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Il senso dei fischi a Bastoni
06 mar 2026
L'indignazione nei suoi confronti ci parla dei nostri limiti morali.
(articolo)
9 min
(copertina)
Foto IMAGO / Goal Sports Images
(copertina) Foto IMAGO / Goal Sports Images
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Proviamo a immaginare una persona che non segue assiduamente il calcio italiano e ne conosce solo a grandi linee le dinamiche, e che si colleghi a una recente partita dell’Inter. Una partita giocata a Lecce, a Como, per esempio. L’Inter ha la maglia nerazzurra e si scambia la palla, e quando questa poi raggiunge un calciatore specifico con la maglia numero 95 il clima dello stadio cambia. Si sentono fischi sonori, potenti, indignati. Il numero 95, alto e slanciato, non fa niente in particolare, ma il pubblico sembra non poterne sopportare la stessa esistenza. E vuole farglielo sentire disapprovandolo sonoramente.

Ora proviamo a immaginare di dover spiegare a questa persona - magari straniera, magari appassionata di altri campionati, magari inglese - perché fischino Bastoni. Cosa è successo? Quasi un mese prima l’Inter, la squadra nerazzurra, ha giocato contro la Juventus in una partita così sentita che viene pomposamente chiamata “Derby d’Italia”, e questo Bastoni ha commesso una scorrettezza.

Che tipo di scorrettezza è stata? Bastoni si è sentito toccato con una mano e si è buttato a terra teatralizzando il contatto. Il fallo non c’era, ma lui ha ingannato l’arbitro, che a velocità normale poteva pensare che si trattasse di fallo. Il suo avversario è stato espulso per somma di ammonizioni e la sua squadra, alla fine, ha vinto la partita. Da quel momento Bastoni viene fischiato in ogni stadio d’Italia perché non gli si perdona l’anti-sportività. Sono passate tre settimane, quasi un mese, ma quest’odio non sembra destinato a scemare. Siamo un paese frantumato, sbrindellato, in mille correnti di pensiero e odi contrapposti, ma l’odio verso Bastoni ci unisce.

Provate a immaginare di spiegare così, l’odio incondizionato e totale per Alessandro Bastoni sintetizzato dai fischi. Provate a immaginare cosa possa rispondervi questa persona. Magari, con un filo di provocazione, potrebbe osservare: non siete voi italiani degli amanti della furbizia, dell’inganno, dell’inghippo? Non vi piace, forse? E ora ve la prendete con un simulatore, che si è limitato a fare quello che fate da tutta la vita?

Magari potreste offendervi, a queste parole, sentirvi ridotti a uno stereotipo. Avreste ragione, ma capireste anche che il vostro amico non ha tutti i torti. Quelle cose di cui parla - la furbizia, gli impicci, i raggiri - un po’ ci piacciono, almeno nel calcio. Almeno se siamo noi a praticarli, restando dentro certi limiti - a volte sottili e magari incomprensibili all’esterno. Fanno davvero parte del nostro modo di vivere lo sport. Ci piace il cinismo, ci piace riuscire a fare il massimo col minimo, e sentirci più furbi degli altri.

E allora perché fischiamo Alessandro Bastoni, che in fondo ha fatto non solo quello che fanno in tanti tutte le domeniche, ma che hanno fatto i nostri idoli del passato, gli stessi idoli di Alessandro Bastoni?

In questi giorni di polemiche, nei tribunali dei social si stanno tirando fuori parecchi episodi. Per esempio una simulazione di Giorgio Chiellini in area contro la Svezia, con annesso sguardo di sbieco verso l’arbitro per controllare che ci fosse cascato. Un buon esempio resta però il rigore di Fabio Grosso contro l’Australia ai Mondiali del 2006. Nonostante Grosso ripeta da anni che era rigore, è molto difficile credergli del tutto. Nei racconti che si fanno di quel match la parola “furbizia” è associata a Fabio Grosso e a quel rigore molto spesso: "(…) lo ha fatto quando avete conquistato il rigore contro l’Australia, con una giocata di qualità e furbizia" (Cronache di Spogliatoio), "(…)arrivato grazie alla furbizia di Grosso e alla freddezza dal dischetto di Francesco Totti” (Bergamo News); “(…)senza il rigore guadagnato con un po’ di astuzia” (goal.com). Durante la telecronaca, mentre Grosso era a terra commosso, Caressa e Bergomi ammisero ridendo che il rigore non c’era. La stampa internazionale parlò di rigore regalato; sul Clarín scrissero che l’Italia giocò per novanta minuti “Un calcio meschino”. Leggendolo, noi godevamo. Cosa c’è di più bello che vincere meritatamente una partita importante, o contro gli odiati rivali? Risposta facile: vincere immeritatamente. Magari con un rigore rubato all’ultimo minuto. In Italia un quotidiano nazionale come Tuttosport fece la prima pagina “Più bello così” quando la Juventus eliminò l’Inter dalla coppa giocando male.

