
Quando Dimarco e Vicario sono stati colti a esultare per il rigore con cui la Bosnia ha estromesso il Galles dalla corsa alle qualificazioni, tanti italiani hanno avuto la loro stessa reazione.
Così, su due piedi, la sensazione di sollievo parrebbe logica: il Galles occupa la piazza 37 del ranking FIFA, mentre per trovare la Bosnia bisogna scendere fino al posto numero 66. Da un punto di vista puramente tattico è innegabile che quella di Craig Bellamy sia una squadra globalmente migliore, più completa, più solida, più affidabile.
Mettendo tutte le variabili in prospettiva, però, siamo davvero sicuro di affrontare l'avversario più debole?
Ci troviamo nel contesto di un playoff per il Mondiale, in una partita secca, e quindi si entra in un territorio in cui la regolarità non conta così tanto. Perché se il Galles sarebbe stato un avversario con una soglia minima di rendimento più stabile, la Bosnia, invece, è una squadra imprevedibile, fragile in alcuni momenti, ma capace di toccare picchi individuali ben più alti.
Detta in altri termini, la Nazionale di Barbarez possiede giocatori capaci di accendersi all’improvviso e di surfare sulle onde della partita. E siccome di potenziali momenti di svolta, di solito, sfide del genere sono piene, la Bosnia potrebbe rivelarsi un avversario ben più insidioso rispetto al Galles.
Abbiamo imparato a conoscere l’Italia di Gattuso come una squadra di minimi, che per evitare rischi in transizione prova a sviluppare il gioco in maniera estremamente rigida e controllata (col paradosso di perdere comunque male la palla e di rischiare lo stesso). Una squadra, insomma, a cui troppo spesso sembrano tremare le gambe.
La Bosnia, al contrario, è una squadra coraggiosa. Sarà per l'incoscienza di due talenti come Bajraktarević e Alajbegović sarà per l'esperienza di altri elementi, in ogni caso il modo in cui si sono presi questa finale racconta tutto del loro spirito. La reazione seguita all’1-0 dal Galles ne è la dimostrazione: i giocatori della Bosnia hanno continuato a premere sull’acceleratore, aizzando il settore ospiti non appena passavano dalla fascia sinistra, come se sapessero già che il gol sarebbe arrivato.
Da una parte, quindi, una Bosnia ottimista, che non ha paura di subire colpi. Dall’altra un’Italia che ne è terrorizzata, e che infatti ha espresso un livello di gioco accettabile solo dopo che l’Irlanda del Nord, a sua volta, era stata bloccata da un po’ di timore a seguito dell’occasione divorata da Retegui.
Il primo nemico dell’Italia, come ormai sappiamo da troppo tempo, è l’Italia stessa, perché altrimenti non si spiegano le difficoltà croniche contro Nazionali più deboli. La componente emotiva, quindi, nella partita di martedì avrà un ruolo preponderante. Ma nel caso della Bosnia, lo stato d’animo, l’entusiasmo di cui abbiamo parlato prima, si lega a doppio filo col modo in cui scende in campo la squadra di Barbarez. Anche così si spiegano le parole di Muharemović: «Temiamo solo Dio, vogliamo mangiarci gli italiani e divorare chiunque verrà a Zenica».
L'AGGRESSIVITÀ
Le parole del difensore del Sassuolo suonano senz’altro esagerate, ma in un certo senso riflettono l’atteggiamento della sua Nazionale. La Bosnia non aspetta, vuole subito conquistare il pallone e non ha paura di pressare alto. Anche in casa del Galles, sin da subito ha preferito cercare il recupero immediato, senza abbassarsi, almeno inizialmente. Aiuta, in questo senso, poter contare su una serie di giocatori formatisi nelle accademie della RedBull, portati, quindi, a difendere in avanti: Dedić, Alajbegović, Demirović e Kolašinac (che non ha mai giocato per Salisburgo o Lipsia, ma che conosciamo per la sua aggressività e che ha esordito tra i grandi nello Schalke 04 di Rangnick). Non importa che davanti Dzeko abbia 41 anni, la Bosnia non vuole concedere libertà all'avversario.
In fase difensiva la squadra di Barbarez può cercare subito il recupero alto, oppure assestarsi su un blocco medio. L’atteggiamento, in ogni caso, rimane aggressivo.
La Bosnia si dispone con un classico 4-4-2 in cui i riferimenti cambiano a seconda di dove si trova la palla e in cui uno dei due mediani, quindi, si alza sul centrocampista avversario più basso, mentre l’altro scivola alle sue spalle.
