e di come le persone possano interagire al suo interno. Dopo questa ennesima batosta, durante l’ennesimo momento di critica al sistema, mi sono ritrovato a essere stanco persino delle mie stesse parole. Mi sento esaurito nel ripetere e ascoltare all'infinito i soliti concetti. La tentazione di alzare le mani, fare un passo indietro e rassegnarsi a questa nebbia è fortissima.

Mi sembra che sia un discorso che si lega direttamente alla mia professione. Chi vive il campo sa bene di cosa parlo: ci sono momenti in cui, pur dando il massimo, le cose semplicemente non girano, e ci sono cause che non dipendono dal nostro talento o dal nostro intervento. Proprio il ruolo di allenatore però non ammette fatalismo o rassegnazione, e impone di cercare soluzioni anche nei momenti più difficili o imprevedibili. Alla fine è vero quello che si dice con un po' di retorica, e cioè che dalle grandi crisi possono arrivare grandi opportunità di cambiamento. Anche nel calcio vero e proprio, in campo, è nel caos che squadre e allenatori possono esplorare nuove strade ed evolvere verso un livello di espressione superiore.

Vengo al dunque: su cosa concentrarci oggi per questo tanto agognato rilancio del calcio italiano? Non ci sono ricette magiche, gli argomenti sono sempre gli stessi. Metto in fila qui sotto qualche domanda che mi sembra più concreta rispetto ad altre che trovo più banali o che sono solo strumentalizzazioni. Insomma per avere delle risposte significative bisogna farsi le domande giuste.

Mancano i giocatori creativi?

Perché un’anonima riserva del PSV, Bajraktarević, provava giocate in una partita da dentro o fuori, mentre i nostri avevano le gambe che tremavano?

Le dinamiche che governano i settori giovanili su tutto il territorio ci vanno bene?

Perché si fanno sempre le scelte più conservative possibili, non solo in campo ma anche fuori, anche se ormai non c'è più nulla da conservare?

Da cosa nasce l’autoreferenzialità stagnante che non ci fa mettere in discussione abitudini metodologiche superate da decenni?

Perché il nostro campionato non ci abitua a vivere la dimensione più caotica delle competizioni internazionali?

Perché non riusciamo a farci contagiare in maniera positiva da nuove idee?

Perché quelle volte che lo facciamo, diventiamo troppo rigidi nelle loro interpretazioni, come se avessimo sempre fretta di stabilire nuovi dogmi? Gli italiani che giocano all’estero esistono?

Quanti italiani “in casa” ci stiamo perdendo per motivi burocratici e politici? Perché magari questi ultimi sono anche tra quelli che giocano di più da piccoli al di fuori di contesti controllati?

Perché si fa fatica a dare continuità ai più giovani?

Perché quando finalmente li mettiamo alla prova al livello più alto siamo subito pronti a buttargli la croce addosso?

Da cosa deriva il distaccamento tangibile in corso tra il calcio e i suoi tifosi e, in generale, chi lo segue?

La pratica popolare di questo sport è meno diffusa rispetto al passato?

Quanto incide il cambiamento degli spazi urbani e le scelte di investimento politiche sulla socialità?

Perché, al netto del tempo di gioco, le scuole calcio e i settori giovanili, che costano non poco alle famiglie, e sono visti come un business, non riescono a offrire un’esperienza formativa che possa replicare i pregi del gioco di strada?

Nessuna di queste domande è sufficiente di per sé a trovare una risposta definitiva alle difficoltà della Nazionale maggiore o alle fatiche delle squadre italiane in Europa (che comunque andrebbero relativizzate, se pensiamo alle molte finali europee degli ultimi anni): chiunque pensi che basti risolvere pochi problemi per ribaltare questa situazione sta vendendo fumo. Come tutti i problemi complessi non esiste il silver bullet, una singola soluzione definitiva.

