
Gerry Cardinale guarda ammirato il suo consulente personale, un ingellato Zlatan Ibrahimovic, come lui seduto a bordo ring durante l’evento UFC che Donald Trump ha fatto organizzare alla Casa Bianca. Nel frattempo, davanti a Casa Milan, qualche tifoso milanista espone uno striscione con cui chiede l’azionariato diffuso. Provate a pensare a come avreste reagito davanti a un’immagine simile anche solo due anni fa.
Non è facile descrivere la situazione del Milan in questo momento. Tre settimane fa RedBird ha nuclearizzato tutta l’area sportiva– Furlani, Tare, Moncada e Allegri – e in queste tre settimane ha accumulato rifiuti praticamente da qualsiasi candidato a prenderne l’eredità; Leao ha rilasciato tre interviste in cui ha esplicitamente ammesso di voler cambiare aria e Pulisic che invece è passato direttamente ai fatti, smuovendo i suoi agenti per cercare una nuova squadra.
Buca la scena il tweet - ormai inondato di IA - di Fabrizio Romano che annuncia Ruben Amorim come nuovo allenatore del Milan. Pare la scena, poi resa meme, di Community in cui Donald Glover torna nel suo appartamento con la pizza e lo trova in fiamme.
Non è la prima volta che Ruben Amorim si trova dentro questa scena. A novembre del 2024 era subentrato al Manchester United avendo lasciato uno Sporting lanciato verso il secondo titolo in due anni e fresco di vittoria per 4-1 contro il Manchester City. Aveva trovato una squadra costruita per delle idee diametralmente opposte alle sue e con una stagione già avviata verso il disastro. Quel passaggio avrebbe dovuto essere l’inesorabile salto nell’élite, per un allenatore cresciuto a velocità siderale, e invece si è rivelato un disastro su tutta la linea. Un disastro sia per lui che per il Manchester United.
Quando, lo scorso gennaio, è stato mandato via da Manchester, i risultati non erano neanche così tremendi da giustificare un esonero. La squadra era in piena corsa per la Champions League, a cui ha centrato poi la qualificazione con Carrick – ma la scelta sembrava inevitabile. A far saltare il banco è stata una sua dichiarazione apparentemente anonima: «Sono venuto qui per essere il manager del Manchester United, non l’allenatore». Al suo interno, però, c’era un tentativo esplicito di prendersi un ruolo più centrale nello United, in risposta a una serie di tentate ingerenze tecniche messe in atto dal suo DS Jason Wilcox e dal CEO Jim Ratcliffe.
Un pregresso del genere sembra già sulla carta destinato a fare disastri con il Milan, che negli anni ha vissuto un rimescolamento dirigenziale praticamente analogo, con l’epurazione di Maldini e Massara nel 2023 e di Tare e Moncada a maggio, e ha contestualmente cambiato quattro allenatori soprattutto per via di beghe interne con l’ex AD Furlani.
Amorim era uno dei giovani allenatori più quotati in Europa, e oggi - che ha ancora 41 anni - sembra essersi coperto da una patina grigia che lo rende poco appetibile. Non solo per come è finita la sua ultima esperienza, ma anche per una certa cupezza di fondo che sembra portarsi dietro fin dai primi tempi. Magari non è il nome che un tifoso del Milan avrebbe desiderato dopo una stagione finita in modo catastrofico. È uno scetticismo comprensibile, ma la scelta del portoghese ha anche un grado di ambizione che va riconosciuto a ciò che resta della dirigenza rossonera.
Se la scorsa estate l’idea di affidarsi a un "anziano" consolidato del calcio italiano, con il suo calcio pragmatico (almeno a parole), sembrava la strategia più sicura per ricostruirsi la credibilità perduta con Fonseca e Conceiçao, ora il Milan sembra voler provare a rimettere, almeno sulla carta, delle idee alla base di tutto.
Sebbene in Inghilterra questa cosa gli sia stata a lungo contestata – d’altronde i pundit inglesi non sono meno morbidi di quelli italiani con gli stranieri – Amorim è uno che crede fermamente nel suo sistema: ha costruito il suo Sporting con un 3-4-2-1 che in possesso diventava un 3-2-5, costruendo una squadra con una forte impronta verticale e che vuole controllare il possesso ma che, paradossalmente, ha ottenuto i suoi migliori risultati in Europa facendo proprio il contrario. Come spiegato da lui stesso a settembre, con un radicalismo un po' inquietante: «Neanche il Papa mi farebbe cambiare sistema di gioco».