L’interpretazione degli scivolamenti e delle uscite, in fase difensiva, è piuttosto flessibile. Se, ad esempio, nello scivolamento si genera troppa distanza tra un centrocampista e l’altro, creando un buco nel mezzo spazio, da dietro un difensore può salire in maniera aggressiva per tamponare l’uomo: più volte, contro il Galles, si è visto Muharemović spezzare la linea per salire fin sulla trequarti offensiva per uscire su un avversario che altrimenti sarebbe rimasto libero alle spalle dei centrocampisti.

Un atteggiamento del genere, ovviamente, non è esente da rischi. Muharemović, a livello individuale, ha giocato una grande partita. Il Galles, però, delle volte è riuscito ad approfittare del buco che lasciava in difesa trovando l’uomo alle sue spalle.
Se il centrale del Sassuolo dovesse alzarsi nel mezzo spazio sulla nostra mezzala destra (Barella presumibilmente), si potrebbero creare delle combinazioni di catena per permettere proprio alla mezzala di ricevere nello spazio liberato dall'uscita del difensore, come aveva fatto il Galles nell’azione qui sotto:
In generale, comunque, la Bosnia dispone di difensori poco abituati a pensare a cosa accade alle loro spalle e che non si muovono bene di reparto. Non sono inappuntabili nel mantenere la linea. Cercare direttamente la profondità con Kean o con un taglio alle spalle del terzino di uno dei nostri quinti potrebbe essere una soluzione: a patto, però, di non renderla la nostra unica e prevedibile direttrice d’attacco, come contro l’Irlanda del Nord. Potrebbe servire come variazione sul tema, ma non come spartito dell'intera fase offensiva.
Inoltre, rispetto alla partita di Bergamo dovremo sistemarci meglio in prima costruzione. Gioverebbe passare un po’ di più al centro: la Bosnia non aspetta altro che chiuderci verso la linea laterale e scivolare in zona palla per recuperarla. Al centro, invece, potremmo incontrare spazi interessanti per il modo in cui difende la Bosnia. Non è scontato, perché non siamo abituati a farlo, ma sarebbe utile trovare Locatelli su una linea più avanzata rispetto ai difensori, usando il terzo uomo per farlo ricevere alle spalle dei due attaccanti che lo schermeranno.
Le squadre che scivolano devono per forza lasciare degli spazi scoperti, che si tratti del lato debole o di un corridoio interno. Il margine per sviluppare in teoria non manca. Nella pratica, però, la capacità dell’Italia di sfruttarlo è tutta da verificare.
In costruzione, giovedì scorso, gli azzurri erano piatti e non sapevano cosa fare con la palla. Una situazione di stallo, che però era anche confortevole: l’Irlanda del Nord non veniva a prenderci e nella peggiore delle ipotesi non avremmo perso palla, evitando di correre dei rischi. Martedì, invece, difficilmente disporremo degli stessi tempi morti con la palla tra i piedi dei nostri difensori. Avere il possesso senza sapere cosa farci, allora, diventerà un rischio, perché la Bosnia verrà a morderci per andare in porta.
Oltretutto, il prato di Zenica non è quello di Bergamo. A giudicare dalle immagini e dalle partite precedenti, il manto erboso del Bilino Polje già di per sé era brullo. In questi giorni, per giunta, ha nevicato e per la partita è prevista pioggia: come sarà la tenuta del terreno di gioco? Gli azzurri si abitueranno ai suoi rimbalzi? Oppure il prato sarà l’ennesima scusa per giustificare il fatto che il pallone scotti tra i nostri piedi?
IL TALENTO
Abbiamo visto come già dalla fase difensiva la Bosnia ci porrà interrogativi inediti rispetto all’Irlanda del Nord. La differenza più grande tra la Nazionale di Barbarez e quella di O’Neill, però, è chiaramente l’attacco. Non solo la Bosnia ha un potenziale offensivo di ben altro livello rispetto ai nostri ultimi avversari, ma possiede anche una qualità specifica che manca all’Italia: giocatori che dribblano.
Le ali Bajraktarević e Alajbegović sono pericolose in uno contro uno. Il primo è un classe 2005 nato negli Stati Uniti, ancora riserva nel PSV ma dotato di spunto e grandi qualità balistiche. Alajbegović, invece, è uno dei gioielli della scuola RedBull. Chiunque lo abbia visto in Europa League col Salisburgo è rimasto incantato dal suo talento, dalle sue magie nello stretto e dal suo tiro potente e preciso. Insieme a loro, anche Dedić del Benfica è un ottimo dribblatore.
