Esclusive per gli abbonati
Newsletters
About
UU è una rivista di sport fondata a luglio del 2013, da ottobre 2022 è indipendente e si sostiene grazie agli abbonamenti dei suoi lettori
Segui UltimoUomo
Cookie policy
Preferenze
→ UU Srls - Via Parigi 11 00185 Roma - P. IVA 14451341003 - ISSN 2974-5217.
Menu
Articolo
Arianna Fontana, l'impossibile
20 feb 2026
Ritratto della più grande atleta italiana alle Olimpiadi.
(articolo)
22 min
(copertina)
IMAGO / ABACAPRESS
(copertina) IMAGO / ABACAPRESS
Dark mode
(ON)

A due giri dalla fine Arianna Fontana sa già che Xandra Velzeboer è troppo lontana. Ha dieci anni meno di lei e negli ultimi anni si è presa tutte le gare su questa distanza, i 500 metri, ad eccezione dei Mondiali del 2024 di Pechino dove l’ha battuta Kim Boutin, che al momento arranca al quinto posto proprio dietro Fontana.

In semifinale Fontana era capitata in una batteria complicata, tra le sorelle Velzeboer, Selma Poutsma (ora terza dietro di lei) e Santos-Griswold, medaglia di bronzo agli ultimi Mondiali. Xandra Velzeboer si qualifica firmando il record del mondo in una batteria velocissima, Arianna Fontana però si adegua e chiude a poco più di un centesimo e qualificandosi senza ripescaggi per la finale A, quella che assegna medaglie. La fortuna di Fontana è sempre stata quella di riconoscere i propri limiti, e se necessario superarli.

In finale però non ha la stessa brillantezza e già dopo tre giri è evidente che a meno di cadute ci sarà il primo trionfo olimpico della Velzeboer. Poutsma e Courtney Sarault sono appiccicate all’atleta azzurra, che capisce il momento e come una macchina di Formula 1 difende religiosamente la traiettoria interna dagli attacchi della olandese. Certo, ci sarebbe possibilità di poterla passare all’esterno, e Sarault ci prova anche, ma in quel momento Fontana sembra intangibile. Nessuno attacca Fontana in maniera troppo aggressiva, perché le avversarie sanno che non ci sarà spazio.

Finisce così, con un argento comandato praticamente per tutta la gara. La seconda medaglia personale nei Giochi Olimpici di Milano-Cortina, la tredicesima in assoluto che le permette di eguagliare il record di Edoardo Mangiarotti, che lo aveva fissato nel fioretto a squadre in altri Giochi casalinghi, quelli di Roma del 1960.

Dopo la gara, però, Fontana sembra amareggiata e si sente in dovere di spiegare la propria lentezza, causata a suo modo da vedere più da un problema di lame che da poca brillantezza fisica. «Il mio obiettivo non era fare da tappo. Purtroppo durante la prima partenza mi sono toccata col destro ed Anthony [Lobello il marito-coach, ndr] è riuscito a sistemare la lama più o meno, mentre nella seconda partenza mi hanno toccato di nuovo, questa volta sul sinistro, e mentre pattinavo sentivo che le lame non erano al proprio posto ed è per questo che non sono riuscita a stare insieme a Xandra. Una volta finita la gara, quando Anthony ha controllato le lame, mi ha guardato e mi fa: “Non so come hai fatto a non cadere”».

L'età media delle partecipanti alle gare di short track a Milano-Cortina 2026 era di 24,8 anni per quanto riguarda la distanza dei 500 metri. Le avversarie principali di Fontana in finale erano la 24enne Velzeboer, la 25enne Sarault e la 26enne Poutsma. L’italiana è in assoluto la pattinatrice più anziana per quanto riguarda lo short track in questi Giochi Olimpici. «Essere qui è un grande traguardo, essere competitiva a 35 anni contro chi ha dieci anni in meno mi fa capire che tutte le decisioni prese in questi anni hanno dato i loro frutti».

Quando Arianna Fontana vince la sua prima medaglia olimpica, a Torino 2006, Xandra Velzeboer ha solo quattro anni.