Nel suo quinquennio a Lisbona, Amorim ha mostrato di poter impostare serenamente anche partite puramente difensive, come nel doppio confronto di Europa League con l’Arsenal nel 2023 – dove poi è passato ai rigori – o, ancora di più, nella vittoria per 4-1 sul City in Champions nel 2024. In entrambi i casi, lo Sporting ha accettato senza troppe remore la necessità di abbassarsi nel proprio terzo difensivo, stringere le linee e scivolare puntualmente sugli esterni avversari, attaccando di fatto solo con transizioni lunghe.
Più in generale tutte le versioni dello Sporting che Amorim ha costruito nel suo quadriennio avevano delle qualità notevoli in transizione, per merito soprattutto dei suoi esterni a tutta fascia e dei tre attaccanti – su tutti Trincão e Gyokeres ma anche Edwards, Catamo e Araujo – sempre atleticamente strutturati e ben disposti a minacciare la profondità anche sui recuperi alti. Proprio in questi principi si possono trovare i germi del suo fallimento allo United.
La differenza radicale tra cosa ha funzionato allo Sporting e cosa non ha funzionato a Manchester, non sorprendentemente, è stato l’aver trovato una rosa pensata per un sistema diverso, per altro con molti uomini chiave in fase calante. A Lisbona, prima Ugarte e poi soprattutto Hjulmand hanno incarnato alla perfezione la sua idea di vertice basso: un mediano ordinato che presidia bene la trequarti difensiva, che recupera un’enormità di palloni e che li ridistribuisce, preferibilmente corti e precisi, senza grandi vezzi tecnici. Al fianco di questi due ha agito quasi sempre un centrocampista più risoluto con il pallone, generalmente uno tra Morita e Pedro Gonçalves, il cui obiettivo era far avanzare velocemente la palla centralmente, bucando o saltando la linea di pressione. Al Manchester United, invece, Amorim ha trovato dei giocatori che sembravano messi lì precisamente per farlo impazzire.
Facciamo qualche esempio Il suo unico mediano, Casemiro, è stato l’esatta negazione di quello che Hjulmand era per il suo Sporting: un giocatore imbolsito dall’età, con un raggio d'azione sempre più circoscritto, demotivato e approssimativo con il pallone in un modo quasi oltraggioso per il giocatore che è stato. Questo equivoco si è poi trascinato dietro tutto il resto: al suo fianco Amorim ha infatti dovuto incastrare Bruno Fernandes e Mount per cercare di ordinare un minimo la trasmissione del pallone, svuotando progressivamente la trequarti e chiedendo a questi due un lavoro insostenibile senza palla. Altre volte al loro posto ha giocato Ugarte, a sua volta una versione rallentata e appesantita del giocatore che era nello Sporting di Amorim, e il risultato è stata una squadra molto più compassata, spezzata e in difficoltà nel bucare le linee di pressione.
Nel suo futuro Milan la situazione non sembra destinata a chissà che miglioramento, ma se non altro il mercato potrebbe aiutarlo: gran parte del centrocampo rossonero è in odore di cessione – Rabiot, Jashari, Fofana, almeno stando alle voci, sono sul mercato – e questo potrebbe aprire una rivoluzione, soprattutto a centrocampo. Sul ruolo di mediano ruotano molte ambizioni del Milan: Amorim verosimilmente chiederà un profilo simile a quello di Hjulmand, soprattutto senza palla, a cui poi magari affiancare forse l’unico giocatore per cui si può immaginare un futuro in questo Milan, ossia Samuele Ricci. Se la dirigenza non dovesse riuscire a trovare un profilo di spessore in quel ruolo, magari costringendolo a ripiegare su Modric o su Ricci stesso, probabilmente l’avventura del portoghese partirebbe con un grosso problema.
Poi ovviamente c’è il discorso sugli attaccanti: Pulisic e Leao sembrano essersi già chiamati fuori dal progetto, ma questo potrebbe essere paradossalmente più utile per Amorim, che già aveva messo in atto un repulisti abbastanza radicale al Manchester United, cercando di disfarsi quanto prima di tutti i profili caratterialmente più problematici - Rashford, Antony, Sancho e Garnacho. Il margine di manovra del Milan è però più ristretto e difficilmente la dirigenza rossonera potrebbe mettere in piedi un mercato come quello proposto dallo United la scorsa estate – con Sesko, Cunha e Mbeumo – anche se, in proporzione con le risorse economiche dei rossoneri, servirebbe un intervento più o meno della stessa entità nel reparto.
