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Si può parlare di calcio dopo la simulazione di Bastoni?
16 feb 2026
Una riflessione per provare a uscire da un weekend di polemiche.
(articolo)
6 min
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IMAGO / Marco Canoniero
(copertina) IMAGO / Marco Canoniero
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«Di calcio oggi c’è davvero poco da parlare», ha detto Giorgio Chiellini. «È inaccettabile». Kalulu era stato ammonito due volte, entrambe ingiustamente ma in particolare la seconda, decisiva per il rosso. Bastoni arriva per primo su un pallone a metà strada, Kalulu lo tocca appena con una mano, gliela posa su un braccio, i piedi e le gambe non si avvicinano nemmeno a quelli di Bastoni che però si irrigidisce, si trascina a terra come se colpito duro, con la faccia che si contorce dal dolore.

Federico La Penna, l’arbitro, cade nell’inganno e non si prende neanche un secondo per pensarci, fischia fallo e tira subito fuori il secondo giallo. Bastoni esulta, Kalulu fa il segno della televisione, ovvero il segno del VAR, ma il VAR non può intervenire - in attesa che entri in vigore una modifica del regolamento già annunciata proprio per evitare casi del genere. La Juventus resta in dieci, l’Inter vince la partita. Che altro c’è da aggiungere?

Appunto: che altro c’è da aggiungere a una cosa che hanno visto tutti? Un errore tanto palese che per una volta mette d’accordo tutti, o quasi? Paradossalmente verrebbe da dire che è proprio sull’episodio dell’espulsione di Kalulu che c’è davvero poco da parlare.

Lasciano il tempo che trovano persino le dichiarazioni di Chivu, motivato forse dal desiderio di proteggere Bastoni, la reputazione di uno dei suoi giocatori chiave, dalle critiche anche molto violente che gli sono piovute addosso. Che devi rispondere a uno che dice che la mano di Kalulu che tocca appena Bastoni «gli ha impedito di andare in transizione»? Avrebbero potuto contraddirlo in diretta TV, o in conferenza stampa, ma non sarebbe cambiato molto. È una posizione talmente minoritaria, talmente di parte, quella di Chivu, che in un certo senso non merita risposta.

Hanno talmente ragione, Chiellini e il suo amministratore delegato Damien Comolli, che possono persino scendere nel corridoio che collega il campo con gli spogliatoi, a fine primo tempo, gridare contro l’arbitro in italiano e in inglese, senza che nessuno osi dirgli niente. Per carità, non sono belle immagini e in teoria sarebbero da criticare, ma come fai a dargli contro dopo che hanno subito un torto del genere?

Ma allora, se siamo tutti d’accordo che l’arbitro ha fatto un errore, che è stato ingannato da un giocatore (come spesso accade, su questo almeno ha ragione Chivu), e che il regolamento non l’ha aiutato, di cosa dobbiamo parlare?

Cancelliamo le trasmissioni post-partita. Mandiamo in loop le immagini della simulazione di Bastoni. Condividiamole sui nostri account social e scriviamo tutti che è inaccettabile. Parliamone nei dettagli - non c’era neanche il primo giallo a Kalulu, è Barella che gli va addosso - ricordiamo che anche Bastoni era già ammonito e se l’arbitro avesse visto bene sarebbe stata l’Inter a giocare in dieci. Dedichiamo almeno il resto della serata alla celebrazione negativa di questo episodio scandaloso, chiediamo riforme, cambiamenti, garanzie, squalifiche per Bastoni (che da regolamento non dovrebbero esserci, perché la prova video non viene utilizzata in caso di simulazione per un secondo giallo); chiediamo che qualcosa cambi, non importa cosa, qualcosa, pur sapendo che comunque tra un anno, un mese, una settimana, ci sarà un episodio diverso - magari meno chiaro ed evidente - per cui indignarci.

Il paradosso è che quando succedono cose così grandi è naturale che si finisca a parlare quasi solo di quelle, e che poi, di partite del genere, siano proprio queste le uniche che restano. Qualcuno ricorda qualcos’altro della partita del “contatto tra Ronaldo e Iuliano”? Nessuno ricorderà il gol di Locatelli, o quello di Pio Esposito, in questo Inter-Juventus. Quello di Zielinski, facciamo come se non fosse mai esistito. Semmai, quindi, se qualcuno aveva qualcosa di calcistico da dire, il momento sarebbe stato quello.