ARIANNA
È il 1994, Arianna Fontana ha quattro anni e vive a Polaggia, una frazione di Berbenno di Valtellina, in provincia di Sondrio. Una dimensione agreste: un paesino da 1.500 abitanti di una cittadina da nemmeno 5.000 incastonata in mezzo alla Valtellina. Oggi a Polaggia ci organizzano un festival di musica jazz, ma il paesaggio dal valtellinese non è troppo cambiato dalla fotografia ferma nei ricordi di Arianna Fontana. «Passavamo l’estate in una baita senza elettricità e acqua calda, non c’era assolutamente nulla. Era all’antica, però per me, mio fratello e i miei cugini era il Paradiso. Passavamo tutto un mese in questa baita ed era solo divertimento, stare in natura, avevamo costruito anche una casetta sull’albero. E l’albero era il nostro galeone, la nostra fortezza, ci inventavamo la qualunque pur di stare insieme nella natura».

È a quattro anni che Arianna Fontana mette ai suoi piedi dei pattini per la prima volta. La colpa è del fratello maggiore Alessandro, che aveva già iniziato da qualche anno: «volevo fare tutto quello che faceva mio fratello». La voglia di batterlo, dato che era molto veloce, l’ha motivata a continuare.

Le cose non sono iniziate nel migliore dei modi. Uno dei primi maestri della Fontana aveva consigliato alla madre e il padre di farle cambiare sport, dato che cadeva di continuo. È un topos delle carriere di queste leggende sportive. Da Messi che viene scartato perché troppo basso, fino a Michael Jordan tagliato dalla sua squadra di basket perché non abbastanza bravo. Un tocco di dolore che funziona da leva per la risalita del campione.

Il racconto di Arianna Fontana però è molto sincero. E soprattutto non ha, come quasi tutte queste storie, un sentimento di rivalsa. «Non era colpa sua però, stavo sempre a terra e sono dovuta passare alle rotelle. Non stavo dando il meglio di me agli inizi, non stavo in piedi e cadevo sempre. Non c’era verso di stare in piedi e quindi quando mi mettevano sulle rotelle mi spostavano sul prato perché almeno così anche le rotelle non scivolavano troppo. Vedendo mio fratello che andava veloce sui pattini e scheggiava avanti e indietro ho voluto imitarlo e non ho mollato». Il fratello, la madre, il padre, Polaggia. Oggi, quando parla della sua vita, Fontana ci tiene sempre a rimarcare come possa trovare nella famiglia un porto sicuro.

E in Valtellina ci torna appena può.

D’altronde questa storia non sarebbe neanche iniziata se papà Renato e mamma Maria Luisa non avessero fatto sacrifici importanti per farla continuare a pattinare. Da un paesino della Valtellina arrivare agli impianti di short track italiani, come potete immaginare, non è semplice. La società in cui pattina Fontana in Valmalenco, vicino Sondrio, chiude e la famiglia è messa davanti ad una scelta: ogni giorno, per cinque giorni a settimana, tre ore di macchina totali per andare e tornare da Bormio, se la giovane Arianna vuole continuare a pattinare.

I genitori fanno il sacrificio pur di far continuare Arianna, alternandosi negli spostamenti con i genitori di una sua compagna di squadra, anche lei della Valtellina. E nonostante la fatica, Fontana ci tiene a rimarcare i valori instillati dai genitori, che erano i primi a spingerla a continuare ad allenarsi anche nei giorni più “stanchi”. Un senso di responsabilità profondo verso lo short track.

«Verso i 13 anni ho capito che il pattinaggio poteva essere più di un passatempo, il periodo delle prime convocazioni nazionali». A 15 anni però Fontana deve scegliere se continuare così, di fatto perdendo tre ore al giorno nei viaggi, oppure lasciare casa per andare a vivere da sola a Bormio. «Con la scuola era più semplice spostarsi a Bormio, perché la squadra nazionale si allenava lì ai tempi, e spostare tutto a Bormio rendeva tutto più semplice». La fa sembrare una cosa piuttosto semplice, ma stiamo comunque parlando di una ragazzina che lascia casa così presto, per uno sport in cui l’avvenire non è per forza ricco e luminoso.

Il suo carattere Arianna Fontana forse lo deve a quegli anni lì, tra il viaggio Bormio-Valtellina quasi tutti i giorni, il trasferimento a Bormio e il doppio impegno con la scuola. L’ambizione era chiara già da quando a 7 anni veniva intervistata da UnicaTV, la televisione locale di Sondrio, durante una gara sul ghiaccio tra bambine. «Vinci questa coppa?», la piccola Arianna ride timidamente per poi rispondere «Credo di sì».