Inutile girarci intorno, contro l’Irlanda del Nord potevamo anche permetterci di perdere palla male: i britannici non avevano comunque mezzi per colpirci, e infatti le possibili transizioni pericolose le hanno mandate a monte con errori d’esecuzione piuttosto banali.
Se però per sbaglio dovessimo lasciare a Dedić o a Bajraktarević le voragini che l’Italia di Gattuso è solita concedere in transizione, le conseguenze saranno ben più dolorose.
La Bosnia sa essere molto pericolosa a campo aperto. Come detto, è una squadra con alette veloci ed estrose e con un attaccante di grande lettura degli spazi come Demirović. L’elemento che però porta su tutt’altro livello le ripartenze bosniache, e dovremmo saperlo, è Edin Dzeko. Quando si tratta di muoversi incontro per smistare il pallone e decidere come dovrà svilupparsi la transizione, l’ex attaccante di Roma, Inter e Fiorentina sa ancora fare la differenza.
Se a campo aperto la Bosnia riesce ad appoggiarsi a Dzeko, allora anche Bajraktarević, Demirović, Dedić e Alajbegović diventano più pericolosi.
La prima preoccupazione per Gattuso, quindi, sarà di evitare di perdere male palla – come troppo spesso accade a seguito di cross o verticalizzazioni avventate, dopo che abbiamo svuotato il centro e abbiamo portato troppi uomini sulla linea degli attaccanti.
Ovviamente, non dovremo ignorare le fasi di gioco più statiche. Il 4-4-2 bosniaco di solito diventa un 4-2-4 o un 3-2-5 se Dedić si alza sulla linea degli attaccanti. I numeri, in ogni caso, servono a poco. La fase offensiva di Barbarez segue sviluppi piuttosto semplici, non si nutre di chissà quale varietà posizionale. A nobilitarla, però, ci sono le qualità individuali dei suoi interpreti.
La Bosnia costruisce per trovare il prima possibile i giocatori esterni: Bajraktarević sulla destra accompagnato da Dedić e Memić sulla sinistra (Alajbegović, come vedremo più tardi, di solito parte dalla panchina).
Memić è più diretto e ama scattare in profondità senza palla: è la meno tecnica tra le ali, ma è anche quella più fastidiosa per movimenti. Piccolo inciso: è dotato di una rimessa laterale piuttosto lunga (non come quelle di Kayode, che ci sarebbero servite come il pane), spesso utilizzata in zona offensiva. Bajratkarević, invece, è la classica ala che rientra sul piede forte.
Di solito la Bosnia arriva da loro sviluppando sull’esterno, anche con passaggi lungolinea, oppure lanciando sulle punte per creare seconde palle. Se gli avversari non pressano - cosa che l'Italia fa in maniera disordinata e solo in alcuni tratti di partita - Muharemović può usare i suoi cambi gioco per sventagliare verso la fascia. Un’altra alternativa in costruzione possono essere le conduzioni interne di Dedić, un terzino dalla vasta possibilità di scelta con la palla grazie alla sua qualità tecnica.
Qualunque sia la soluzione scelta in costruzione, l'obiettivo, comunque, rimane attivare le ali. Dai loro spunti dipende buona parte della produzione bosniaca. Ovviamente, non si può sperare di ricavare qualcosa da ogni loro ricezione. È per questo che alle volte la rifinitura appare un po’ monotematica, con un eccesso di cross a rientrare (cambia qualcosa se la Bosnia riesce ad alzarsi e a trovare con Muharemovic il passaggio taglialinee per Dzeko incontro).
Il fatto, però, è che a giocatori come Bajraktarević – o Alajbegović dalla panchina – può bastare un tiro creato dal dribbling per colpire. Oppure, un cross a rientrare particolarmente velenoso, visto che in area dovremo affrontare giocatori molto pericolosi di testa. Se Dzeko non ha bisogno di presentazioni, Tabaković, punta del Borussia Mönchengladbach, è alto un metro e novantasei.
Tabaković, di solito, non parte titolare: a meno di imprevisti, la coppia d’attacco preferita di Barbarez è quella formata da Dzeko e Demirović. Il fatto di poter contare a gara in corso su una punta da oltre dieci gol in Bundesliga con quelle qualità fisiche, però, dovrebbe invitarci a non sottovalutare il potenziale della Bosnia.
Del resto, sono stati i subentrati a dare l’accelerata decisiva per pareggiare contro il Galles. Se delle doti aeree di Tabaković si è già detto, anche l’ingresso del regista mancino Basić a centrocampo ha migliorato la squadra: forse la mediana è il punto debole della Nazionale balcanica (insieme al compagno di reparto di Muharemović dietro) e Basić dalla panchina sembra l’unico in grado di dare qualità in distribuzione.