Verrebbe anche da chiedere - e sarebbe stato interessante chiederlo a Chiellini e Comolli - cosa abbia continuato a giocare a fare la Juventus. Se ha ragione Comolli quando dice che «non abbiamo potuto giocare, non abbiamo potuto vincere, in circostanze del genere», perché non ha chiesto alla squadra di uscire dal campo, come ha fatto - salvo poi cambiare idea - il Senegal in finale di Coppa d’Africa? Perché quando sono scesi a fine primo tempo non hanno chiuso i giocatori nello spogliatoio? Una pura questione di etichetta: c’è un limite invisibile che persino in Italia non vogliamo superare?

A parole, però, lo superiamo eccome quel limite. Chiellini e Comolli stavano facendo il loro lavoro, stavano mettendo pressione come fanno tutte le società dopo aver subito un torto, vero o presunto. Il problema è che quello che per Chiellini e Comolli è lavoro, poi diventa cultura e sentimento popolare, viene preso alla lettera dai tifosi e ripetuto nelle discussioni tra persone comuni. E allora chi parla di calcio - pur sottolineando l’errore - è in mala fede, vuole spostare il centro dell’attenzione. Come se fosse possibile, anche volendo.

Cos’è questo desiderio negativo, la pretesa che nessuno dica niente di diverso da che scandalo, che ruberia? Cosa spinge Chiellini a negare una partita che, seppur in condizioni svantaggiose, la sua squadra ha giocato? Una partita il cui senso sta proprio nel modo in cui la Juventus è riuscita a giocare bene nonostante le condizioni svantaggiose? Cosa ci guadagna Chiellini, o la Juventus, o il calcio italiano se è per questo, nel parlare solo di quell’episodio, nel ridurre tutto il discorso a un errore arbitrale?

Cosa spinge Chiellini a ritenere che di fronte a un episodio del genere tutto il resto sparisca - o meglio: debba sparire? Non ci sarà un po’ di violenza anche in questo? Non sarà l’ennesimo riflesso di una cultura che confonde gli avversari con i nemici, che divide tutto in tifoserie opposte, anche quando siamo tutti dalla stessa parte, come in questo caso? Che vuole cancellare tutto tranne la propria voce, i propri argomenti?

La partita è stata falsata? In una certa misura lo sono tutte le partite in cui c’è un errore. E sono davvero molte, specie secondo il giudizio dei tifosi. Si va oltre proprio perché si dà per scontato che accidenti dovuti a sfortuna, fortuna o sviste arbitrali, facciano parte della natura del calcio. Certo rimanere con l'uomo in meno rende quasi impossibile vincere la partita, ma il risultato non è la sola cosa che conta. La più importante, magari, soprattutto dal punto di vista dei dirigenti, ma non dovrebbe essere l'unica, mai.

Ridurre le partite, i campionati, a questi episodi, non fa altro che alimentare quella cultura secondo cui siamo circondati da nemici, siamo tutti vittime di ingiustizia, a turno. Oggi è toccato alla Juventus, in Champions contro il Liverpool è toccato all’Inter (anche su questo, volendo, possiamo dare ragione a Chivu). A un certo, se le cose stanno così, cosa continuiamo a guardarle a fare le partite, tutte le partite?

Nella giornata di ieri, Rocchi ha chiesto scusa a nome di tutta la classe arbitrale: «Siamo molto dispiaciuti». Mentre Elkann ha chiamato Gravina per salvaguardare "la credibilità del calcio italiano”, secondo l’Ansa. Che altro si può fare? Quanto vogliamo andare avanti?

Mentre Chiellini e Comolli erano in collegamento con DAZN, Giaccherini ha provato a parlare di calcio. «Stasera avete fatto una grandissima partita…», ha detto a Chiellini. «Sì c’è del buono… ma poi ti guardi indietro e come fai a parlare di una partita. Di calcio oggi c’è davvero poco da parlare».

Adesso che scrivo sono passate più di ventiquattro ore. Tecnicamente non è più oggi. Ma ormai nessuno ha più voglia di parlare di calcio.

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