In un’intervista recente a Sportweek le è stato ricordato un lancio di un’agenzia stampa ai tempi di Torino 2006, in cui pare abbia detto, dopo la medaglia, «io le avversarie le sbrano». La sua risposta? Imbarazzo. «No! Impossibile. Sarà stata una battuta. L’euforia. Mai stata una che se la tira. Non mi piace parlare di me, delle mie performance, mi sarà scappata…». Un’antidiva paradossale per un Paese come l’Italia, che di campioni come lei ne ha avuti pochi.

LA RICERCA DEL LIMITE
«Ricordo ancora il nervosismo della prima gara, ero sulla linea di partenza, mi tremavano le gambe ed ero spaventata all’idea di essere squalificata». Torino 2006 per l’atleta italiana più medagliata della storia ai Giochi Olimpici è quasi un ricordo sfocato. Allora ha 15 anni e 314 giorni e, grazie al bronzo nella staffetta 3000 metri femminile, diventa l’atleta italiana più giovane ad aver vinto una medaglia nei Giochi invernali.

Quando ci torna oggi, su Torino 2006, Fontana avrebbe voluto godersela di più e con la consapevolezza attuale. «Ero timida e di poche parole, con gli anni ho imparato a gestire. Non realizzavo la portata dell’evento, l’ho fatto solo dopo quando sono tornata a casa e ho trovato tutto il paese in piazza per me, col parroco che suonava le campane a festa. In quel momento ho realizzato che, cacchio, la medaglia che portavo al collo era altro».

La dimensione privata in cui è “solo Arianna” con parenti e amici (tra cui la migliore amica Veronica, che le ha regalato una tartarughina che tiene sempre in borsa come portafortuna) si interseca con quella in cui è “Arianna Fontana”, l’olimpionica. A vederla nell’Oval Lingotto di Torino c’era anche il suo fan club ufficiale, nato qualche giorno prima. Un pullman di amici, conoscenti, concittadini, familiari che si era spostato da Berbenno per vederla e che continua ancora oggi a seguirla in tutto il mondo, quando possibile.

Torino 2006 sono soprattutto i Giochi di Enrico Fabris, che vince l’oro nei 1500 metri, nell’inseguimento a squadre e la medaglia di bronzo nei 500 metri, il primo italiano di sempre a riuscirci nel pattinaggio di velocità. Per certi versi un passaggio del testimone con Arianna Fontana, che già a Torino promette bene pur uscendo nei quarti di finale dei 500 metri, ma in una batteria difficile con le due finaliste Leblanc-Boucher (bronzo) e Fu Tanyu.

Va meglio nei 1000 metri, dove vince la finale B, ma Fontana non è soddisfatta. «Quando sono entrata in Nazionale a 15 anni sapevo di essere bravina ma i risultati non arrivavano. Sapevo leggere bene le gare ma non bastava. Le mie avversarie erano più forti fisicamente di me ed avevano una tecnica di gara più efficiente, ho iniziato a pormi delle domande». Questa continua ricerca del miglioramento sarà il leitmotiv della sua carriera dentro e soprattutto fuori dalla pista, come vedremo. E a Vancouver 2010 arriva la prima medaglia olimpica nell’individuale per un’atleta donna, il bronzo sui 500 metri.

La parola fine di questa storia sarebbe dovuta arrivare nel 2014, alle Olimpiadi di Sochi, due anni dopo la vittoria della Coppa del Mondo nel 2012 (anche qui, la prima). «La mia idea era vado a Sochi, vinco l’oro, chiudo la baracca e me ne vado a casa e sono a posto». L’oro però non arriva, perché nella finale dei 500 metri, la sua distanza, la britannica Elise Christie causa la caduta delle sue tre avversarie al primo giro con un tentativo di sorpasso, spedendo la poco accreditata cinese Jianrou Li verso un oro “alla Bradbury” (che tra l’altro Fontana ha conosciuto e lo ha definito «un simpatico freak»). Fontana si rialza e si prende la medaglia d’argento, e a fine giochi il conto medaglie assoluto sarà quattro, mica male ma non abbastanza per una pattinatrice sempre alla costante ricerca del proprio limite.

Che sapore incredibile di Internet di inizio anni ‘10.