Il classico "sguardo in camera" di Fabio Grosso.

Sono idee fissate nella cultura e nel discorso soprattutto da Gianni Brera - che forse si limitò a raccogliere e a dare voce a un sentimento popolare. L’idea di Brera è che gli italiani non possono competere con gli avversari in una gara a chi è il più forte. Siamo troppo deboli per farlo, da mediterranei siamo troppo inclini alla pigrizia, disprezziamo il lavoro fisico. Dunque dobbiamo arrangiarci. (In un altro momento magari potremo ragionare sul perché abbiamo prodotto, come paese, due culture fissate con la forza e il vigore fisico come il fascismo e la Serie A. Roba da psicanalisi). Arrangiarsi significa giocare in modo difensivo, farsi furbi, ma anche sfruttare il regolamento a proprio vantaggio. Il cinismo come valore assoluto: raggiungere il fine con qualsiasi mezzo.

Quando il giornalista Riccardo Trevisani afferma che «Nel calcio si va in campo per fregare gli avversari» può scandalizzarci, ma ammette quello che ci diciamo tra di noi - con toni meno espliciti - da sempre. È un carattere opportunista, un po’ meschino, che conosciamo bene, che amiamo e disprezziamo allo stesso tempo, e che nel cinema è incarnato alla perfezione da Alberto Sordi in diversi film. È una riduzione a stereotipo che qualcuno può trovare offensiva, ma fa parte del modo in cui amiamo raccontare noi stessi - ancora oggi per esempio in certi film di Checco Zalone. Il calcio è un territorio in cui ribadiamo questi caratteri in modo più libero, senza vederci alcuna problematicità.

Degli ultimi Europei vinti dall’Italia ricordiamo con piacere due momenti in particolare, e nessuno dei due è un gesto tecnico o un momento strettamente sportivo. Il siparietto in cui Giorgio Chiellini bullizza simpaticamente Jordi Alba durante il sorteggio prima dei calci di rigore di Italia-Spagna; e poi il fallo di Giorgio Chiellini su Saka lanciato a rete. Entrambi i momenti ci hanno esaltati, resi fieri, nonostante non siano esattamente degli esempi di sportività. In particolare il fallo su Saka è stato sofferto da una cultura moralista come quella inglese, scandalizzata sia dal gesto in sé che dalla nostra celebrazione dello stesso. Vagli a spiegare.

«Devi essere efficace, non bello» dice Chiellini citando Brera.

È chiaro che sono episodi diversi da quello di Bastoni con Kalulu, che sposta la soglia di moralità un po’ più in là. Una simulazione è più problematica perché non è un gesto al limite ma infrange chiaramente l’ordine morale, e pure regolamentare. È prevista una sanzione per i simulatori. Ma per favore, cercate di capire, il senso resta simile: giocare ai limiti del regolamento, anche oltre, o attraverso di esso; trarne vantaggio in un modo o nell’altro. Fregare l’arbitro, fargli credere cose diverse.

Insomma: se fossimo in Inghilterra - un paese che ama vedersi come leale e custode dei valori sportivi - i fischi a Bastoni avrebbero avuto una loro linearità. Non stupiscono nemmeno più di tanto le provocazioni di uno scandinavo come Knutsen, che prima di Bodo-Inter ha punzecchiato l’Inter: «Spero sia una partita leale». Ma in Italia non abbiamo spesso celebrato quest’arte di arrangiarsi, di farsi furbi? Allora forse sta cambiando la nostra cultura sportiva?