Parliamo di una questione multifattoriale e transdisciplinare che andrebbe affrontata mettendo insieme vari punti di vista e specializzazioni diverse, in maniera condivisa e cooperativa. Mi sembra, però, che l'Italia, come società e come classe politica e dirigente, fatichi molto ad applicare questo modo di vedere le cose, anche ad ambiti ben più importanti di quello calcistico. E questo è anche a causa, oltre che della parcellizzazione della conoscenza, della competizione ossessiva, non quella positiva che è connaturata alla pratica sportiva (degli adulti), ma quella che ostacola lo scambio, la cooperazione e la contaminazione.

Se siamo d’accordo sul non rassegnarsi, però, bisogna comunque iniziare da qualche parte, avendo la consapevolezza paziente che, pur intervenendo su una o più cause alla base, non ci sarebbe necessariamente un effetto immediato e diretto sui risultati, e al tempo stesso la fiducia che anche un piccolo cambiamento in almeno una delle cose che non vanno potrebbe innescare un effetto farfalla di cui vedremo gli effetti solo nel lungo periodo.

Il problema non è certo aver perso ai rigori una partita in 10 contro 11 in uno stadio infuocato in Bosnia contro una Nazionale alla partita della vita. E forse non è neanche averle perse in modo diverso contro la Svezia del 2017 o la Macedonia del Nord nel 2022. Ciascuno di questi tre eventi è stato unico, ciascuna di queste partite è stata diversa e sarebbe potuta andare in modi estremamente differenti con anche solo pochi elementi di divergenza. Sappiamo quanto siano casuali i risultati delle singole partite. Del resto, di tutti i problemi elencati sul nostro sistema calcio, alcuni potrebbero essere benissimo condivisi anche con le stesse Nazionali che parteciperanno al Mondiale al posto dell’Italia, o potrebbero averne persino peggiori. Ancora, nel calcio le cose possono andare bene anche se si lavora male e viceversa. Quello che non è casuale, piuttosto, è che l’Italia si ritrovi ormai sistematicamente a giocarsi la vita all’ultima chiamata utile. Partite secche in cui, per definizione, può succedere di tutto.

E allora diventa più una questione di come assestarsi su un livello superiore, di arrivare a giocarsi altre battaglie. È questo che fanno le squadre forti, del resto: hanno uno standard di rendimento mediamente più alto. E se oggi l’Italia, soprattutto come Nazionale, si ritrova a essere una provincia del calcio internazionale è anche perché si ritrova a giocare partite decisive che reputa persino umilianti, contro squadre che invece possono viverle come occasioni della vita. Non è solo un discorso di motivazione, ma di consapevolezza del proprio posto nel mondo. Conoscere i propri limiti è il primo passo per superarli, no? Se il sistema non prende atto con umiltà dello stato delle cose, ciò influenzerà anche il modo in cui si sarà capaci di affrontare queste ultime chiamate sul campo.

Finché continueremo a vivere queste scottature additandole a questo o quel giocatore, facendo lotte da cortile tra tifoserie, chiedendo le dimissioni di questo o quel tecnico o politico, staremo guardando il dito e non la luna, curando il sintomo e non il problema. Il punto è che i giocatori e le squadre non sono “prodotti” di un sistema, perché non possono essere fabbricati e programmati. Piuttosto andrebbero considerati come entità che emergono da un sistema, il risultato di dinamiche non solo tecniche che lo caratterizzano. In questo ha un peso decisivo la cultura, e la cultura ci può mettere anche anni se non decenni a cambiare.

Quando una pianta non cresce, il giardiniere non interviene sulla pianta in sé ma sull’ambiente che la circonda: terra, luce, umidità, nutrimento, eccetera. Magari è una metafora abusata ma credo che renda bene l'idea su che atteggiamento adottare nella situazione in cui ci troviamo. Se iniziassimo a farci le domande giuste e a cooperare senza pregiudizi, a diversi livelli e da diversi punti di vista, aprendoci a riflessioni che rompono l’abitudine, pensando a intervenire più sull’ambiente e meno sulla pianta, avremmo qualche chance in più di venirne fuori.

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