E se prima la dimensione di Arianna, privata, si intreccia con Fontana, olimpionica, dopo Sochi 2014 lo sarà ancora di più. Bisogna fare un passo indietro, al 2011, l’anno in cui Arianna Fontana “conosce” Anthony Lobello, pattinatore nato in Florida ma che dal 2012 inizia a gareggiare con la Nazionale italiana per le sue origini paterne. I due in realtà si erano incrociati già a Torino 2006, quando Fontana aveva 15 anni e Lobello 22. Si erano persino scattati una foto insieme sulla pista di Torino, ma Fontana di quel momento non ha ricordi. Quando lo ritrova quindi è come conoscerlo per la prima volta.

Nel 2011 iniziano a frequentarsi, anche se l’italo-americano in quel momento è impegnato con un’altra ragazza. C'è un tira e molla che vi lascio immaginare ma dopo qualche mese lui viene in Italia per lei. «I primi giorni lo evitavo, ma poi le cose sono andate come dovevano andare e ora [siamo nel 2023, ndr] siamo sposati da undici anni». Non voglio fare gossip: l'incontro con Lobello è un passaggio fondamentale della sua storia sportiva.

A Sochi, Lobello disputa i suoi ultimi Giochi da atleta, sotto bandiera italiana, per poi ritirarsi. Fontana invece si vede sfuggire dalle mani il suo primo oro olimpico. E, come successo a 15 anni, continua a porsi delle domande sul suo modo di allenarsi e sul come potersi spingere ancora più in là.

Nel maggio 2017 si “stacca” dalla FISG cambiando allenatore e, come prima, unisce le due dimensioni dentro e fuori dal ghiaccio, trovandolo proprio in Lobello, che nel frattempo ha sposato due anni prima. «Il mio allenatore di allora aveva purtroppo perso un po’ di fiducia in se stesso e nel programma che aveva scritto e in noi atleti, e dopo Sochi mi sono detta che andava cambiato qualcosa».

Lobello cambia completamente approccio e programmazione di allenamento e promette alla moglie-atleta che sarebbe arrivata con una marcia in più alle Olimpiadi. Entrambi capiscono che bisogna lavorare sulle lame. Fontana e Lobello trovano una sponda in un produttore olandese (la culla dello short track) e prova tantissime lame diverse nei due anni che portano ai prossimi Giochi, quelli di Pyeongchang 2018.

Ai nastri di partenza dei Giochi coreani Fontana è l’unica atleta ad avere la sua lama personalizzata. In tutto il mondo ce n’erano solo tre, e le aveva lei. Una scelta che ripaga, dato che arriva, finalmente, l’oro olimpico (con la soddisfazione dell’essere portabandiera) nei 500 metri e anche un argento in staffetta sui 3000 e un bronzo sui 1000 metri. Non che ce ne fosse un reale bisogno, ma la consacrazione arriva.

E questa volta neanche c’è il dubbio di potersi fermare dopo aver raggiunto il tanto agognato oro. Nel 2019 è tra le quattro atlete scelte dal Comitato Olimpico italiano per la candidatura di Milano e Cortina d’Ampezzo a Losanna per i Giochi del 2026, assieme a Sofia Goggia, Michela Moioli ed Elisa Confortola (anche lei ritornerà).

Rispetto per i Rondò Veneziano.

Nel 2022 è tempo di Giochi in Asia, questa volta a Pechino, e va ancora meglio di Pyeongchang. Fontana è tirata ancora più a lucido e non solo bissa l’oro nei 500 metri, ma vince anche l’argento nei 1500 individuali e nella staffetta mista dei 3000 metri. Nella storia dei 500 metri a livello olimpico solo Arianna Fontana, Wang Meng e Cathy Turner sono state in grado di vincere l’oro due volte di fila. In più quella dei 1500 metri è anche l’undicesima medaglia della sua carriera fino a quel momento, che gli permette di superare la fondista Stefania Belmondo come la più medagliata di sempre per l’Italia ai Giochi Olimpici invernali. Tra lei è l’assoluto, a quel punto, c’è solo lo schermidore Edoardo Mangiarotti con le sue tredici medaglie.

Quando qualche anno prima lei aveva proposto a Lobello di essere il suo allenatore, i due, già sposati, avevano stilato una lista di pro e contro di una scelta del genere. È andata bene, diciamo. «[Anthony Lobello, ndr] Sa quando spingere i bottoni giusti, e l’essere marito e moglie ha influenzato solo positivamente il rapporto tra atleta e allenatore. Anche se sappiamo sempre ritagliarci dei momenti in cui siamo solo marito e moglie».