Non credo. Mi pare piuttosto che questo episodio dimostri che a piacerci sia proprio la contraddizione. “Il fesso” e “il furbo” sono due figure non alternative ma necessarie l’una all’altra della cultura italiana, come la virtù e il vizio, il cattolicesimo e il berlusconismo. Sappiamo rispecchiarci alternativamente nell’uno e nell’altro: la Nazionale fessa che si fa fregare dall’arbitro Moreno, e la Nazionale furba che frega gli ottusi olandesi a Euro 2000. Siamo l’uno e vorremmo essere l’altro, a momenti alterni (vi siete mai chiesti perché Una poltrona per due ha così successo in Italia?). A proposito della vittoria dell’Italia sulla Germania nella “Partita del secolo”, ai Mondiali di Messico 70, Brera commentò che “I tedeschi sono proprio tonti”.

Dov’è il limite morale di questa furbizia?

Nell’episodio di Bastoni c’è una violazione e a quel punto il campo da calcio esibisce i limiti morali che ci circondano, proprio come fa il wrestling. Come nel wrestling un personaggio dell’universo narrativo - già conosciuto e piuttosto odiato - ha avuto una esplicita svolta morale, quella che si definisce una “turn”: una figura a lungo sospettata come cattiva che finalmente rivela la sua faccia in maniera esplicita. Non solo simula, ma poi esulta per la simulazione con una posa malvagia, mentre l’ingenuo Kalulu sgrana gli occhi. Un meme instantaneo, un’immagine che ha l’eccesso del wrestling appunto. In più Bastoni in quel momento svela la faccia esatta che una parte del pubblico italiano voleva vedere: quella dell’Inter ladra e arrogante. La squadra che detiene il potere, che se ne approfitta, e che è pure compiaciuta nel farlo - secondo la narrazione della “Marotta League”. Un momento da wrestling, dove - come scrive Barthes - i personaggi fanno esattamente ciò che ci si aspetta da loro, e lo fanno con enfasi esagerata. L’esultanza di Bastoni ha la “chiarezza totale” del wrestling. Uno di quei momenti in cui il cattivo sottomette il buono grazie a un trucco disonesto, e poi guarda il pubblico con un ghigno soddisfatto. E il pubblico? Il pubblico fischia, inveisce contro il cattivo, esprime la sua disapprovazione con altrettanta teatralità. Se Bastoni non avesse esultato probabilmente i toni attorno sarebbero stati ben diversi.

Attraverso la sua esultanza sfacciata, Bastoni ha superato il limite morale di una furbizia che consideriamo accettabile, e ora quindi si prende l’indignazione del pubblico. Scrive Barthes: «Se il traditore si rifugia dietro le corde facendo capire la realtà del suo torto con una mimica sfrontata, ne viene spietatamente riacciuffato, e la folla delira di fronte alla violazione della regola in nome di un meritato castigo».

C’è sicuramente una parte di pubblico italiano che si sarà sentita sinceramente tradita dal gesto di Bastoni. Quante volte abbiamo letto e ascoltato, in queste settimane, gente definire il gesto di Bastoni “il più orribile visto su un campo da calcio”? Un’altra parte del pubblico lo fischia, però, credo, stando al gioco, interpretando il campo come il palco di un teatro e Bastoni come un cattivo che ha violato un ordine morale che in genere, almeno su un campo da calcio, interpretiamo piuttosto liberamente. Gli ricordiamo questi limiti, vaghi ma presenti.

Chissà come li vive lui, Bastoni, questi fischi; chissà come lo fa sentire, sentirsi odiato da parti del paese così opposte, da Como a Lecce, distanti mille chilometri. Chissà se lo trova surreale, o ingiusto, se lo scalfisce. Di certo non deve essere semplice, preferirebbe che quei fischi non ci fossero. Magari sta cercando attorno a sé narrazioni che lo aiutino a dargli un senso: l’odio rende gli atleti più forti, bisogna imparare a isolarsi da tutto e tutti.

Chissà come si sente, Bastoni, a essere diventato un cattivo del wrestling, di fronte a un pubblico coeso dello scandalo morale. Ci indigniamo ma forse moriremmo di noia se non ci fossero episodi come questo, in cui forse subentra anche un livello psicanalitico: non stiamo forse fischiando una parte di noi, che amiamo e odiamo allo stesso tempo? Non stiamo forse ricordando quei limiti morali a noi, più che a Bastoni?

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