Per il resto i compromessi a cui deve andare incontro Amorim sono più gestibili. Sugli esterni la sua accoppiata tipo ha sempre visto un profilo più conservativo, lasciato in ampiezza e con compiti da costruttore – pensate su tutti a Nuno Mendes o Pedro Porro – e un altro più caotico e libero di attaccare la trequarti e l’area avversaria. Allo United la presenza di Dalot come unica risorsa a sinistra ha reso tutto insostenibile dal principio. L’ex milanista è infatti un ottimo esterno sgobbone ma negli ultimi 30 metri, soprattutto partendo sul lato debole, non ha né la capacità di accelerare in conduzione né la creatività per produrre occasioni di qualità, finendo piuttosto a sparacchiare qualche cross mancino a testa bassa. Per compensare, Amorim ha impiegato spesso Amad Diallo sul lato opposto, migliorando sicuramente in termini di creazione ma lasciando sempre molto campo attaccabile alle sue spalle.
Un carattere non facile: come si incastrerà con la stampa italiana?
Questo sbilanciamento al Milan dovrebbe essere meno accentuato anche senza intervenire sul mercato: Saelemaekers sicuramente, ma anche Estupinan e Bartesaghi – o meglio, le loro versioni ideali – sono esterni senza dei limiti tecnici accentuati come Dalot in possesso o come Diallo in non possesso, per cui, pur senza essere particolarmente brillanti, dovrebbero rendere la gestione delle fasce meno problematica per il portoghese.
Insomma, la situazione tecnica in cui si sta infilando Amorim non è delle migliori ma non è neanche la peggiore possibile: nel Milan troverà comunque un blocco di giocatori già testati per la difesa a tre e con un livello tattico talmente impoverito dall’ultimo biennio che potrebbe bastare veramente poco per fare dei progressi – soprattutto nella gestione del pressing e del pallone – specie se la nuova dirigenza riuscirà, pur nel poco tempo che avrà a disposizione per costruirsi una strategia, a pescare dei profili di livello discreto in mediana e sulla trequarti. Probabilmente lo stesso Amorim arriva con la possibilità di forzare di più la mano rispetto al suo anno a Manchester. Una caratteristica non da poco per una squadra che sta andando incontro a una rifondazione nella rosa.
Ovviamente le condizioni al contorno della gestione di Amorim sono quelle di una società ancora zoppa e reduce da due anni drammatici e che non ha mai fatto nulla per difendere i propri allenatori. Inoltre, la comunicazione del portoghese è andata subito di traverso alla stampa britannica, con i suoi discorsi di progettualità che sono sembrati sempre più fuori luogo man mano che i risultati dello United andavano peggiorando. Lui stesso, soprattutto nelle sue ultime settimane allo United, ha cominciato a mostrarsi insofferente alle voci che circolavano su di lui. A fine dicembre, dopo aver proposto un insolito 4-2-3-1 contro il Newcastle, è andato in conferenza stampa a giustificare la sua scelta: «Quando i giornalisti parlano continuamente di cambiare il sistema io non posso cambiare, perché i giocatori capirebbero che lo sto facendo per via dei media e sarebbe la fine.» E ovviamente questa dichiarazione ha catalizzato la classica violenza a mezzo stampa di Gary Neville, che l’ha subito etichettata come una excusatio non petita, e Jamie Carragher, che più seccamente lo ha etichettato come inadeguato al suo ruolo. Tenendo a mente il trattamento ricevuto da Paulo Fonseca – e più in generale dagli allenatori stranieri – da pubblico e stampa italiani, pensate cosa potrebbe scatenarsi dopo una dichiarazione simile.
Al netto del quadro complesso in cui si sta materializzando, vale la pena notare come la scelta di Amorim sia per molti aspetti interessante e controculturale: un allenatore giovane – per quanto sia in giro ormai da sette anni – e con idee molto codificate. Idee diverse dal classico 3-5-2 uomo-su-uomo; da tutti i punti di vista la sua nomina è bizzarra e il lavoro che lo aspetta non è facile, ma almeno a lui e al Milan va concessa la possibilità di portare qualcosa di diverso in una Serie A reduce da una stagione povera di idee come non mai.