L’ITALIANA
Il successo di Pechino non era arrivato senza qualche scossone ulteriore. Dopo l’oro di Pyeongchang infatti Fontana decide di prendersi un anno di pausa, una scelta che nella sua carriera è avvenuta ben tre volte. «Se avessi continuato sarei arrivata ad un burnout ad un certo punto e avrei probabilmente mollato tutto. Invece staccando e prendendo le mie pause mi ha aiutato a ritornare ancora più forte». Nella pausa prova persino la boxe, ma il richiamo del ghiaccio è sempre troppo forte.

Al rientro dalla seconda pausa, nel 2019, Fontana sente che qualcosa è cambiato nell’atteggiamento nei suoi confronti. «Ho trovato molta tensione da parte di alcuni compagni di squadra verso di me, come se volessero cambiare gerarchia dentro la squadra. Io non ho mai voluto impormi o dare ordini a nessuno, ma da parte dello staff tecnico non c’era comprensione della situazione oppure volontà di sistemare la cosa». Fontana decide di lasciare l’Italia a settembre 2020 per andarsi ad allenare in Ungheria, a Budapest, separandosi così dal resto del gruppo della Nazionale. Una scelta di certo non facile, per una che per andare ad allenarsi con il gruppo a Bormio aveva lasciato casa quasi vent’anni prima.

Nelle sue parole Fontana è un’atleta proiettata costantemente verso il miglioramento, sembra scontato per un’atleta, ma in realtà non lo è. Specialmente se questo ti porta a prendere decisioni difficili e soprattutto a renderti “antipatica”. La campionessa olimpica ha ribadito più volte nel corso della sua carriera la necessità di cercare uno spazio per crescere, e alla fine anche l’avere Lobello come allenatore è stato un rischio preso sotto quest’ottica, ma che ha pagato. «Purtroppo ci sono persone che hanno visto questa mia voglia di migliorare come una voglia di ribellione e creare problemi. Io volevo solo migliorare e che tutti potessero migliorare insieme a me. [...] Sono sempre stata una persona che dice le cose per come stanno e questo mio tratto caratteriale ad alcuni piace e ad altri no. Essere diretti può essere apprezzato, ma tante volte mi sono scontrata con alcuni dirigenti della mia Federazione».

Fontana torna a vincere la Coppa del Mondo nel 2021 e bissa il successo ai Giochi di Pechino, ma i contrasti con la FISG si acuiscono al rientro dalla spedizione cinese. D’altronde la stessa FISG era già andata in contrasto con Fontana per la scelta di Lobello dopo Sochi, e le schermaglie non sono mai davvero terminate. «Dopo le Olimpiadi in Canada, i tecnici sono Eric Bedard e Kenan Gouadec, coppia formidabile che dura poco. Da Sochi 2014 in poi, rimane solo Gouadec. Deve gestire 15-20 atleti, troppi: Anthony Lobello, ex pattinatore nel frattempo diventato mio marito, si offre di dargli una mano. Ti faccio il ghiaccio e le lame, propone. Cose pratiche, non di allenamento. “Non avrai mai niente a che fare con il team”, si sente rispondere».

La situazione peggiora nel già citato 2019. In un’intervista data al Corriere della Sera nel 2022 Arianna Fontana accusa Tommaso Dotti e Andrea Cassinelli, suoi compagni di allenamento a Courmayeur, di averla volutamente ostacolata e colpita in allenamento e porta la vicenda in tribunale. «Alla riunione tecnica del giorno dopo, ammettono: non ci sta bene che ti alleni con noi. Mi aspetto conseguenze, invece la Federazione butta il problema su mio marito: dà fastidio vederlo sul ghiaccio. Morale: Cassinelli smette, ma Dotti continua con i suoi giochetti per tutta la stagione [...] E il giorno del contatto tra me e Dotti, naturalmente, arriva: vado dritta contro le balaustre a 50 all'ora, la caviglia si gonfia».

La procura FISG archivia il caso dopo una prima indagine, ma Fontana la fa riaprire consegnando come “prova regina” una registrazione audio in cui Dotti e Cassinelli ammetterebbero di averlo fatto di proposito, e condannando un clima di intimidazioni in Nazionale verso di lei e i più giovani. In attesa della sentenza, Fontana ha deciso di smettere di rappresentare l’Italia finché non si fosse chiusa la vicenda. Nel 2024 arriva la sentenza definitiva: assoluzione per Dotti e Cassinelli. Milano-Cortina rischia di non esserci nemmeno per Fontana, delusa dal finale della vicenda. Addirittura sorge la possibilità di una sua presenza sotto la bandiera degli Stati Uniti, uno smacco incredibile per la nazione ospitante, che l'aveva scelta come testimonial della propria candidatura.