Il vero supersub a disposizione di Barbarez, però, è Kerim Alajbegović: quando entrerà, sarà lui il giocatore più estroso di Bosnia-Italia. Il suo impatto a gara in corso è il motivo per cui il suo CT, ancora, preferisce farlo partire dalla panchina.
Con l’ala del Salisburgo in campo, a quel punto sulle fasce ci ritroveremo contro tre dribblatori puri (Alajbegović, Bajraktarević e Dedić). Un bel grattacapo, visto che né Politano né Dimarco sono specialisti dell’uno contro uno difensivo. L’esterno dell’Inter (dirimpettaio di Dedić e Bajraktarević) ha dimostrato di soffrire ogni volta che in Europa o con la Nazionale si trova contro un dribblatore (evenienza più rara in Serie A): garantirgli supporto con il centrale più vicino e con la mezzala sarà fondamentale.
In questi giorni abbiamo assodato come la maggior parte del pubblico italiano avrebbe evitato volentieri il Galles. Non è qualcosa di cui andare fieri, ma dopo due mancate di qualificazioni è normale provare paura anche della propria ombra. Da questo punto di vista, i cattivi pensieri potrebbero diventare qualcosa di molto concreto, viste le caratteristiche della Bosnia.
Non sarà per niente scontato portare la qualificazione a casa, viste le premesse.
La sofferenza, d'altro canto, è parte integrante del retaggio calcistico italiano, quasi l'humus dei suoi successi: l’epica delle partite contro Germania e Francia nel 2006, quella di Italia-Brasile 3-2 o di Italia-Germania 4-3 nasce tutta là, da novanta o più minuti vissuti come un percorso di espiazione.
Quando però la narrazione della sofferenza ci ha sopraffatto, e nella nostra testa i fantasmi sono cresciuti fino a diventare più grandi di quanto non fossero in realtà, siamo sprofondati nello psicodramma. Contro la Norvegia abbiamo iniziato a perdere nel momento stesso in cui abbiamo immaginato i denti aguzzi di Haaland affondare nella giugulare della nostra difesa, ben prima di scendere davvero in campo. Sembrava che proprio non ci fosse modo di evitare quelle sconfitte, siamo solo andati incontro al nostro destino.
Cosa temiamo di più, allora, della partita con la Bosnia? Dal punto di vista tecnico, troveremo un avversario che accetta lo scambio di colpi, e che quindi non ha paura di andare incontro al caos. Dzeko, poi, è il fantasma perfetto per infestare i nostri incubi. Il grande campione alla ricerca dell’ultimo ballo, che non si è lasciato benissimo con la Serie A e che conosce il nostro calcio come le sue tasche. Dzeko non solo ha registrato 5 gol e 3 assist nelle ultime 6 partite di Zweite Liga, ma sembra un uomo in missione con la sua Nazionale.
Dal punto di vista ambientale, invece, troveremo uno stadio piccolo e insidioso, col terreno reso ancora più infido dalla neve. Vogliamo parlare del tifo? Non c’è paragone tra ciò che ci aspetta in Bosnia e ciò che avremmo trovato in Galles: quella dell’atmosfera negli stadi britannici è una leggenda metropolitana, chi ha visto Galles-Bosnia sa che a cantare era solo il settore ospiti, occupato da un vero gruppo ultras.
La maturità, però, è anche convivere con le paure e relativizzarle. Solo così potremo crescere, superare indenni questa partita e tornare finalmente al Mondiale.
L’Italia ha bisogno di astrarsi dalla negatività che la circonda e razionalizzare. Realizzare che, nonostante tutto, siamo una squadra piena di giocatori di alto livello, più forte della Bosnia, e che i nostri di stadi caldi ne hanno visitati una settimana sì e l’altra pure.
Vogliamo parlare di campo? Se affrontata con la giusta freddezza, la baldanza della Bosnia potrebbe rivelarsi un vantaggio. La ricerca dei lanci sulle punte e delle seconde palle, ad esempio, può portare la squadra di Barbarez a perdere le distanze e regalare ripartenze: è proprio così che il Galles ha trovato il vantaggio e ha colpito un palo nel secondo tempo.
Avremo la lucidità per fiutare quegli spazi e sfruttarli? Di utilizzare i loro punti deboli a nostro favore? E soprattutto, di capire che i nostri punti di forza pesano più dei loro?
Lo sapremo solo martedì sera. Vedremo se la partita di Zenica sarà la storia dell'agognato ritorno al Mondiale o dell'ennesimo psicodramma.