Fontana ci pensa e, tra la situazione interna e la voglia di provare anche il pattinaggio di velocità, inizia ad allenarsi tra Salt Lake City, Quebec City e Montréal. Già dopo Pechino, la valtellinese aveva parlato con la FISG della possibilità di fare entrambe le specialità e quindi di potersi andare ad allenare in Nordamerica. Nel 2023 la campionessa aveva rilasciato un duro comunicato in cui parlava di promesse non mantenute dalla FISG e di un mancato supporto sulla questione Dotti-Cassinelli. “Ho davanti a me decisioni importanti da prendere e tutte le carte sono sul tavolo, anche quelle che pensavo non avrei mai preso in considerazione”, scrive, facendo immaginare il peggio. D'altra parte lei vive negli Stati Uniti, a Tallahassee, in Florida, insieme al marito statunitense. Per la FISG invece la frattura è dovuta alle richieste economiche di Fontana, superiori ai 200mila euro offerti dalla federazione come supporto.

Non passa molto tempo e a marzo 2024 Arianna Fontana dirada le nubi e annuncia con un’intervista a Sky Sport che ci sarà a Milano-Cortina e che discuterà con CONI e federazione su come allenarsi in Nazionale. «Si poteva evitare di mettere in dubbio il mio patriottismo, l'amore verso il mio Paese. Chi non era a conoscenza dei miei progetti ha subito pensato che volessi cambiare nazione». Nel 2025 dirà che la sua frase sulle “carte sul tavolo” era stata male interpretata. «Mi trovavo in Nordamerica per vedere se era fattibile il pattinaggio di velocità, le “carte sul tavolo” facevano riferimento a short track e pista lunga». In un’intervista ai margini di Milano-Cortina il fratello Alessandro ha rincarato la dose: «Arianna non ha mai voluto correre con una bandiera diversa da quella italiana, anche perché se avesse voluto farlo c'erano state altre occasioni al di fuori di screzi vari con la Federghiaccio. Invece lei ha sempre avuto la bandiera italiana come sua unica bandiera».

Durante le Olimpiadi c’è stato il tempo anche per un’altra, “piccola”, polemica. Quella con Pietro Sighel, che con Fontana ha vinto l’oro nella staffetta mista ed è tra i migliori al mondo nello short track. «Arianna non fa squadra, quelle brave sono le ragazze cresciute senza di lei. Ma chi la conosce, Arianna Fontana? Da otto anni si allena all'estero. Di sicuro con lei non siamo una squadra, a parte i due minuti e mezzo in pista».

«[Le parole di Sighel, ndr] non meritano neppure una risposta e la mia attenzione», risponde Fontana «Se non mi sentissi parte di questo gruppo, non mi sarei allenata con le mie compagne a Bormio in vista delle Olimpiadi e me ne sarei rimasta all’estero, e adesso non sarei qui».

«Quando ho detto che il gruppo è cresciuto "senza Arianna", mi riferivo al fatto che per anni si è allenata all'estero e che dunque il tempo trascorso con la squadra è stato limitato», ha provato a correggere il tiro Sighel «In questo contesto, noi atleti abbiamo comunque saputo trovare una nostra identità e solidità che ci hanno resi competitivi. Non intendevo sminuire nessuno e neppure si è trattato di un attacco personale [...] Non ho mai voluto mancare di rispetto, sebbene le mie parole, così come sono state riportate, potessero suggerire il contrario».

I due alla fine hanno vinto un oro insieme, forse il motore dello sport italiano è l’odio?

IL SIMBOLO
«Quando c’è un'Olimpiade cerco sempre di essere nelle migliori condizioni possibili». E Arianna Fontana lo ha fatto ancora una volta, nonostante un infortunio al flessore le abbia condizionato la preparazione e soprattutto le ha impedito di presentarsi in pista olimpica anche per il pattinaggio di velocità. Che sarebbe stata l’ennesima impresa incredibile per un’atleta di 36 anni.

Nella finale dei 1000 metri, in cui Velzeboer era sembrata più “umana”, Fontana ha dovuto accontentarsi di un quarto posto, rallentata da un contatto con la pattinatrice cinese Li Gong che ha reso troppo difficile la rimonta finale. Dopo la gara Fontana l’ha presa con la sua solita sincerità. «Sono arrabbiata, non tanto per il quarto posto, ma perché stavo avanzando, mi sentivo bene e in questo modo non ho potuto giocarmela. Magari, dopo da sola nella mia stanza un piantino me lo faccio. Ma è lo sport, va accettato». Quante atlete, specialmente di questa caratura, lo avrebbero detto con questa nonchalance?

Qualche giorno dopo è anche arrivato l’argento nella staffetta femminile che ha finalmente suggellato il record della quattordicesima medaglia olimpica, seconda in assoluto nella storia dei Giochi invernali dopo il fondista norvegese Marit Bjorgen con quindici. Soprattutto rompendo la coabitazione con lo schermidore Edoardo Mangiarotti che, come lei, lo aveva raggiunto in Italia e dopo aver preso l’ultima medaglia in una prova a squadre. Eppure, anche in un momento in cui ha fatto la storia, il suo primo pensiero è stato al suo ultimo giro, in cui si è fatta superare da Choi Minjeong dopo che Elisa Confortola (la diciannovenne con cui aveva presentato la candidatura italiana per le Olimpiadi invernali a Losanna) aveva fatto una frazione incredibile per portare in testa l’Italia. «Peccato per l’ultimo cambio. Mi dispiace per come sono andate le cose in quel momento. Ci credevo. Credevo alla vittoria. Purtroppo, però, non ho sentito l’arrivo della sud-coreana. È arrivata da dietro e mi ha sorpresa, purtroppo».

Forse rispetto ad altri atleti simbolo dei Giochi Olimpici, Fontana è meno riconoscibile. È piuttosto incredibile rendersi conto come, in uno sport come lo short track dove la prima cosa è non cadere, Arianna Fontana non è mai caduta. Che fossero avversari interni, esterni o in gara, lei è sempre rimasta in piedi, e questo è forse la dota più importante, quella che le ha donato alla fine la carriera olimpica più importante della storia dello sport italiano fino a questo momento. «Sono orgogliosa di essere sopravvissuta a vent’anni di cambiamenti nello short track».

L’immagine che ha dato all’esterno a volte è arrivata forse come una campionessa un po’ insofferente, “antipatica”, almeno per chi non ha potuto o voluto scavare dentro le motivazioni che hanno guidato la sua carriera. Una situazione che lei stessa ha dimostrato di soffrire. «Ero stufa di essere rappresentata come “la principessina sul pisello” solo perché avevo vinto e potevo affrontare di petto determinate situazioni. Ho sempre voluto mettere tutti nella posizione di potersi presentare alle gare e vincere. Mi sono schierata per ottenere i migliori allenatori, preparatori atletici, massaggiatori, osteopati, dietologi e psicologi sportivi con il fine di migliorare le prestazioni».

La realtà è che un’atleta come Arianna Fontana è un’assoluta rarità per lo sport italiano, che non è abituato a figure come la sua. La spinta di migliorarsi a costo di andare a sfidare le convenzioni o l’establishment del proprio sport, o anche la volontà di andare a cercare strade alternative per il proprio miglioramento personale anche al di fuori del contesto nazionale. Per un Paese che fa fatica a trattare bene i suoi campioni, ed è ossessionato dalla hybris, è un peccato mortale. Forse non è un caso che abbia trovato casa negli Stati Uniti.

Non so se quella di oggi, sui 1500 metri, sarà l’ultima gara della carriera di Arianna Fontana. Prima dei Giochi aveva detto che una medaglia in casa dopo vent’anni sarebbe stata una chiusura perfetta, e non si è limitata a quello, come ha sempre fatto per tutta la carriera. Sareste davvero stupiti di vederla chiudere con la quindicesima medaglia?

«Io sessantuno volte sono salito su un podio e ogni volta mi commuovevo», ha detto nel 2009 Edoardo Mangiarotti «Ancora adesso a 90 anni quando vedo gli altri che vincono, questi giovani, io sento sempre questa cosa dentro di me che mi attanaglia e mi commuove».

Mangiarotti non ha fatto in tempo a vedere battuto il suo record, ma di una cosa sono certo: se avesse potuto vedere Arianna Fontana prendere il suo posto come più grande atleta olimpico italiano di sempre, un “piantino”, come direbbe Fontana, se lo sarebbe fatto di sicuro.

Attiva modalità lettura
Attiva modalità lettura